Bluebabbler

Esistere non basta. Bisogna ardere.

La Treccia e la Vite - le prime righe

La Treccia e la Vite - le prime righe

Pubblicato da Stefano Castelvetri il 01/07/2025

Ferrara, 2045

Il sole filtrava tra le nubi, pallido e timido, riflettendosi sulle tegole macchiate di verde spento del centro storico. L’aria era satura dell’odore delle strade bagnate e della terra smossa nei giardini verticali delle mura. In Via delle Volte, il ciottolato umido scricchiolava sotto le ruote di un carrello automatizzato che trasportava una cassa di peperoni e cipolle. Poco più avanti, una signora con un bastone in bambù aspettava che il piccolo veicolo la superasse prima di attraversare.

Non c’erano automobili. Il cartello «Zona umana – pedoni» si era scolorito, e nessuno sembrava curarsene. Le regole, ormai, erano diventate abitudini.

Scendendo per un vicolo laterale, stretto come un calzino appena lavato, il rumore del mercato, già smorzato, svaniva del tutto. Il Vicolo del Granchio era così chiamato perché, si diceva, si stringeva e si allargava come le chele dell’animale. Qui le case sembravano farsi più basse, più scure, come se si chinassero per ascoltare.

Una ragazzina con i capelli raccolti in una treccia doppia stava legando la bici a un anello di metallo incastonato nel muro. Era una delle Superchicche, così le chiamavano nel quartiere: tre sorelle gemelle che si scambiavano gli zaini, i cappelli, i libri. Oggi toccava a Luisa, quella silenziosa. Aveva uno zaino pieno di oggetti presi in prestito: un frullino da panna, una torcia a manovella e un pesce di plastica che serviva, a quanto pareva, per un esperimento scolastico.

Dalla finestra sopra il negozio scendeva la melodia di un pezzo pop e un odore persistente di salvia. Sul vetro appannato, una scritta in corsivo chiaro:

La Treccia e la Vite – Riparazioni, Prestiti, Piccole Soluzioni (umane)

Luisa trattenne il respiro, aprendo la porta.

Dentro il tempo aveva un altro passo.

L’aria era ferma, profumata di legno scaldato e stoffe vecchie. C’erano oggetti ovunque, ma senza disordine: ogni cosa pareva occupare il posto che le era stato concesso in una piccola tregua. Pentole a pressione, torce da campeggio, chiavi inglesi, plaid cuciti a mano, piatti da fonduta, ferri da maglia, una zampirone-lampada, un set da tè a forma di treno.

Dietro un bancone color ocra, una donna anziana correva su e giù da uno scaffale all’altro, portando una lente d’ingrandimento davanti agli occhi come un monocolo d’altri tempi. I capelli bianchi le aderivano al cranio in una treccia lunga, ben tirata. Il corpo era asciutto ma non fragile. I polsi nodosi, le caviglie dritte, il passo sicuro.

Indossava un grembiule rosso con ricami a filo giallo, jeans e un paio di scarpe da ginnastica senza lacci. Nelle tasche aveva almeno tre penne, un coltellino, e un sacchetto di lavanda.

«Questo è un apribottiglie del ’94, funziona solo se gli parli in dialetto.» stava dicendo a un uomo sulla sessantina che sembrava ridere per cortesia.

Dal retro arrivava il ronzio regolare di un saldatore. O qualcosa di simile. Ogni tanto, un martello. Poi di nuovo silenzio.

Luisa entrò in punta di piedi e fece tintinnare il campanello sopra la porta. Lidia non alzò subito lo sguardo ma sollevò solamente l’indice. Finì di annotare qualcosa sul quaderno accanto alla cassa — un registro con pagine di carta ruvida, fitte di calligrafia inclinata.

Poi si voltò.

«Oh! Avanti, piccola. Fammi vedere se il pesce ha imparato a nuotare.»

Sorrideva appena. Ma negli occhi brillava un lampo di incontenibile energia.

«Che pesce?» chiese il signore. Quando si voltò e inforcò gli occhiali con un gesto lento, Luisa lo riconobbe: era Stefano, il giornalaio del quartiere. Aveva una camicia a scacchi, la stessa da sempre, e un cappello di feltro che gli dava un’aria da filosofo stanco.

Fu nonna Lidia a rispondere, senza smettere di appuntare qualcosa su un foglietto giallo. «Un pesce meccanico che dovrebbe nuotare dentro una bacinella, in teoria.»

«Funziona, quasi» aggiunse Luisa, stringendosi nelle spalle.

L’uomo si chinò, scrutando con gli occhi un po’ appannati. «Posso vedere?»

La bambina si inginocchiò, appoggiò lo zaino per terra e cominciò a frugarci dentro con una certa solennità. Ne estrasse un oggetto allungato, ricoperto di scotch trasparente e scaglie adesive. Era uno di quei pesci di plastica che si agitavano e cantavano quando una persona si avvicinava. Li chiamavano Big Mouth Billy Bass, una ventina di anni prima. Le gemelle lo avevano smontato, modificato e rimontato per farlo nuotare. Più o meno.

«Non canta più» disse Luisa, quasi per giustificarsi. «E tende a nuotare verso sinistra.»

«Vedo, vedo. Sembra una carpa… o un cavedano. Li pescavo, una volta. O, beh, ci provavo!»

Lidia rise senza distogliere lo sguardo dal banco. Aveva la schiena dritta come un fuso, mani veloci da sarta e occhi scuri sempre in movimento.

«Con la vista che ti ritrovi, non so come facevi a legare un amo alla lenza.»

«Ma nella pesca non è importante prendere il pesce. È più importante meditare.»

«O dormire.»

