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Lo shuffle di Spotify

Lo shuffle di Spotify

Pubblicato da Stefano Castelvetri il 11/10/2025

Ho riaperto Spotify dopo mesi (piacevoli) di astinenza. Motivi tecnici mi hanno costretto per qualche giorno a riprenderlo.

Avevo una playlist di 126 brani, 8 ore e mezzo di musica selezionata con cura. L’ho avviata in modalità shuffle, pronto a lasciarmi accompagnare. E invece no. Dopo una decina di canzoni, lo shuffle ha deciso che era il momento di ricominciare da capo. Stessi brani, stesso ordine.

Ho provato a uscire e rientrare, a cambiare playlist, a riavviare l’app. Niente. Sempre gli stessi pezzi, come se l’Algoritmo avesse una fissazione per una manciata di titoli.

A un certo punto, addirittura, mi ha riproposto la stessa canzone due volte di seguito.

Ecco. Ora mi è tornato tutto in mente. Era per queste cose che avevo smesso di usare Spotify.

Lo shuffle non è un’opinione, è anche piuttosto basilare. Non sto chiedendo la luna. Non pretendo che l’algoritmo legga nel mio animo e capisca esattamente quale canzone voglio sentire in questo preciso istante (anche se, onestamente, beh). Sto chiedendo solo una cosa: che funzioni.

E non sto parlando di fantascienza. Un algoritmo decente per mescolare 126 brani senza ripetizioni immediate o cicli prevedibili non è roba da geni dell’MIT. È roba da ragazzo del liceo con un minimo di dimestichezza con la programmazione. Basta un po’ di logica, un po’ di attenzione, e il gioco è fatto. Eppure, Spotify (azienda da 60 miliardi di dollari con 600 milioni di utenti) non riesce a farlo.

"Ma con la versione a pagamento funziona tutto bene"

Già. Bene. Però qui nasce un problema più grosso: la fiducia.

Se devo pagare un’azienda, qualsiasi azienda, voglio che sia un nome di cui mi possa fidare. E la fiducia si costruisce (o si distrugge) su due opzioni:

  1. Sei incapace - Se non sei in grado di realizzare un sistema di shuffle decente nemmeno nella versione base, che garanzie ho che il resto funzioni? Che i tuoi algoritmi di raccomandazione siano affidabili? Che la qualità audio sia accettabile? Che i miei dati siano al sicuro? Se fallisci su una cosa così semplice, perché dovrei credere che tu sia competente su tutto il resto? Perché dovrei lasciarti i miei soldi?

  2. Mi stai ricattando - Se decidi di non offrire un servizio minimo dignitoso (ripeto: non sto parlando di funzionalità avanzate, ma del minimo indispensabile) a meno che io non ti paghi, non sei un’azienda di cui fidarsi. Sei un’azienda che sfrutta la scarsa alternativa per spillare soldi. E quei soldi che ti dovrei dare li possiamo chiamare riscatto o pizzo. Perché dovrei lasciarti i miei soldi?

Alla fine, la domanda che mi faccio non è "come mai lo shuffle di Spotify fa schifo?", ma "perché?".

Scelta tecnica? Problema di risorse? O semplicemente non gliene frega niente? Perché se la risposta è l’ultima, allora il problema non è più lo shuffle. Il problema è che Spotify non si cura abbastanza dei suoi utenti. E questo, più di un algoritmo che non funziona, è il vero motivo per cui tra qualche giorno tornerò serenamente a disinstallare l’app.

Sono l’unico che si ostina a pretendere che un servizio da miliardi di dollari funzioni decentemente? O bisogna davvero piegarsi a questa mediocrità diffusa?

Crediti e collegamenti:

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_:

prova

Pubblicato il: 12/10/2025

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