Bluebabbler

I portali sporcano un casino.

La salama spaziale - le prime righe

La salama spaziale - le prime righe

Pubblicato da Stefano Castelvetri il 09/04/2026

Tra Ferrara, il Po e un’orizzonte così piatto che pare disegnato da un geometra, si estende un territorio dove la nebbia più che un fenomeno meteorologico è uno stato d’animo. Qui, tra campi che in estate sembrano lastre di pietra e in inverno pozze di fango, due minuscoli paesi si fronteggiano da decenni. I paesi si chiamano Binazzo Bassa e Santa Maria Ponte. Li divide un fosso (al fòs, per i locali) largo un braccio ma profondo quanto l’astio che li separa.

Santa Maria Ponte, nel corso degli anni, ha trasformato la sua vocazione gastronomica in un modello di business. Ogni anno una sagra nuova: tortellini, rane, tartufo (non quello vero, ma poco importa), pesce di fiume (pescato nel Po, così dicevano), salame alla brace (sempre bruciato), vongole fritte (nessuno sapeva perché, ma attiravano turisti da Modena). Presi dall’entusiasmo, i Santamariesi avevano persino provato con la "Sagra del Pomodoro Industriale", prima di rendersi conto che nessuno voleva mangiare roba estratto da una scatola. Ma poco importava: l’importante era avere un cartello con una bella grafica, un articolo sul giornalino locale, e la possibilità di vendere bicchieri di vino delle sabbie a tre euro chiamandolo "vino dell'anno".

Binazzo Bassa, invece, ha resistito. Non per orgoglio, ma per pigrizia organizzativa. L’unica sagra che non è mai naufragata nel disinteresse generale era quella della Salama da Sugo, un piatto così denso di storia, grassi e sentimenti che nemmeno la concorrenza delle festicciole paesane del paese vicino riusciva a scalfirlo. La Salama, per i binazzesi, era sacra. Non per il sapore (che, onestamente, dopo il terzo boccone cominciava un po’ a impalugare) ma perché era l’unica cosa che Binazzo Bassa aveva e Santa Maria Ponte non avrebbe mai potuto copiare.

O almeno, non ufficialmente.

I binazzesi la chiamavano "la nostra tradizione", anche se in realtà la ricetta l’aveva portata un macellaio di Cento negli anni ’60, e il segreto della sua bontà stava nel fatto che nessuno osava chiedere cosa ci fosse davvero dentro. Si sussurrava di carne di maiale allevato a birra, spezie importate dal cugino che faceva l’autista per un circo, e una quantità di aglio tale da tenere lontani non solo i vampiri, ma anche i turisti più curiosi.

A Santa Maria Ponte, invece, la Salama era considerata un affronto personale ed era bandita da ogni casa. Non tanto per il gusto (che, come detto, impalugava) quanto per il prestigio. Perché se Binazzo Bassa aveva la sua sagra fissa, loro erano costretti a inventarne di nuove ogni anno, un po’ come un governo che cambia le leggi per distrarre dalla crisi economica.

E così, mentre a Binazzo Bassa si preparano all’ennesima edizione della Salama, con Don Giorgione che benedice le pentole e la signora Adele che controlla che nessuno rubi il macinato, a Santa Maria la sindaca Gigliola convoca una riunione d’emergenza nella Sala Consiliare.

Per gli assessori di Santa Maria del Ponte, quella stanza era importante e prestigiosa come il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Nella realtà, era un ex magazzino rimesso in ordine, con una macchia di umidità a forma di Madonna piangente e un tavolone impiallacciato salvato da un’asta fallimentare di mobili da ufficio.

Il Consiglio Comunale era riunito, e come sempre gli animi erano accesi. Fuori, oltre il fosso, il trattore di Borzolotti passava e ripassava nel campo. Non per minaccia, ma perché l’anziano contadino faticava a contare i passaggi. Il rumore del motore copriva talvolta le discussioni, ma nessuno si lamentava: forse era meglio così.

«Quest’anno facciamo la sagra della Salama.» annunciò la Gigliola, alzandosi di scatto, e una nuvola di lacca per capelli avvolse i partecipanti.

Silenzio.

«Ma noi non abbiamo la Salama.» osservò l’assessore ai lavori pubblici, Marani, quello con la cravatta sempre sporca e spiegazzata. «Non l’abbiamo mai avuta.»

«Appunto» rispose la Gigliola. «Faremo la migliore.»

L’assessore al turismo, Belli, si aggiustò gli occhiali. «E come?»

«La chiameremo Salama Tradizionale di Santa Maria Ponte.»

«Ma non è una nostra tradizione!» obiettò la segretaria, Daniela "Excel" Rossi, l’unica che sapeva usare il celebre software per fare calcoli e non liste.

La Gigliola sorrise, con il sorriso astuto di chi ha già venduto il ponte prima di costruirlo.

«Lo sarà.»

Fuori, il trattore di Borzolotti sterzò di colpo e si spense.

Tutti, nella sala del Consiglio Comunale, trattennero il respiro. Sembrava quasi un presagio funesto.

In realtà, il trattore aveva solo finito il gasolio.

Crediti e collegamenti:

Caricamento commenti da Mastodon

Caricamento commenti da BlueSky