Tones and I
Pubblicato da Stefano Castelvetri il 20/02/2026
Era il 2019 e insieme a milioni di persone mi ero ritrovato inseguito dalle note di Dance Monkey (muffami muffami). All'inizio, oh (muffami muffami), c'era quel fastidio che provi per i tormentoni che non ti lasciano scampo (muffami muffami) ovunque tu vada (muffami muffami). Ma poi qualcosa aveva catturato la mia attenzione. Questa ragazza australiana, Toni Watson, in arte Tones and I, sembrava uscita dal nulla con una voce originale e qualcosa di interessante nella musica.
Ero anche andato a cercare la sua storia di artista. Mi aveva colpito il passato da busker, di quando viveva in un furgone e suonava per strada. C'era talento in quello che faceva. Ma la cosa che mi faceva provare simpatia era il suo modo di porsi. In un mondo pieno di popstar che vendono prima le chiappe e poi la musica, lei sembrava fare di tutto per nascondersi. Vestiti larghi, cappellino calato sugli occhi, felpe giganti. Ascoltate la canzone, ma per favore non guardate me.
Mi sembrava di capire quel disagio,quella voglia di proteggersi dallo sguardo pubblico (che sa essere spietato, specialmente con le donne). Mi piaceva l'idea che per lei il talento potesse bastare, che non le servisse uniformarsi ai requisiti estetici del momento per arrivare in cima alle classifiche.
Poi, settimane fa, mi è capitato di sentire il nuovo pezzo con David Guetta e, guardando il video, quasi non l'ho riconosciuta. Ho scoperto una Tones and I diversa, truccata, con i capelli curati e, sì, decisamente carina.
Ora, capiamoci: non mi fa piacere perché è diventata bella secondo gli standard comuni. Mi fa piacere perché spero, dal profondo, che questo cambiamento rappresenti il raggiungimento di un equilibrio. Mi piace pensare che abbia fatto pace con lo specchio e che oggi si senta a suo agio nel mostrarsi senza il bisogno di usare i vestiti come uno scudo. Sarebbe bello se questa fosse una sua personale vittoria, la prova che è finalmente serena con la propria immagine.
Tuttavia, siccome sono un eterno malfidato, c'è sempre un cacchio di retropensiero fastidioso. Sappiamo tutti come funziona l'industria discografica. È una macchina che mastica persone e sputa prodotti. Il sospetto che dietro questo glow up ci sia la mano di qualche manager o di un'etichetta che le ha spiegato che, per restare sulla cresta dell'onda doveva diventare più vendibile, è un pelo difficile da scacciare. C'è differenza tra evoluzione personale e imposizione commerciale, e a volte gli artisti finiscono per diventare dei manichini nelle mani di chi deve tirare su i soldi.
Ma nonostante il mio cinismo, voglio essere ottimista. Voglio credere che sia tutta farina del suo sacco e che questa nuova versione di sé la renda felice. Perché, alla fine, questa ragazza che suonava per strada se lo merita di godersi il successo senza doversi nascondere dietro una felpa XXL. E se oggi sorride alla telecamera e si sente bene, forse questa è la sua hit migliore.
