Cavalli più veloci - le prime righe
Pubblicato da Stefano Castelvetri il 08/07/2025
“Non ce la farai mai, Peggy.”
“Invece sì.”
“No.”
“Vedrai.”
“E poi” continuò Norman, “devi prima ripararmi la bicicletta. La catena non rimane più al suo posto da quando Dee Sharpe l'ha sbattuta contro la recinzione della scuola.”
Peggy fissò il fratello minore, in silenzio. Il sorriso di Norman si allargò. Era strano ma a guardarli così, uno di fianco all'altra, Peggy e Norman Bowles avrebbero potuto essere gemelli. Gli stessi capelli rosso carota, arruffati, impossibili da ammaestrare. E gli stessi visi aperti, luminosi, con occhi vivaci e freschi circondati da un mare di lentiggini. Così simili, nell'animo e nelle movenze, che sembrava innaturale che avessero quattro anni di differenza e che riuscissero, in ogni momento di ogni giorno, a battibeccare come gazze.
“Non ce la farai a fare cosa?” chiese Wayne, staccato di qualche metro, mentre sbrogliava le gambe lunghe e magre affannandosi per raggiungere i fratelli Bowles. Wayne era vicino di casa dei Bowles, la fattoria dei suoi si trovava a poco più di trecento yard da quella dei fratelli. Appena poteva, il ragazzino si presentava da Peggy e Norman. Per quanto goffo e importuno, Wayne non era un cattivo ragazzo. E i Bowles lo tolleravano con pazienza.
“Peggy vuole costruire un carretto spinto da un motore a scoppio.”
“A scoppio? Perché? Vuole saltare per aria?” Wayne cominciò a ragliare e si infilò tra i due fratelli appoggiandosi alle loro spalle.
Peggy si divincolò facendolo quasi cadere. “Piantala, Wayne.” disse. “Se non sai cos'è un motore a scoppio, tornatene alla fattoria.”
Stettero in silenzio per qualche minuto. Era una bella mattina, fresca e asciutta. La nebbia si stava disperdendo e il centro di Sandy Hook, distante quasi un miglio, era talmente rumoroso che la cittadina sembrava essersi svegliata all'alba.
“Io durante le vacanze voglio modificare un cavallo.” annunciò Norman. Superò gli altri due per voltarsi e guardarli in faccia. Nel farlo, la sua andatura claudicante si accentuò. Norman aveva, fin dalla nascita, una gamba più corta dell’altra. “Vedrete.” dichiarò, “Gli farò fare delle cose incredibili. Risolvere problemi, trovare oggetti scomparsi, rispondere alle istruzioni. Voglio che mi porti una mela.”
“Blah. Una mela presa in bocca da un bionimale.” commentò Wayne.
“Lo sai che non è possibile, Norm.” obiettò Peggy.
“Sì invece.”
“No. I bionimali non hanno il cervello come i cavalli veri. Non puoi insegnargli niente, puoi solo guidarli dove vuoi.” Peggy appoggiò una mano sulla testa di Norman, che se la scrollò via correndo davanti a tutti.
“Attento a non cadere!” si raccomandò Peggy.
“È come per il tuo carretto!” gridò Norman per tutta risposta.
“Non è come il mio carretto!” rispose la sorella. “Il mio carretto si può fare.” aggiunse la ragazzina, sottovoce.
Accelerarono tutti il passo. Le lezioni stavano per iniziare. Wayne rimase indietro, come al solito, ragliando come un somaro.
