In forme - Dolki Min
Pubblicato da Stefano Castelvetri il 06/02/2026
Volevo pubblicare queste impressioni insieme a Vita Aliena di Fabrizio Venerandi, perché li ho letti uno subito dopo l’altro e ho provato una forte sensazione di familiarità, come se fossero due episodi della stessa storia, due puntate della stessa serie, due canzoni dello stesso album. O qualcosa di simile.
Insomma, leggendo probabilmente capirai.
In Forme è un libro strano, di quella stranezza che non cerca di piacere a tutti i costi, ma che ti fissa finché non ti senti a disagio.
La storia parla di un alieno mutaforma rimasto bloccato sulla Terra. Fin qui, niente di nuovo, se non fosse che la sua sopravvivenza dipende dal nutrirsi di esseri umani. Ma dimentichiamo l'alieno figo dei film che si mimetizza in un secondo tra la folla. Qui ogni singola azione è una fatica immane. Leggendo, appunto, ho avvertito quella stessa sensazione di alienazione stilistica che avevo trovato in Vita Aliena. Entrambi gli autori giocano con un linguaggio che sembra voler respingere chi legge, riflettendo la natura di esseri che non possiedono un corpo definito e che guardano il mondo da una prospettiva totalmente sballata rispetto alla nostra.
In In Forme, l'alieno vive rapporti sessuali, talvolta sentimentali, talvolta disturbanti, con gli umani. C'è questo costante attrito tra il desiderio di connessione e la necessità biologica di consumare l'altro. Si dice che Dolki Min abbia scritto questo romanzo durante una profonda crisi depressiva, e forse si vede. Non è un horror d'azione, è un diario della stanchezza. La predazione non ha nulla di epico: è un lavoro sistematico e sfibrante. Modificare la propria massa cellulare per apparire umano richiede all'alieno uno sforzo cognitivo e fisico ricorda quanto sia difficile scendere dal letto in certi lunedì mattina, solo che qui se sbagli finisci per diventare un ammasso di carne informe sul marciapiede.
Ogni spostamento a piedi per raggiungere una preda, ogni fase dell'uccisione e del recupero del corpo viene descritta con una minuzia che trasforma l'orrore in pura fatica. Camminiamo insieme a questo essere e sentiamo il peso di ogni passo, l'inadeguatezza di una creatura che deve fingere costantemente di appartenere a un sistema che non comprende e che, in fondo, lo disgusta. Ti lascia addosso un senso di straniamento sottile, facendoti riflettere su quanto sia estenuante recitare la parte della persona normale quando dentro ti senti, appunto, un alieno.
Forse il vero orrore non è, appunto, dover mangiare i propri simili per sopravvivere, ma dover mantenere un atteggiamento e un'immagine normale. In fondo, siamo tutti un po' mutaforma che sperano di non liquefarsi prima della fine della giornata.
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