Un asso nella manica - le prime righe
Pubblicato da Stefano Castelvetri il 09/12/2025
Il laboratorio era scavato in profondità, sotto i moli sommersi di Nuova-Tokyopore. L’acqua filtrava dai muri in bolle lente, grassocce, e indecise. L’odore era un misto di ozono, silicone bruciato e agar per colture neuronali.
Lena sedeva su un sedile girevole, l’avambraccio sinistro fissato a una morsa pneumatica.
Portava un trench scolorito pieno di toppe allegre e una maglietta gialla con la scritta "NON È UN BUG, È KARMA". I capelli ramati raccolti in una treccia alta, il volto segnato da lentiggini sfuggenti, senza un disegno o una disposizione preferita. Sorrideva spesso, ma raramente per davvero.
«Lo apri o mi tieni ancora qui a marcire?» disse, muovendo leggermente le dita bloccate.
Il tecnico si chiamava Varnes. Un ex-criptoingegnere nel settore militare, con gli occhi coperti da tre lenti sovrapposte e le mani che tremavano appena quando non erano impegnate a fare qualcosa di utile.
«Non è una questione di aprire.» disse lui, digitando comandi su un’interfaccia digitale dai caratteri azzurri. «È più simile a una questione di interpretazione. Questo Slot è completamente fuori registro. Zero mapping neurale standard. Nessun protocollo di avvio noto. Lena, tu qui ci hai un capolavoro».
«Fammi indovinare. Epico e letale.»
«Più letale che epico.»
Dal braccio di Lena emerse una sottile giuntura organometallica, le cui giunture erano appena visibili a occhio nudo. Un pattern vi si stendeva sopra, come fosse un tatuaggio in movimento, che mutava ogni volta che lo si guardava troppo a lungo. Lo scanner di Varnes lampeggiò in una tonalità che, secondo la legenda, significava: "errore criptologico".
Il tecnico emise un lungo, sommesso fischio.
«Non è molto, ma una cosa l’ho capita. Ogni volta che lo attivi, cambia. Come una combinazione Clarkson-hichi. Ma questo modifica se stesso, e modifica anche te. È per questo che non ricordi esattamente com’era prima, vero?»

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