Gatti di polvere
Pubblicato da Stefano Castelvetri il 29/05/2025
(e altri incidenti di percorso)
Volevo solo sostituire una plafoniera in bagno.
Avevo trovato una splendida applique in offerta. Design minimale, finitura opaca, perfetta con le piastrelle grigio antracite.
Appena aprii la confezione mi ero reso conto che i tasselli in dotazione non erano adatti. Troppo sottili, roba da cartongesso. Sono andato al Brico Store, ho passato venti minuti davanti allo scaffale cercando di scegliere tra tre misure quasi identiche, ho preso quelli che mi sembravano più robusti e sono tornato a casa soddisfatto.
Sabato mattina ho preso la scala, il trapano, i tasselli (giusti) e mi sono messo al lavoro. Doveva essere un lavoretto di mezz’ora, massimo quaranta minuti.
Il primo inconveniente arrivò subito: appena iniziai a forare, sentii un cedimento anomalo sotto la punta del trapano. Un istante dopo, un pezzo d’intonaco si staccò dalla parete e cadde sul pavimento con un tonfo secco. Troppo grande per essere nascosto con una passata di vernice.
Sospirai, valutai il danno, poi feci l’unica cosa sensata: andai al Brico Store.
Tornai con lo stucco e una spatola nuova, deciso a rimediare.
Doveva essere una riparazione semplice, ma appena applicai la prima spatolata di stucco, l’intonaco attorno al buco si sbriciolò di colpo, come un biscotto lasciato troppo a mollo nel latte. Un attimo prima era tutto solido, l’attimo dopo mi ritrovai a guardare un ampio distacco nella parete.
Non era possibile. Forse c’era una perdita d’acqua che non avevo ancora notato? Magari un’infiltrazione lenta, subdola, che aveva compromesso la muratura? O magari il vecchio proprietario dell'appartamento aveva fatto qualche intervento discutibile e ora ne pagavo le conseguenze?
Mi recai di nuovo al Brico Store armato di una certa determinazione. Era una grandissima scocciatura, certo. Ma in qualche modo la prospettiva di poter indagare, di risolvere un problema, di poter dire ho trovato la causa e ho sistemato tutto, mi faceva sentire capace e competente.
Mi aggirai per le corsie del magazzino con aria contrariata, scrollando la testa come un tecnico esperto davanti all’ennesimo disastro edilizio. Presi un rilevatore di umidità, né troppo economico né troppo professionale, e andai alla cassa.
Tornato a casa, corsi in bagno. Posizionai la scala davanti alla parete martoriata e salii con il rilevatore ancora confezionato. Strappai la plastica con foga, lo liberai dalla scatola, ignorai le istruzioni e, con il senso di urgenza di un chirurgo in emergenza, appoggiai il sensore sulla ferita aperta che era diventata la mia parete.
Il disastro.
Non appena il metallo del sensore toccò la superficie rugosa del cemento, sentii un crack. Un rumore lontano, come se provenisse da un luogo remoto. Un suono che non prometteva niente di buono. Sobbalzai. Sotto i miei occhi l’intonaco si sgretolò del tutto. Non in modo graduale, non in piccole scaglie polverose come ci si aspetta da un muro vecchio. Venne giù a pezzi, rivelando i mattoni sottostanti che a loro volta non se la passavano benissimo. Li guardai incredulo, notandone la qualità discutibile, la fragilità imbarazzante. E prima che potessi fare qualsiasi cosa, un’imprecazione, un tentativo di fermare il disastro, anche quelli iniziarono a cedere.
Oltre i mattoni sbriciolati, oltre la polvere che riempiva l’aria, c’era l’oscurità. Non un semplice spazio vuoto tra le intercapedini. Uno squarcio vero e proprio, una fessura nera che non avrebbe dovuto esistere. Rimasi immobile, il viso in fiamme. Il cuore martellava.
Il pensiero si fece strada lento, inevitabile. Forse non avrei dovuto cambiarla, la plafoniera.
Chissà le spese che mi aspettavano. Le valutazioni, il sopralluogo, i preventivi. Perché questo danno, dovevo ammetterlo, andava ben oltre la mia esperienza di riparatore.
Ebbi una folgorazione.
Corsi in camera da letto, il muro del bagno confinava con quella stanza, e accesi la luce. La parete era perfetta. Niente crepe, niente segni di cedimento. Solo una piccola macchia di muffa nell’angolo, che aggiunsi mentalmente alla lista delle cose da sistemare.
Tornai in bagno. La cavità buia non era solo un’intercapedine. Sembrava troppo profonda, troppo vuota. Avevo bisogno di vedere meglio.
Corsi di nuovo al Brico Store e puntai dritto verso lo scaffale delle torce. Niente roba di design o lucette da cinesi. Scelsi una torcia professionale, roba per illuminare i boschi.
La cassiera mi lanciò uno sguardo divertito e fece una battuta sul fatto che, se ero così interessato, magari avrei potuto invitarla a cena.
Ci misi una decina di secondi per capire. E un altro paio per ricordarmi come funzionano le interazioni umane. Feci un sorriso sghembo, distratto. Lei sorrise, scuotendo la testa, mentre io raccoglievo il resto e tornavo di corsa a casa, la mente incastrata tra la necessità di fare luce e il terrore di quello che avrei potuto vedere.
