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Esistere non basta. Bisogna ardere.

Una nuova (vecchia) casa

Una nuova (vecchia) casa

Pubblicato da Stefano Castelvetri il 29/11/2025

Ci sono posti che scegli e posti che sceglievano già te prima ancora che tu li notassi.

Non so se sia 'casa' nel senso classico del termine. So solo che è passato un mese eppure mi sembra di viverci da sempre. E so che 'casa' è il posto dove tieni la macchina del caffè. E per ora mi basta.

Per arrivarci, devi affrontare una via acciottolata che sembra progettata per fare inciampare. Non è lastricata con i sanpietrini lisci e urbani, quelli che scivolano sotto i piedi quando piove. Qui ci sono sassi di fiume, spessi, levigati dal tempo. Camminarci sopra è un esercizio di equilibrio. I tacchi sono la morte. Ma d’estate, gli alberi frondosi fanno un'ombra fitta e fresca.

Non conosco l'età di questa casa. Non so quando è stata costruita.

Davvero. Non ci sono documenti precisi.

E al massimo sono arrivato a un documento di eredità del 1907. Ma ogni volta che indago, faccio un altro passo indietro nel tempo.

So che, per una generazione, è stato uno di quegli edifici che erano il cuore di una minuscola economia contadina. I proprietari andavano in giro per le campagne, raccoglievano prodotti e li portavano in paese per rivenderli. Ora l'edificio è inglobato nel centro del paese, ma conserva l’anima di quando era più isolato. La struttura è quella originale: una corte interna dove tutto aveva una funzione. C’era la porcilaia (ora scomparsa), c’erano le stalle (adesso garage). C’è ancora il fienile, con le travi a vista (e un sacco di ragnatele). C’è il vecchio pozzo, ancora funzionante.

Tre piani da abitare, muri spessi e robusti, persiane di legno un po' scrostate (la prossima estate le restaurerò) che scricchiolano come vecchie ossa. Ogni stanza ha una storia. L'abbiamo scoperta, parte della storia, dai racconti dell'ultimo proprietario (novantaquattro anni portati benissimo) e dei vicini. E il Comune, con le infinite domande, controlli, obiezioni e ricerche nell'archivio storico ci ha mandato di matto ma ci ha anche fatto scoprire, involontariamente, molte tappe fondamentali.

Ho una lista infinita di lavori da fare. Anzi, liste. Al plurale. Ce n'è una per le urgenze, una per i miglioramenti. Una terza, la più lunga, per i sogni.

Se sommi tutto, viene fuori che ho lavoro per i prossimi dieci anni. Forse di più. Ma è un pensiero che non mi spaventa. Anzi, mi piace l’idea che questa casa forse non sarà mai finita del tutto. Che ogni volta che pensi di averla domata, ti ricordi che ha ancora qualcosa da insegnarti.

Non so se questa sia la casa dei sogni. So solo che è la casa che vivo.

Per ora stiamo facendo amicizia.

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