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Gli U2, Letterman e lo smartphone di The Edge

Gli U2, Letterman e lo smartphone di The Edge

Pubblicato da Stefano Castelvetri il 27/08/2025

Ho visto su Disney+ quello speciale di Letterman in cui il presentatore, con la sua ironia asciutta e un po’ storta, va a trovare a Dublino Bono e The Edge prima del concerto del 2022 all’Ambassador Theatre. È uno di quei programmi che sembrano fatti apposta per chi, come me, con gli U2 ha un rapporto d’amore e odio. Più odio, negli ultimi anni, se devo essere sincero.

C'è una scena in cui la telecamera inquadra il pub affollato, la gente che canta, birre in mano, violini, chitarre e voci bellissime. È bello, certo. Gli irlandesi che si appropriano delle canzoni dei loro eroi locali e le trasformano in inni da osteria: c’è qualcosa di commovente in questa normalità. Ma non è di questo che voglio parlare.

Un momento che mi piace arriva quando Letterman, con quella sua aria da professore distratto, si siede con The Edge in una stanza buia (probabilmente dietro le quinte del teatro) piena di chitarre e cavi sparsi. Il chitarrista tira fuori lo smartphone e fa scorrere centinaia (migliaia) di registrazioni vocali: riff, melodie, idee buttate giù alle tre di notte perché "mi è venuto in mente qualcosa e dovevo fissarlo". Ha sessantacinque anni, David Howell Evans, eppure si alza nel cuore della notte per non perdere un’ispirazione. Non è romanticismo da artista maledetto: è mestiere. È la disciplina di chi sa che la musica non è solo talento, ma anche sudore, ossessione, e una certa forma di umiltà davanti all’idea che, se non la catturi subito, quella cosa lì svanisce per sempre.

Ecco, questo è il punto, e l'ho capito con quella scena.

Perché mentre Bono, negli anni, è diventato sempre più una caricatura di sé stesso (tra occhiali da rockstar, filantropia, discorsi messianici e quel fastidioso bisogno di essere al centro dell'attenzione) The Edge è rimasto lì, a fare il lavoro sporco. È lui che tiene insieme il sound degli U2, che inventa le atmosfere che li hanno resi unici. È lui che, in Sunday Bloody Sunday, trasforma tre note in un inno. È lui che, in Where the Streets Have No Name, regala al mondo uno degli attacchi più riconoscibili della storia. Senza fronzoli, senza bisogno di andare a predicare.

Ho amato gli U2 dai primi album fino ad Achtung Baby, li ho visti dal vivo a Bologna, poi li ho seguiti un po' a singhiozzo. Ma ogni volta che sento la chitarra di The Edge, quelle arpeggiate, ricordo perché, nonostante tutto, questo gruppo conta ancora qualcosa.

Forse alla fine Letterman non va a Dublino per intervistare Bono. Va a vedere l’altro. Quello che non fa discorsi, non si mette in posa, ma suona. E mentre Bono parla (parla, parla, sempre, solo parla), The Edge prende una chitarra e in due minuti ti mostra perché, senza di lui, gli U2 sarebbero solo una band come tante. Una band con un frontman bravo a scrivere slogan, ma senza una colonna vertebrale.

Non so se continuerò ad ascoltare i loro dischi. Ma so che, ogni volta che sento The Unforgettable Fire o Bad, penserò al musicista appassionato che si sveglia nel cuore della notte per registrare un’idea sul telefonino. Quello lì, quello è rock ’n’ roll.

(Anche se, ammetto, la scena nel pub con gli irlandesi che cantano resta una delle cose più belle dello speciale. Ma questa è un’altra storia.)