Salii sulla scala e accesi la torcia. Era massiccia, e il suo peso mi dava una bella sensazione di sicurezza, come se potesse proteggermi da… cosa? L’occhio di un mostro? Uno scheletro nascosto tra le pareti? Dozzine di film horror si fecero strada nella mia immaginazione mentre dirigevo il potente fascio di luce nel varco. Il raggio si infilò nell’oscurità, e quello che vidi fu… polvere.
Una distesa grigia, filamentosa, fatta di pelucchi e piumini ammassati. Uno strato spesso, quasi ovattato, che si muoveva leggermente al passaggio dell’aria. Grigio nel buio, opaco sotto la luce.
Rimasi per un attimo incerto tra il sollievo e il disgusto. Poi mi sporsi un po’ di più, appoggiando la mano al bordo del varco. Sentii un altro cedimento sotto il peso del mio braccio. Un rumore sordo, e il muro cedette ancora. Un’ondata di detriti scivolò giù, riempiendo il bagno con un misto di calcinacci e polvere.
Ora il buco era abbastanza largo. Abbastanza largo da permettermi di attraversarlo.
Mi fermai un momento. La parte razionale del mio cervello, insieme a quella che ricordava tutti quei film dell’orrore, diceva che la cosa più saggia da fare sarebbe stata fermarmi, chiamare aiuto, chiudere la parete e far finta di niente. Ma l’altra parte, quella più caparbia, vedeva qualcosa di completamente diverso.
Non ci pensai troppo. Sollevai una gamba e la poggiai oltre il bordo.
Il pavimento era più alto rispetto a quello del bagno. La suola delle mie scarpe affondò leggermente, ma non nel modo in cui mi aspettavo. La lanugine aveva una consistenza più solida, compatta sotto il peso del mio corpo, e… si scostava. Non si disperdeva come avrei immaginato. Sembrava piuttosto ritirarsi, quasi farsi da parte al mio passaggio.
Sollevai la torcia. Il soffitto era basso, fatto di pietra asciutta e ruvida, che tastai con una mano per accertarmi che fosse reale. Dovevo camminare leggermente chinato. Il passaggio si allungava davanti a me e in fondo, appena percettibile, c’era qualcosa.
Feci un altro passo.
Scorsi dei movimenti. Piccoli guizzi nell’ombra, leggeri. Puntai la torcia e vidi i batuffoli di polvere animarsi. Non erano semplici accumuli di sporco trasportati da un soffio d’aria, ma forme più articolate, che alla luce scattavano via con movimenti ondulanti.
Non era normale. Ma non mi spaventai. Se fosse successo in casa, nel mondo reale, probabilmente avrei fatto un passo indietro, terrorizzato. Ma lì, nello strano varco buio, sembrava solo una curiosità. Qualcosa di cui parlare davanti a una birra, un giorno.
Li chiamai gatti di polvere.
Erano curiosi, giocosi. Sembravano quasi apprezzare la mia compagnia, seguendomi a balzi leggeri, scivolando nella penombra del passaggio. Non avevano occhi, né arti visibili, ma il modo in cui si muovevano, l’energia con cui si avvicinavano e si ritraevano, lasciava intendere una sorta di consapevolezza. Mi divertiva osservarli, anche se non li capivo.
Me li lasciai indietro quando il varco grigio si aprì su caverne fitte di stalattiti che pendevano come zanne e umide di muschio luminescente. Sentivo il gracidio dei batraci rimbalzare sulle pareti, come se la grotta fosse infinita. E poi venne l'antro delle gemme, dove cristalli enormi pulsavano di luce. E la foresta pietrificata, con alberi che sembravano congelati in un’era dimenticata.
Non ero solo. Incontrai creature impossibili. Farfalle con ali trasparenti grandi come lenzuola, leviatani che si muovevano lenti sotto superfici d’acqua immobili. Lemuri dagli occhi liquidi e lucertole con squame di fuoco.
La via di casa? La persi, ovvio. Ma quando me ne resi conto, scrollai le spalle. Davanti a tutto questo, come potevo patire l'assenza dei fogli di calcolo, della routine dell’ufficio, delle call interminabili? Solo una cosa, forse, mi mancava. Il Brico Store.
Oggi, incredulo, sono riemerso. Dopo tutto quel tempo tra cunicoli e caverne, l’idea di rivedere il cielo mi sembrava remota, quasi assurda. Eppure eccolo qui, spalancato sopra di me, immenso e vivo.
Davanti ai miei occhi si stende un mondo nuovo. Foreste lussureggianti, praterie iridescenti che si allungano fino all’orizzonte. Montagne vertiginose e oceani vasti e abbaglianti. Alzo lo sguardo. Nel cielo, tra correnti invisibili, si inseguono creature alate. Le loro ali battono lente, solenni. Draghi? Qualcosa di simile, forse.
Chiudo gli occhi un istante e respiro a fondo. L’aria è frizzante, elettrica, carica di promesse. C’è così tanto da scoprire. Senza pensarci poso la torcia a terra, nell’erba alta e morbida. È stata una buona compagna di viaggio. Affidabile, solida, professionale.
Ve la consiglio. Nighthawk PX3000.
