Risotto al borborboro - le prime righe
Pubblicato da Stefano Castelvetri il 07/07/2025
I borborboro sono un legume extraterrestre dall’aspetto iridescente simile a un occhio, con superficie traslucida e sfumature cangianti che sembrano seguire lo sguardo di chi li osserva. Coltivati su Al’Magora da oltre settemila picocicli galattici, i borborboro sono oggi conosciuti come alimento che dona longevità e forza in molte civiltà interplanetarie. Scopriamo insieme le loro qualità benefiche e le leggende che li circondano!
Il retro della cucina era una tana buia fatta di scatoloni vuoti e pentole ammaccate. Quella notte, però, era il mio ultimo rifugio. Mi buttai sul materasso da campeggio, duro e scomodo, e lasciai che la spossatezza mi prendesse. Domani sarebbe stato un giorno di rinascita o il crollo definitivo. E mentre il sonno si infilava a forza tra i pensieri, questi scivolavano indietro, a strappi, un flusso rotto da ricordi mal digeriti che tornavano in gola come un rutto all’aglio.
Avevo avuto tutto. Un locale in centro, tre sale affollate, gente fuori in coda, pronta a fotografare e condividere sui social media il primo piatto che arrivava sul loro tavolo. Non era un tre stelle, ma funzionava alla grande.
Poi erano arrivati i guai, inesorabili, lenti. La crisi. I clienti spariti, sedotti dal sushi che sapeva di plastica, dai burger con nomi esotici e dalle zuppe al borborboro. Io mi ostinavo a non seguire le mode: la tradizione non si tocca.
E intanto il ristorante si spopolava e la sala diventava un’esposizione di sedie vuote.
Poi l’incendio. Quelle candele, quei due innamorati troppo distratti e una serata finita tra estintori e sirene. L’assicurazione? Una presa in giro. Clausole mai viste prima. Alla fine, un disastro da pagare. Ho venduto tutto. L’attico. La macchina. Gli abiti di Versace. Il Gednex. Simboli di un successo che si era sciolto in fretta.
Mi era rimasto poco, quasi niente. Io e l'ossessione per la cucina, un pensiero che mi accompagnava ovunque. E così ero finito qui, in un locale dismesso, con le piastrelle verdi vomito decorate con calamari e gamberi. Le più brutte che abbia mai visto.
E c’è anche il mio socio. Un’Intelligenza Artificiale comprata da un ragazzino a una fiera di provincia.
«Fa tutto.» aveva detto. «Cucina, inventa, organizza. Tecnologia all’avanguardia!» Una scatola ammaccata e un nome da televendita: CUCIBOT 2.1. Dentro, un manuale cartaceo stropicciato, un blocco centrale tutto graffiato, e strumenti da cucina che non sembravano fabbricati per durare più di una settimana.
L’ho presa senza nemmeno contrattare sul prezzo.
Del resto non avevo alternative. Se non funzionava, avrei scaldato noodle e li avrei venduti in strada agli impiegati che uscivano a pranzo dagli uffici.
Il materasso sottilissimo scricchiolava sotto di me. Domani avrei aperto il locale. Avrei scoperto se quella macchina strana, il mio unico dipendente, poteva aiutarmi. Quasi ci credevo davvero. O forse, forse non avevo altra scelta.
Mi addormentai aggrappato a pensieri sparsi, un disordine di immagini, paura e speranze. Non ero sereno, no, ma avevo ancora un po' di brace, sotto la cenere, che sembrava pronta a bruciare se qualcuno le avesse dato ossigeno.

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