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La prima de L'Eternauta

La prima de L'Eternauta

Pubblicato da Stefano Castelvetri il 11/02/2026

A volte la memoria gioca brutti scherzi. Nasconde cose lì, appena sotto la superficie.

Mi è successo con questa prima stagione de L'Eternauta su Netflix. Mentre guardavo le prime scene, è riemersa un'immagine nitidissima che, appunto, avevo dimenticato sotto la superficie: il tizio con la maschera da sub improvvisata e lo sguardo sbarrato. Mi sono rivisto ragazzino, mentre sfogliavo i numeri di Lancio Story o forse Skorpio (chi si ricorda più?) leggendo la storia a pezzetti, in modo frammentato e un po’ confuso. Le pagine di queste riviste puzzavano in un modo tutto loro.

All'epoca quelle pagine avevano un sapore strano. Per chi veniva da Topolino o al massimo da Tex erano fumetti da grandi, con una densità che non sapevo ancora bene come interpretare. Le trame non erano immediate, l'atmosfera era cupa e c'era un senso di oppressione che mi arrivava solo a tratti, filtrato da una narrazione che non riuscivo del tutto ad afferrare. La serie è riuscita a ripescare quei ricordi dal dimenticatoio e, finalmente, mi ha permesso di rimettere insieme alcuni pezzi.

Ma com'è, quindi, questa trasposizione? Te lo dico subito: bella. E, ringraziando il cielo, non soffre di quel gigantismo che ammorba certe produzioni. Sei episodi. Sei. Una misura perfetta per raccontare un'invasione senza perdersi in filler e sottotrame per allungare il brodo.

Certo, se guardi la premessa oggi, potresti pensare vagamente a Falling Skies, con gli alieni che soggiogano una parte degli umani e l'umanità rimanente che resiste. Ma la somiglianza si ferma alla superficie. Qui c'è sapore di autenticità e, soprattutto, c'è una narrazione che non è ammerigana con gli eroi sparatutto pronti a salvare il mondo tra un discorso motivazionale e una bandiera sullo sfondo.

I protagonisti de L’Eternauta sono profondamente umani e piacevolmente pieni di difetti. Hanno paura, sbagliano, esitano. La minaccia della neve mortale che cade su Buenos Aires non è solo un espediente visivo, ma una cappa psicologica che ti tiene incollato allo schermo. C'è quello spunto in più, quel carattere sudamericano fatto di storia, resistenza e pragmatismo, che rende tutto decisamente più interessante delle battaglie spaziali in CGI.

Se anche tu conservi quel vago ricordo di tute fantascientifiche fatte in casa e atmosfere sospese tra sogno e incubo, questa serie sembra il modo migliore per chiudere un cerchio. A me è piaciuta perché non cerca di stupire (troppo) con effetti speciali. Propone semplicemente una storia che riesce a viaggiare nel tempo restando terribilmente attuale.

(ah no, ecco, era Lancio Story)

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