Mona Lisa Deepfake
Pubblicato da Stefano Castelvetri il 02/01/2026
La stanza del collizista è un cubo di vetro nero, illuminato solo dalle luci fredde dei monitor sospesi. Sulle pareti, gli schermi trasparenti mostrano flussi di dati in tempo reale: quotazioni di neurovalute, feed di spectacoli illegali, e il lento pulsare di un earbeat digitale che tiene traccia delle emozioni della piattaforma. Al centro, su un piedistallo di carbonio, un piccolo schermo proietta un ritratto.
«Guarda qui, Vex. Non è un fake. O meglio, è un fake, ma non come pensi tu.»
L'uomo che si fa chiamare Vex (o almeno, così dice il suo tag) si china verso lo schermo. Le dita gli tremano leggermente per l'overdose di caffè sintetico che gli scorre nelle vene. Sul display, la Gioconda. Ma non quella che conoscono tutti.
«Questo è un deepfake di merda. Troppo pulito. Nessuna nquadraura che trema, nessun artefatto di compressione. Nemmeno i cinesi del Bleach Mirror riescono a fare roba così liscia.»
Il collizista, un tipo magro con gli occhi nascosti dietro lenti a realtà potenziata, sorride. Non un sorriso amichevole. Un sorriso da chi sa qualcosa di più.
«Prova a zoomare sul tag legale. In basso a destra. Quello che lampeggia ogni tre fogrammi.»
Vex obbedisce. Le pupille gli si restringono. Un fogramma. Due fogrammi. Tre. Sullo schermo, quasi invisibile, una marcatura temporale si accende e spegne in sincrono con i cambi d’espressione della Monna Lisa. Non è un watermark qualsiasi. È un ntratto dinamico, firmato da un demone notarile della Banca Vaticana.
«Porca puttana. Questo è un certificato di autenticità live. Stiamo guardando il dipinto. E sta cambiando in tempo reale. Ma come…?»
«Esatto.»
Il collizista si versa un bicchiere di whisky algoritmico, distillato su un pattern personalizzato.
«Ogni volta che qualcuno la guarda, lei si adatta. Non è un dipinto. È un sistema di risposta.»
Vex si gratta la nuca, dove il neural jack gli prude sempre quando il cervello lavora troppo.
«Uh. Aspetta. Stai dicendo che questa roba sa chi la sta guardando? Che ha accesso ai nostri profili emozionali? Ai nostri log di ricerca?»
«Peggio.»
Il collizista beve un sorso, lasciando che il liquido scuro gli scivoli in gola.
«Sa cosa vuoi vedere. Se sei un devoto della Chiesa del Dato, ti mostra un volto sereno, quasi divino. Se sei un traffichere di memorie, ti strizza l'occhio come se fosse complice. Se sei un bambino, ti sorride. Se sei un assassino, ti fissa dritto negli occhi senza battere ciglio.»
Vex sente un brivido. La tecnologia lo spaventa. L'implicazione di più.
«E tu… tu come la vedi?»
Il collizista esita. Poi, lentamente, si toglie le lenti. Le iridi sono riflettenti, le sclerotiche rosse. Segno di troppo tempo passato a guardare schermi a luminanza.
«Io? Io ci vedo me stesso. Ogni volta.»
Silenzio. Solo il ronzio dei droni di sorveglianza fuori dalla finestra. Vex sorvola sulla bugia del collizista e si avvicina ancora di più allo schermo. Ora la Gioconda ha gli occhi a mandorla, la bocca leggermente aperta, come se stesse per dire qualcosa. Poi, in un lampo, torna quella classica, enigmatica. L'icona pop che tutti conoscono.
«Ok. Ammettiamo che sia vera. Ammettiamo che Leonardo abbia davvero pint— creato questa roba.»
Si corregge, perché "pintare" non è più la parola giusta.
«Come cazzo faceva a conoscere la tecnologia adattiva? Nel Cinquecento?»
Il collizista si appoggia allo schienale della sedia, che si adatta istantaneamente alla sua postura. Un altro oggetto smart. Un altro pezzo che sa troppo.
«Forse l'ha inventata lui.»
Vex lo guarda. Il collizista non sta scherzando.
«O forse gliel'hanno data.»
Fuori, nella nebbia tossica di Firenze Alta, il billboard olografico cambia messaggio. Da "DIO È DATO" a "IL FUTURO È QUI".
La Gioconda, sullo schermo, sorride. E questa volta è un sorriso che Vex riconosce.
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