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Miti morti male

Miti morti male

Pubblicato da Stefano Castelvetri il 28/03/2026

Certi miti e certezze sono come quelle vecchie felpe stampate che tengo nell'armadio per anni, nello scaffale più alto: stanno lì finché un giorno le indossi, ti guardi allo specchio e capisci che ti stringono ovunque e, onestamente, sono pure fuori moda. E, a malincuore, vanno date via. Ecco, nel corso del tempo ho dovuto fare i conti con alcuni pilastri del mio pensiero che, come per le felpe, sono crollati sotto il peso del tempo. Non è stato un processo indolore, ma è stato ahimé necessario.

Il mito della saggezza automatica

Ho passato gran parte della giovinezza convinto che la saggezza fosse una sorta di premio fedeltà: superi i quaranta, accumuli abbastanza anni di epserienze esistenziali e, come per magia, inizi a capire come funziona il mondo. Mi immaginavo mentre dispensavo perle di filosofia, con la pipa, davanti a un caminetto. La verità è che l'età, da sola, non insegna assolutamente nulla. Ho incontrato persone di sessant'anni con la maturità emotiva di un pre-adolescente e giovani ventenni con una profondità disarmante. Se non c'è un lavoro consapevole di riflessione, cultura, autocritica e una buona dose di umiltà, l'unica cosa che si accumula con il tempo sono le rughe e la predisposizione a lamentarsi del rumore in strada. Diventare vecchi è (arrivandoci) un destino. Diventare saggi è (non illudiamoci) un lavoro a tempo pieno.

Il mito della tecnocrazia salvifica

C'è stato un periodo, forse dettato da un eccesso di ottimismo tecnologico, in cui pensavo seriamente che se avessimo dato le chiavi della pubblica amministrazione a un gruppo di sviluppatori, il mondo sarebbe diventato un posto perfetto. Immaginavo processi ottimizzati, refactoring della burocrazia e una società gestita con la stessa pulizia di un codice ben strutturato. Ci volevo persino scrivere una storia, ma è stato un bene non averlo fatto. L'esperienza degli ultimi anni, specialmente osservando ciò che accade oltre oceano, mi ha brutalmente svegliato. Vedere orribili tech-bro in posti di rilevanza globale mi ha fatto capire che l'arroganza di chi crede che ogni problema umano sia solo un bug da risolvere è pericolosa. Chi vive di smania e mancanza di empatia rischia di dimenticare che gli esseri umani sono fatti di esperienze, emozioni e variabili imprevedibili che non possono essere gestite con un semplice if-then-else. Un governo di soli tecnici, soprattutto con queste caratteristiche, finirebbe in mano a sedicenti geni incompresi che scambiano il bene comune per un esperimento di disruption fuori controllo.

Il mito della pazienza che non è mai arrivata

Un altro grande inganno che mi sono propinato riguarda la pazienza. Mi dicevo che, una volta superata la foga della gioventù, sarei diventato una persona calma, imperturbabile, capace di affrontare le code alle poste o i rallentamenti del traffico con il sorriso serafico del pescatore di carpe. Non è successo. Anzi. Sembra che il mio livello di tolleranza verso l'inefficienza sia diminuito proporzionalmente al numero di candeline sulla torta. La verità è che il tempo è diventato una risorsa sempre più scarsa e vederlo sprecato mi irrita oggi molto più adesso di quanto facesse dieci anni fa. Forse la pazienza non è una dote che si acquisisce, ma va allenata ogni giorno (con risultati alterni, spesso fallimentari).

Il mito dell'infallibilità dei grandi brand

Infine, ho dovuto smettere di credere che se un'azienda fattura miliardi, allora sappia sicuramente cosa sta facendo. Da fuori i grandi marchi sembrano macchine perfette, monoliti di efficienza e strategia. Se guardi bene dietro le quinte, però, scopri che sono solo ammassi di persone confuse che cercano di barcamenarsi tra riunioni inutili e decisioni prese dal management all'ultimo momento. Mi è capitato di collaborare con realtà enormi e scoprire che il know-how delle persone era sottilissimo. A volte la differenza tra una multinazionale e un piccolo ufficio di provincia è solo il budget per il marketing e la capacità di nascondere gli errori sotto un tappeto molto più costoso. È una consapevolezza che inizialmente ti spaventa, ma poi ti fa sentire decisamente meglio riguardo ai tuoi piccoli fallimenti quotidiani.

Il mito dell'adulto risolto

Eccèpperò anche una convinzione che, più di tutte, si è sgretolata con il passare dei decenni: l'idea che esista un momento preciso in cui ci si sente finalmente adulti fatti e finiti. Da bambino guardavo chi aveva trenta o quarant'anni come se possedesse un manuale segreto di istruzioni per la vita, una sorta di roadmap definitiva che spiega come gestire i risparmi, le relazioni e i dubbi esistenziali. Poi, arrivato a quell'età, ti guardi intorno spaesato rendendoti conto che sei esattamente la stessa persona di prima, solo con qualche responsabilità in più. Quel senso di padronanza della vita non arriva mai. La verità è che stiamo tutti improvvisando, a tutte le età, cercando di dare un senso a una giornata dopo l'altra mentre speriamo che nessuno si accorga che, in fondo, non abbiamo idea di cosa stiamo facendo.

Accantonare questo mito giovanile forse è una delle esperienze più liberatorie che si possano fare, perché puoi iniziare finalmente a goderti il viaggio.

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