«Beh, anche. Soprattutto dormire.» Stefano si rialzò con una smorfia e salutò con due dita alla fronte. Uscì dal negozio a piccoli passi, mentre la campanella sulla porta trillava con discrezione.

Il negozio tornò a respirare nel suo ritmo tranquillo. Era un luogo denso di odori e materiali: legno, metallo caldo, plastica vecchia, stoffa cerata. Sugli scaffali si accalcavano oggetti dalle forme più strane: una macchina da scrivere trasformata in terminale, un orologio da parete a luce solare, un phon vintage riconvertito in pistola a colla.

Lidia si voltò verso Luisa.

«Ora, immagino che vorresti sistemare il pesce.»

«S-sì.»

«Ma poi non sarebbe più un tuo progetto scolastico.»

«Mmmm.»

«A meno che non stiamo tutti zitti. Vero Elia?» La nonna alzò la voce in direzione del retrobottega. Dopo un momento arrivò un mugugno sommesso e indistinto.

«Allora staremo zitti tutti. Quando vuoi riprenderlo?»

«Domani.»

«Bene.» Lidia prese un altro foglietto, questa volta verde, e vi appuntò qualcosa con la sua grafia ordinata. «Altro?»

«Sì. Cos’hai per ascoltare musica?»

«Con le casse o con le cuffie?»

«Con le cuffie.»

«Ho un aggeggino molto carino.»

Si avvicinò a uno scaffale basso, sistemato accanto al vecchio banco da falegname che fungeva da vetrina. Sul ripiano, tra una sveglia a carica manuale e un vecchio joystick, prese una piccola scatolina in legno, lucida e con i bordi smussati. Il display era un rettangolo scuro incassato con precisione.

«Cos’è? Uno smartfoon?» chiese Luisa, sbagliando la pronuncia.

«No, per carità! Non vedo un telefonino dal Grande Sgancio. Per fortuna.»

Lidia le porse la scatola con la cautela di chi maneggia un oggetto vivo.

«È un lettore MP3. Elia ha sostituito la plastica con un guscio in legno d’ulivo. È resistente, bello, e profuma pure.»

La bambina lo prese con due mani e lo rigirò tra le dita. Il legno era liscio, caldo.

«Ci sono già duemila canzoni. Se vuoi, ne puoi caricare di nuove.»

Luisa si illuminò. «Quando devo riportartelo?»

«Quando vuoi, come al solito. Appena non ti serve più.»

La bambina annuì con la serietà di chi riceve un oggetto sacro. Lo infilò con cura nello zaino, poi si alzò in punta di piedi per guardare meglio il banco dove Nonna Lidia aveva già ripreso ad annotare qualcosa con la penna ad ago sottile.

Intorno, il negozio sembrava respirare delle sue cose. C'era odore di legno, vecchia plastica e lavanda secca. I raggi del sole entravano obliqui dalla vetrina, spalmandosi sulle superfici come burro caldo. Ogni oggetto aveva una storia: uno spremiagrumi in alluminio con manico verde, un frullatore degli anni '80 convertito a turbina per modellini, un paio di cuffie con imbottitura rifatta a mano.

Fuori, Ferrara continuava a scorrere lenta. Dal vicolo si sentivano le ruote delle biciclette sul pavé, qualche risata lontana, il richiamo di un venditore ambulante che passava una volta la settimana con la sua cesta di saponette e spazzole fatte a mano. Da qualche parte, un cane abbaiava con pigra insistenza.

Luisa si voltò ancora, lo zaino chiuso.

«Nonna, ma... tu lo sai cos’era il Grande Sgancio?»

Lidia si fermò. La sua mano rimase sospesa a mezz'aria, la biro sopra un foglietto giallo limone. Poi sorrise, come se il pensiero l’avesse riportata indietro di dieci vite.

«Eh… lo so, sì.» fece, soffiando un sospiro dal naso. «È stato quando tutti hanno cominciato a dire ‘basta’ allo stesso tempo, anche senza mettersi d'accordo.»

«Basta a cosa?»

«A tante cose. A chi urlava, a chi vendeva, a chi spiava, a chi proibiva. A chi comandava. È stato come se... come se il Male si fosse stancato di sé stesso.»

Luisa fece una faccia pensierosa, ma non rispose. Non sembrava spaventata, solo incuriosita.

«E che fine hanno fatto?»

«Chi?»

«Quelli che spiavano e proibivano.»

Lidia quasi si strozzò con una risata improvvisa.

«Ah, quelli. Beh, hanno solo cambiato faccia e si sono messi un cappello diverso.»

Dal retro, si udì uno stridio metallico, poi un tonfo.

«Elia! Tutto bene là dietro?»

«Tutto sotto controllo!» rispose la voce giovane e rauca, seguita da un breve starnuto.

«Un giorno te lo spiegherà meglio lui, lo Sgancio. Io ero già abbastanza vecchia da ricordare com'era prima. Ma Elia… lui ci è cresciuto dentro, nel mezzo. Ne è uscito con una gamba sola, ma per il resto è intero.»

Luisa annuì lentamente. Poi, come se fosse un codice silenzioso per cambiare argomento, si sistemò la giacchetta e disse:

«Allora vado. Grazie, nonna Lidia!»

«Aspetta.» Lidia tornò verso il bancone e prese un piccolo adesivo colorato con una fragola sopra. Lo porse alla bambina.

«Questo te lo sei guadagnato.»

Luisa sorrise, se lo incollò sulla tasca dello zaino, e uscì. La campanella del negozio trillò di nuovo, come una risata discreta.

Il negozio restò in silenzio per qualche istante, come se stesse trattenendo il fiato. Poi Lidia si stiracchiò le spalle, tornò al banco e borbottò:

«E adesso vediamo chi ha preso in prestito il bollitore dell'acqua…»

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