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Empathium - le prime righe

Empathium - le prime righe

Pubblicato da Stefano Castelvetri il 06/07/2025

Il dottor Hiroshi Tanaka impiegò circa due settimane per scrivere il suo discorso di ringraziamento per la premiazione del Nobel per la medicina.

Non vinse il premio, che andò a una ricerca sul ringiovanimento cellulare, ma il suo studio sul neurotrasmettitore S-12 e l’attivazione selettiva di aree della corteccia prefrontale lo avevano reso una celebrità nel mondo scientifico. Anche troppo.

Ora rigirava tra le dita il foglietto con le dieci righe del discorso. Erano frasi scontate, infantili, pensate solo per essere citate dai giornalisti o sui social media. Non lo rappresentavano.

Aggiunse il foglietto al mucchio di carte inutili che infilò nel riciclatore. Mentre il dispositivo emise il familiare ronzio che annunciava l’elaborazione del materiale, il dottore raccolse la sua borsa e scese in strada.

Il conducente del taxi lo attendeva fuori dal veicolo, e fece un impercettibile inchinò quando il dottore lo raggiunse. Non riconoscendo in Tanaka un miliardario o una celebrità, l’autista non riuscì a resistere alla tentazione di chiedere «Come mai un taxi a guida umana?»

«Privacy.» fu la laconica risposta dello scienziato.

Il viaggio fu breve e spiacevole. Il conducente sfidava apertamente ogni regola del traffico. Curve troppo strette, frenate improvvise, sorpassi azzardati: il tassista sembrava più interessato a battere un record personale che a garantire la sicurezza del passeggero. Quando un esasperato Tanaka lo richiamò, l’uomo sbuffò, rimanendo ostinatamente concentrato sulla strada. Per fortuna, la stazione non era lontana. Con sollievo, il professore scese e si lasciò alle spalle quel frammento di caos urbano.

Alla stazione centrale, il treno a levitazione magnetica lo attendeva, lucido e silenzioso. Trovò il suo posto accanto al finestrino e, con un gesto meccanico, si somministrò un quarto di dose di Empathium. Non voleva rischiare di rispondere in modo scortese a qualche sconosciuto e voleva concedersi di osservare con attenzione i passeggeri.

La precauzione si rivelò inutile. Intorno a lui erano tutti muti, assorti sui terminali, gli occhi fissi su schermi che li illuminavano con bagliori innaturali. Nessuno era davvero presente, in quel mondo artificiale fatto di gesti automatici e assenza di dialogo. Il paesaggio, però, parlava. Sfrecciava fuori dal finestrino in una sequenza ipnotica: distese di boschi macchiate da turbine eoliche, fiumi che serpeggiavano accanto a villaggi abbandonati. A intervalli, le cupole argentate delle coltivazioni verticali rompevano l’orizzonte.

Ad Aomori il treno si fermò con la puntualità di un metronomo. Tanaka proseguì il viaggio con un trasporto locale, gremito ma silenzioso. L’aria condizionata era (come sempre) troppo forte e un ronzio continuo gli ricordava il monotono brusio del viaggio in treno. Ma la guida automatica era prudente, un sollievo rispetto al tassista che lo aveva portato alla stazione.

Adagiata tra le montagne e i fiumi, Goshogawara respirava ancora il ritmo lento della natura. A est, il monte Bonjyu si ergeva con la sua sagoma scura, una sentinella a protezione della cittadina. A ovest, il fiume Iwaki scorreva sinuoso, limpido e solenne, alimentato dalle sorgenti che sgorgavano alle pendici del monte omonimo. Nelle giornate limpide il profilo del vulcano dormiente appariva quasi irreale, come dipinto sul cielo. Intorno, la pianura di Tsugaru si apriva vasta, un mosaico di campi coltivati e impianti di produzione di energia.

Goshogawara era rimasta in disparte rispetto al progresso sfrenato che aveva trasformato altre città giapponesi. Il distretto tecnologico, una volta cuore pulsante dell’economia locale, si era ridimensionato. Molti laboratori e officine erano stati trasferiti a sud, lasciando edifici vuoti e un senso di quieta nostalgia. Ma c’era ancora vita, un equilibrio insolito tra tradizione e modernità. Gli inverni non erano più rigidi come un tempo, ma la neve, se cadeva, restituiva alla cittadina un’aria sospesa. La pesca, ormai dominata da pescherecci automatizzati, aveva perso il suo lato umano, ma nei mercatini locali si trovavano ancora piccoli tesori: scarti di qualità eccellente, prelevati manualmente dagli operai e venduti come prelibatezze.

L’ultimo tratto. Due chilometri a piedi. Con la borsa il spalla, Tanaka si immerse in un’atmosfera diversa. Lontano dai trasporti e dagli schermi, il silenzio era quasi tangibile. Solo il canto degli uccelli e l’ipnotico respiro delle pale eoliche accompagnavano il rumore regolare dei suoi passi. Era arrivato a destinazione.

Tanaka raggiunse l'abitazione che sarebbe stata il suo rifugio per i prossimi mesi. Da fuori, l'edificio appariva del tutto anonimo, quasi trascurato: intonaco opaco, linee semplici, nessuna insegna o dettaglio distintivo. Avrebbe potuto passare inosservato a chiunque. Dopo un rapido tocco del pollice sulla serratura biometrica, la porta scivolò silenziosa, rivelando un mondo completamente diverso. Poi si richiuse dietro di lui, isolandolo dal resto del mondo. Proteggendolo da attenzioni morbose e minacce di morte.

«Accendi.» mormorò, e le luci si accesero in sequenza, illuminando uno spazio sospeso tra passato e presente. La prima cosa che colpì il professore fu il pavimento: pedane e tavole di legno di ciliegio, levigate a mano, riflettevano una luce calda e naturale. Ai lati, pareti con inserti in pietra locale emergevano come frammenti di una tradizione millenaria. Tatami perfettamente allineati delimitavano una zona rialzata, con un futon arrotolato in un angolo e una lampada di carta shoji che diffondeva una luce soffusa.

Poi, ecco il contrasto. La cucina si apriva su un ambiente ultramoderno, con superfici in acciaio satinato, schermi integrati nei piani di lavoro e un sistema di automazione che rispondeva a ogni comando vocale. Il laboratorio, in fondo al percorso, era infine il vero cuore tecnologico: un banco multifunzione, scanner tridimensionali, un doppio set per la presenza remota e un terminale olografico che sembrava galleggiare al centro della stanza, in attesa di essere attivato.

Tanaka passò da una stanza all’altra, osservando ogni dettaglio. Notò con ammirazione come lo studio di architettura avesse saputo bilanciare il minimalismo moderno con un rispetto profondo per i materiali e le forme della tradizione giapponese. Annuiva lentamente, come a confermare di aver fatto la scelta giusta. Infine, si fermò nel laboratorio. L’illuminazione soffusa sottolineava la precisione delle linee moderne che si mescolavano agli inserti in legno e pietra, ma i suoi occhi andarono subito al terminale. Posò il bagaglio con un gesto misurato, quasi solenne. Si affrettò verso la postazione e, con un rapido gesto della mano, lo attivò.

Pochi secondi dopo, lo schermo si animò con il volto radioso di Aiko Sugimoto. I suoi capelli neri, ordinati e lucenti, incorniciavano il sorriso smagliante che occupava l’intero spazio dello schermo. Come molti utenti di Empathium, la giovane si avvicinò istintivamente al terminale, tanto che il professore ebbe quasi la sensazione che volesse oltrepassare quella superficie luminosa.