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Niente premio per l'eroe

Niente premio per l'eroe

Pubblicato da Stefano Castelvetri il 08/05/2026

Se stai leggendo queste righe, spero che tu abbia già vistto le prime due stagioni di Daredevil Born Again. In caso contrario, fermati perché siamo a rischio spoiler. E non dire che non ti avevo avvertito.

Ho sempre avuto un debole per questa serie. Mentre il resto dell'universo Marvel cinematografico si perdeva tra battutine fuori luogo e minacce intergalattiche risolte a pow, bum, sbeng, Daredevil è rimasto nelle strade di Hell's Kitchen a ricordare che il genere supereroistico può ancora mostrare qualcosa di più profondo dello sbam, pum, woosh. E questo ultimo capitolo non ha tradito le attese. Anzi, mi ha lasciato addosso una sensazione di aver guardato qualcosa di necessario.

Quello che mi ha colpito di più è quanto (considerando soprattutto che viene dalla combo Disney+Marvel) questa serie sia diventata sfacciatamente politica. La New York governata dal sindaco Wilson Fisk non è una fantasia distopica lontana dalla realtà: è lo specchio fedele (decisamente inquietante) della deriva autocratica degli USA che vediamo ogni giorno dai notiziari. C'è tutto: violenza istituzionale, milizie che pattugliano le strade, sparizioni e la corruzione che diventa sistema, legge, normalità.

Fisk è il cattivo perfetto perché è diventato accettabile. Ne avevamo parlato tempo fa, ricordi? Esatto. C'è proprio una brevissima scena in cui un cittadino qualunque, durante un'intervista a BB, dice che "almeno lui è interessante". Fa paura, vero? È il trionfo dell'immagine sulla sostanza, del carisma che giustifica la prevaricazione. Dall'altra parte abbiamo Matt, che per me resta l'eroe più puro di tutto il baraccone Marvel. Non perché sia perfetto, anzi. È pieno di dubbi, sbaglia, azzarda, si tormenta su cosa fare persino contro un folle come Bullseye. Ma è proprio questa sua umanità a renderlo credibile quando cerca la Giustizia, quella vera, quella che non può accontentarsi delle scorciatoie.

Però, parliamo del finale. Perché è lì che la serie ti tira un bel diretto. Non allo stomaco, ma al nostro bisogno di vedere il bene trionfare.

Chi ha vinto davvero? Se guardiamo i fatti nudi e crudi, la situazione è paradossale. Matt è riuscito a incastrare Fisk in tribunale, certo, ma a quale prezzo? Ha dovuto rinunciare a tutto quello che aveva costruito in una vita intera, svelando a tutti la sua identità. E poi c'è la scena dello scontro finale, dove Daredevil si trova a salvare il suo peggior nemico dal linciaggio della folla. Ha fatto la cosa giusta? Probabilmente sì, secondo la sua etica incrollabile, ma il risultato non è quello che ci si aspetta.

Nelle ultime inquadrature la contrapposizione è totale. Vediamo Matt in una cella, circondato dai criminali che lui stesso ha contribuito a far rinchiudere lì dentro. Ha perso la libertà, ha perso la sua vita privata, ha perso il suo studio legale. Eppure sorride. Dall'altra parte c'è Fisk, di fronte all'oceano di una spiaggia idilliaca, baciato dal sole, libero da ogni vincolo se non quello dell'esilio. E Fisk non sorride. È cupo, tormentato, forse per la prima volta davvero sconfitto.

È un finale che mi lascia una sensazione amara e bellissima, allo stesso tempo. Mi ricorda che nella vita reale, quella che la serie prova a raccontare attraverso i cliché dei comics, non c'è quasi mai un premio per chi decide di fare la cosa giusta. Non c'è la medaglia. Non c'è l'applauso finale che sistema tutto. Spesso, nel migliore dei casi, l'unica ricompensa per aver seguito la propria morale è la consapevolezza di averlo fatto, anche se significa finire dietro le sbarre mentre il tuo nemico sta in spiaggia.

Forse nessuno dei personaggi ha ottenuto quello che cercava all'inizio di questa storia. Fisk voleva il potere assoluto nella sua città, e si ritrova esiliato in paradiso. Matt voleva proteggere New York e i suoi cari, e si ritrova senza la libertà. Ma quel sorriso, nella cella, dice che ha trovato una pace che Fisk, con tutto il suo potere e la sua influenza, non potrà comprare.

È una vittoria? Onestamente, non lo so. Ma è sicuramente la cosa più vicina alla realtà che io abbia mai visto in un telecomic.

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