Bluebabbler

I portali sporcano un casino.

Software di me..nta

Software di me..nta

Pubblicato da Stefano Castelvetri il 06/09/2025

Chiunque usi quotidianamente strumenti digitali (che si tratti di scrivere, comunicare, collaborare o gestire dati) ha sperimentato almeno una volta l’inadeguatezza del software moderno. Bug ricorrenti, interfacce incerte, aggiornamenti che peggiorano l’esperienza d’uso o rompono le funzionalità.

Non era così, ma ormai è diventato normale aspettarsi poco o niente, anche da strumenti essenziali.

Software lenti. Sincronizzazioni inaffidabili. Interfacce poco intuitive che cambiano continuamente senza miglioramenti evidenti. Notifiche che arrivano in ritardo o non arrivano affatto. Funzioni base che si bloccano nei momenti critici. Consumo eccessivo di memoria. Ricerche che restituiscono risultati irrilevanti o incompleti. Qualità video/audio instabili anche con connessioni ottime. Crash e blocchi improvvisi anche su macchine potenti. Mancanza di coerenza nell'usabilità. Bug che restano aperti per mesi.

Un generale senso di instabilità.

Chi usa questi strumenti cerca affidabilità, chiarezza, continuità. E, troppo spesso, non la trova. Ma non è un caso né un problema tecnico. È un problema economico.

Le regole di base dell’ingegneria del software (progettare con cura, testare a fondo, migliorare in base all’uso reale, utilizzare algoritmi e design pattern consolidati) oggi vengono sistematicamente ignorate perché non sono più allineate con gli interessi di chi sviluppa. Quando il guadagno non arriva dal prodotto in sé, ma da attività collaterali (profilazione, pubblicità, rivendita dati, contratti governativi), la qualità dell’esperienza utente smette di essere una priorità. Diventa, al più, un costo da contenere.

Anche nel mondo startup lo schema è simile: si punta alla crescita, ai numeri, agli investimenti. L’utente non è un cliente da servire, ma un dato da mostrare nei pitch. E finché non è lui a pagare, non ha reale voce in capitolo.

La conseguenza è semplice: si moltiplicano gli strumenti digitali che “funzionano abbastanza”, ma non davvero bene. E si normalizza l’idea che il software possa essere inefficiente, frustrante o incoerente. Purché generi profitti altrove.

Finché gli incentivi restano questi, aspettarsi software di qualità per l’utente sarà, purtroppo, un sogno. Non per mancanza di competenza, ma per mancanza di interesse.

Crediti e collegamenti: