The Zero Theorem
Pubblicato da Stefano Castelvetri il 21/09/2020
Qohen è un informatico, un macina-dati bravo ma totalmente asociale. Non sopporta di lavorare presso la sede della Mancom. Vorrebbe rimanere a casa, non vedere nessuno, e ricevere la Telefonata che darà senso alla sua vita. Quando viene accontentato e gli si permette di lavorare al 'Teorema Zero', Qohen inizierà a ricevere visite da un sacco di persone.
Lo chiamano smartworking, ciccio. E non è per niente una pacchia come credono i sciur padrun.
Comunque, pur avendo ignorato a lungo l'esistenza di questo film, appena ho adocchiato l'accoppiata Christoph Waltz e Terry Gilliam mi ci sono buttato.
Rimanendo progressivamente deluso man mano che le cose non accadevano.
Perché alla fine di questa storia succede poco. Come per il Teorema Zero del titolo, non sembra portare a nulla. A meno che il significato non fosse davvero ben nascosto. Oppure mi sia sfuggito per rincretinimento o stanchezza.
Mi è sembrata una di quelle sit-com in cui tutti i personaggi fanno regolarmente visita nella stessa location, spesso nella stessa stanza. Entrando, recitando la gag, uscendo di scena. Pure con le risate del pubblico, se vogliamo, perché qui Gilliam la butta davvero molto (troppo) sul buffonesco. Tanto che possiamo in alcuni momenti immaginare scene accompagnate dalla colonna sonora del Benny Hill Show. Per darti un'idea.
E, sì, sono rimasto deluso.
Anche se Christoph Waltz è bravissimo nella sua interpretazione, anche se Melanie Thierry è particolarmente sexy. Anche se la fantasia di Terry Gilliam riesce a creare un mondo distopico e coloratissimo, fumettoso e inquietante, sembra sempre che manchi qualcosa. Forse il paragone immediato con Brazil, forse una certa incompletezza del tutto.
P.S. Carina la tecnologia informatica immaginata per questo film. Se le animazioni su schermo sono orribili, c'è invece originalità nell'uso delle interfacce fisiche e soprattutto nelle memorie, che in questo caso assumono la forma di fialette di liquido fluorescente.
