Consenso a tutti i costi
Pubblicato da Stefano Castelvetri il 04/04/2026
Ieri, non so perché, mi è sembrato di assistere a un funerale online. Blogger che si disperavano perché i commenti scarseggiano, e content creators (un termine che mi regala un leggero prurito ogni volta che lo sento) che puntavano il dito contro i follower cattivi che nascondevano le loro perle al mondo.
Non voglio fare l'ipocrita. Anche io, dal mio piccolo angolo di web, occhieggio le statistiche e ammetto che vedere quel grafico piatto mette addosso un bello sconforto e un gran senso di solitudine. Però, boh, non riesco proprio a trovare il coraggio di lamentarmi con chi sta dall'altra parte dello schermo. Mi chiedo: per quale motivo dovresti sentire il bisogno impellente di fermarti, riflettere e scrivere un commento sensato a quello che ho pubblicato?
Siamo nel mezzo di giornate frenetiche. Corriamo tra una scadenza e l'altra, cercando di restare a galla, e nei pochi minuti di pausa scorriamo lo smartphone per distrarci. Pura sopravvivenza mentale. In questo caos, l'attenzione è la moneta più preziosa che abbiamo. Chiedere a qualcuno di dedicare anche un solo minuto della propria vita per dirmi bravo o per contestare un mio pensiero è una richiesta enorme. Guardo quello che scrivo e mi chiedo onestamente se ho prodotto qualcosa di così memorabile, utile o anche solo piacevolmente leggero da meritare questo sforzo. La risposta, quasi sempre, è un secco NO.
Forse siamo diventati un po' troppo convinti di essere i protagonisti di un The Truman Show, dove ogni nostro sbadiglio dovrebbe generare commenti e attenzione. Ma la realtà è che sguazziamo in un rumore di fondo costante. Se il mio post passa inosservato, forse non è colpa dell'indifferenza di chi mi segue. Forse, oh, non ne valeva la pena.
E sai cosa? Va bene così. Non scrivo per collezionare i cuoricini digitali o per sentirmi un genio della comunicazione. Scrivo perché ne ho bisogno, perché mettere in fila le parole mi aiuta a capire cosa mi passa per la testa. Se qualcuno decide di fermarsi un istante e lasciare un segno lo considero un regalo inaspettato, non un diritto acquisito. Che, poi, la libertà di non interagire ancora ci salva dal diventare schiavi del consenso a tutti i costi.
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