Una sola goccia
Pubblicato da Stefano Castelvetri il 31/07/2026
Dicevano gli anziani che era nato come un difetto del cielo. Un grumo di gravità incastrato a mezz'aria tra le creste della Valle dell’Ouro. Fin dal primo istante, la pioggia che cadeva su quel versante aveva smesso di raggiungere il suolo, curvando bruscamente verso un punto invisibile a un centinaio di metri da terra.
Goccia dopo goccia, la massa d’acqua era cresciuta, con fame geometrica, avvolgendo quel punto di una trasparenza densa, vitrea.
Ora, dopo decenni, il Lago dominava la valle. Era un globo irregolare di sette milioni di metri cubi d’acqua. Tonnellate sospese nel cielo, in attesa. Un’attesa liquida, paziente, cresciuta di giorno in giorno.
Elias viveva all'ombra di quel prodigio. La sua casa, un rifugio di pietra e legno costruito al limite dell'ombra perenne del Lago, sorgeva storta e inclinata per assecondare la pendenza del terreno. Aveva il tetto rinforzato per resistere alle scariche d'acqua improvvise. Le pareti esterne erano ricoperte da una patina di muschio. Dentro, Elias teneva i suoi strumenti ordinati lungo le pareti: pertiche, raschietti, reti a maglia fitta che sembravano ragnatele rinforzate. Su un tavolo di pietra conservava campioni d'acqua prelevati a diverse altezze, etichettati con cura certosina.
La valle non era arida, anzi. Era ricca di vita, umida, oscena e prepotente. Il terreno sotto il Lago era un tappeto di muschi spessi che spurgavano acqua a ogni passo, cuscini di licheni che parevano spugne gonfie, felci giganti e fiori dal calice rovesciato che cercavano di bere verso l'alto, verso quel cielo verde che confondeva i germogli. Erano figli delle «pioggerenne». Ogni volta che il vento riusciva a scorticare la superficie della sfera, lembi d’acqua si staccavano dalla massa e scivolavano al suolo come pioggia distratta, capricciosa, che ammantava il terreno di un velo di umidità.
Elias camminava con il passo di chi teme di inciampare nel cielo. Il nocciolo gravitazionale era incastrato a un’altezza tale che la parte inferiore del Lago non fluttuava semplicemente. Premeva contro la terra. Lì, in quel punto di contatto, le due gravità, quella del pianeta e quella del cielo, si sovrapponevano in un abbraccio muto e violento.
Elias canticchiava. Ogni mattina iniziava il rito della «monda». Era un lavoro sporco e ostinato. Armato di una pertica di dodici metri, percorreva la circonferenza inferiore della Sfera per ripulire la superficie dell'acqua. Il Lago era una trappola spietata: attirava foglie morte, carogne di lepri, rami spezzati e una polvere grigiastra portata dal vento. Elias usava il raschietto per scalzare corpi che solo la tensione superficiale impediva al Lago di inghiottire. Era una lotta contro la viscosità: se non era abbastanza rapido, i detriti venivano risucchiati e iniziavano il loro lento, inesorabile viaggio verso l'interno. Li vedeva affondare diagonalmente, sospesi in quel verde torbido, puntando dritti al nocciolo invisibile. Cadaveri di corvi dalle ali spezzate, ratti con gli occhi vitrei. Galleggiavano tutti nel cuore della sfera, scure macchie decomposte che rovinavano la perfezione del globo. Diventavano ombre prigioniere di un’ambra liquida, impossibili da raggiungere, condannate a restare lì finché l'acqua stessa non le avesse digerite. O finché il peso dei sedimenti non avesse alterato l'equilibrio del Lago stesso.
Era una mattina di primavera. Il sole colpiva il fianco della Sfera, trasformandola in una lente colossale che incendiava di verde smeraldo tutta la valle. Elias inclinò il viso verso l’alto, come in ascolto di un richiamo. Nell’aria aleggiava un odore di ozono e di linfa così forte da fargli girare la testa.
Decise di entrare nella zona di sovrapposizione. Si addentrò sotto la curvatura del Lago, fin dove l'acqua toccava terra impastandosi con i muschi e il limo. Si tolse gli stivali, rivelando piedi bianchi segnati dal freddo e dall’umidità. Con una lentezza sacrale si sdraiò sul tappeto vegetale che emetteva un debole ciaffo. Infilò infine le gambe nel punto di contatto.
La sensazione di rottura dell’equilibrio era difficile da descrivere. Sentì le dita dei piedi diventare gelide e leggere, mentre l'acqua cercava di risucchiarle verso l'alto. Il resto del corpo, però, era ancorato al suolo. Un agire di pesi opposti, un braccio di ferro tra ossa e fluidi. Elias sentiva la schiena premere contro il fango e, contemporaneamente, lo stomaco tendersi verso il centro della Sfera.
Allungò una mano e la immerse nel muro d’acqua sopra di lui. Sentì la mole dei milioni di metri cubi che premevano per essere liberati. Eppure restavano lì, schiavi di un punto invisibile. Elias immaginò che, un giorno, la Sfera sarebbe crollata al suolo, sconfitta, annegando ogni creatura. Oppure sarebbe diventata così pesante, così colma di ogni singola goccia e di ogni cadavere di corvo, da vincere la gravità della Terra stessa. Immaginò il Lago che si staccava dal fango portandosi via la Valle, la sua casa, i muschi e i fiori rovesciati, sparendo nel cielo come una colossale isola di fango.
«Vieni su, dove il fondo non c'è più, resta nel verde e non scendere mai più.» pensò, e la rima lo fece ridacchiare come un bambino che ha appena scoperto un piccolo segreto che nessuno può capire.
Ritirò le gambe con uno strattone, sentendo la terra riprendersi il suo tributo. Rotolò fuori dalla zona di contatto, ansimando, mentre una delle solite «pioggerenne» lo investiva inzuppandogli i vestiti di quell'acqua sospesa.
Guardò il Lago. L'enorme perla cinerea che continuava a raccogliere gocce di pioggia, aumentando di un millimetro alla volta il suo raggio, la sua pretesa, il suo peso.
Fece ritorno a casa avanzando inclinato, con la spalla destra abbassata, come se un filo invisibile gli tirasse l’altra spalla verso il centro della Sfera. Sulla valle rigogliosa scese il buio, un buio bagnato che inghiottì i contorni delle montagne.
Il Lago rimase lì, un globo d'acqua che brillava aspettando la prossima goccia. Una sola goccia. Ancora una.
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