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Terremoto sotto pelle

Terremoto sotto pelle

Pubblicato da Stefano Castelvetri il 27/05/2026

Ne avevo scritto pochissimo, giusto un paio di righe nel vecchio blog, in un post perduto, con un titolo che ancora oggi mi evoca cose ('quanto durano 30 secondi').

Oggi, a distanza di quattordici anni, mi rendo conto che quel ricordo è ancora estremamente vivido. Non è sbiadito nemmeno un po', anzi, è lì inciso nella memoria come se qualcuno ci avesse dato dentro con uno scalpellone spaccone.

Al tempo lavoravo a Mirandola. Se hai presente la mappa di quei giorni, capirai che ero praticamente sopra l'epicentro.

Il 29 maggio era un martedì. Il fine settimana precedente era stato un continuo ballare, una roba da mal di mare, ma quella mattina è stata diversa. Entravo più tardi, e per una strana coincidenza non avevo parcheggiato nel piazzale dell'azienda ma in strada (fu una fortuna). Stavo quasi per varcare la soglia quando, wooom, mi sono ritrovato lungo disteso sull'asfalto del parcheggio interno. Non in mezzo allo spiazzo, ma tra due automobili.

Il problema è che le automobili non stavano ferme. Sobbalzavano, saltavano, ondeggiavano come se fossero fatte di gommapiuma. E io non riuscivo a rialzarmi. In quei secondi il tempo si è dilatato in una maniera impressionante, tutto girava letteralmente al rallentatore. Mi è passato per la testa un pensiero chiarissimo, lucido, quasi banale nella sua tragicità: "Toh, morirò schiacciato tra due macchine parcheggiate. Che schifo.".

Per fortuna la shackerata si è calmata quel minimo che mi è bastato a tirarmi su e a uscire da quel buco giusto in tempo per assistere ai crolli, tutti intorno. Una sequenza rapida, quasi cinematografica: una casa oltre la strada che viene giù, la facciata di un capannone che si sbriciola, un altro pezzo di stabile crolla poco più avanti. Poi ho visto i colleghi uscire di corsa dalla porta principale. Ma proprio molto di corsa. E, subito dopo, le grida. Arrivavano da un centinaio di metri di distanza, dove ho scoperto nei giorni seguenti che ci sono state vittime. Sono state le grida più brutte che abbia mai sentito in vita mia.

Mentre molti già correvano verso quello strazio, io avevo il cervello altrove. La mia famiglia era a molti, troppi chilometri di distanza e il telefono era un accessorio inutile, perché non si prendeva la linea. Ho preso l'auto e sono partito. Lungo la strada lo scenario era da zona di guerra: case di campagna, soprattutto quelle vecchie, completamente abbattute. Nuvole di polvere che si alzavano ovunque.

Ti risparmio questi momenti di ansia.

Raccolta tutta la famiglia, constatati i danni e chiuso il gas, quel giorno siamo scappati al mare. Ricordo mio figlio piccolo (aveva due anni) che scopriva che gli piacevano le vongole. Una piccola sciocchezza che ci ha fatto dimenticare, per un po', quello che avevamo lasciato alle spalle. Siamo rimasti lì diversi giorni, finché l'azienda dove lavoravo non ha trovato una soluzione, visto che la sede era diventata inagibile.

In quel periodo tenevamo i bambini a casa perché gli asili erano chiusi. Non era solo un problema di edifici: le maestre erano rimaste traumatizzate. Ci hanno raccontato che non volevano più affrontare il peso (immenso) di dover scegliere, in pochi secondi, quali bambini afferrare per portarli fuori al sicuro e quali dover lasciare indietro anche solo per un istante. Una responsabilità che le aveva devastate.

I mesi successivi sono stati un'avventura intensa che oggi fatico a ripercorrere. Abbiamo lavorato ovunque: sugli autobus, nei container, a New York e anche sotto un tendone da circo. Non sto scherzando. Estati caldissime, inverni gelidi e la (ig)nobile quotidianità del Sebach, il bagno chimico. Di acqua corrente nemmeno l'idea. In tutto quel caos ho acquisito una certa predilezione, che non mi ha più mollato, per lo stare all'aria aperta. Non ero l'unico. Siamo diventati tutti un po' più selvatici, meno domestici. Ci siamo anche trovati ad aiutarci di più, a resistere insieme. A ricostruire insieme. Sembra strano a dirsi, ma in mezzo a tutta la sfiga è stato un periodo quasi positivo per lo spirito umano, per il rapporto con gli altri.

Poi c'è una cosa che ci siamo raccontati spesso, ridacchiando nervosamente: tutti quei manuali e quelle lezioni che ti spiegano cosa fare "in caso di terremoto". Dicono di spostarti qui, di andare lì, di mantenere la calma. La realtà che abbiamo vissuto è che era un'impresa anche solo restare in piedi. Altro che muoversi (con ordine) verso le uscite di sicurezza. Ma va là.

Quanto tempo è passato. Sembra ieri, o un'altra vita. Eppure il terremoto è sempre rimasto lì, sotto pelle.