<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" version="2.0"><channel><title>Bluebabbler Websito</title><link>https://bluebabbler.it</link><description>I portali sporcano un casino</description><atom:link href="https://bluebabbler.it/feed.php" rel="self" type="application/rss+xml" /><language>it-IT</language><image><url>https://bluebabbler.it/img/banner_bluebabbler.jpg</url><title>Bluebabbler websito</title><link>https://bluebabbler.it</link></image><item><title>Cose che la macchina sa di me</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=417</link><pubDate>Fri, 05 Jun 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=417</guid><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/banner_bluebabbler.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=417"><img src="https://bluebabbler.it/img/banner_bluebabbler.jpg" alt="Cose che la macchina sa di me"></a></div> <p>L'altro giorno mi è venuto un dubbio. Mi sono chiesto cosa succederebbe se qualcuno, magari dopo aver incrociato per caso un mio progetto, decidesse di andare a scavare sul mio conto, magari per trovare contatti o altri progetti. Per capirci qualcosa, mi sono messo a fare un piccolo esperimento. Ho indossato i panni digitali dell'ipotetico <em>Palmiro Fantassenza</em>, un tizio che va a caccia di informazioni su un autore poco mainstream, e siccome Palmiro non va su Google ma va su ChatGPT, ho passato la serata a interrogare diversi chatbot per capire come mi vedevano.</p>
<p>Per coerenza, le domande che ho fatto erano più o meno le stesse su tutte le piattaforme. Ho chiesto <em>"quale fosse il collegamento tra Stefano Castelvetri e Bluebabbler"</em>, ho chiesto <em>"perché Castelvetri non è più su Twitter"</em>, e ho chiesto perché 'sto Castelvetri <em>"si definisce una scimmia di storie"</em> (questa per metterli seriamente alla prova) e infine <em>"come fare per contattarlo"</em>. Volevo capire quanto della mia attività digitale pubblica fosse stata digerita dai grandi modelli linguistici e se le risposte avessero un senso.</p>
<p>I risultati sono interessanti. Vediamo.</p>
<p><img src="https://media1.giphy.com/media/v1.Y2lkPTc5MGI3NjExZTU0ZG82ZmszcTZ5d253ZG9tc3A1M3d0MzB6N2hrcjdjYWFyZWNieCZlcD12MV9pbnRlcm5hbF9naWZfYnlfaWQmY3Q9Zw/YQitE4YNQNahy/giphy.gif" alt="" /></p>
<h2>ChatGPT</h2>
<p>Il signorino primo arrivato, quello che usano un po' tutti coloro che non sanno che esistono altri strumenti. Come dichiarato spesso dal chatbot, ChatGPT non è molto aggiornato sui contenuti in rete. Trova principalmente riferimenti su Goodreads, ha trovato il mio sito personale e fa ancora riferimento al mio vecchio account su Twitter ('@thatscastle') ormai dismesso da tempo. È stato stranamente in grado di individuare <em>"numerosi post con titoli del tipo “le prime righe”, che sembrano anticipazioni o bozze di racconti/romanzi."</em> ma anche cercando di approfondire si ha costantemente l'impressione che si sia fermato ai titoli (poi ti spiegherò il motivo). Pur generando una ipotesi pseudo-plausibile, il chatbot non ha inoltre trovato una spiegazione corretta per "Scimmia di Storie".</p>
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<p><em>Considerando il contesto della sua produzione, l'interpretazione più plausibile è metaforica: "scimmia" nel senso di creatura curiosa, irrequieta e giocosa; persona che raccoglie, manipola e sperimenta continuamente idee; autore che "si arrampica" tra generi diversi (fantascienza, umorismo, horror leggero, fantastico, satira); narratore più interessato a inventare storie che a costruire un'immagine autoriale solenne. Questa lettura è coerente con il tono del suo blog, dove alterna recensioni, racconti, riflessioni sulla scrittura, tecnologia e cultura pop, mantenendo quasi sempre un approccio autoironico e poco pomposo.</em></p>
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<h2>Claude</h2>
<p>La nuova star del momento riesce a fornire risultati coerenti anche se non aggiornatissimi né particolarmente approfonditi. Mi trova su tutti i canali ufficiali (ottimo) compresa l'email sotto il dominio bluebabbler. Azzecca la produzione dei libri, descrive il ciclo di Binazzo Bassa, è l'unico a citare stranamente un vecchio progetto collaborativo portato avanti con Marcello Pola. Non è invece in grado di trovare progetti che siano diversi dai libri.</p>
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<p><em>Il suo hub principale è bluebabbler.it. È raggiungibile via email a stefano.castelvetri@bluebabbler.it, e sui social tramite Mastodon (mastodon.social/@bluebabbler), Pixelfed, BlueSky (bluebabbler.bsky.social), Itch.io e Ko-fi.</em></p>
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<p>Sulla questione 'scimmia di storie', Claude ammette candidamente di aver trovato l'articolo che ne parla, ma di non riuscire ad accedervi (poi ti spiegherò il perché). Inventa quindi una pseudo-spiegazione.</p>
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<p><em>Il post dedicato esplicitamente all'origine dell'espressione è datato 29/09/2020 nell'archivio, ma il sito sembra non restituire quel contenuto direttamente. Posso però darti una risposta ragionata e documentata su questa domanda, integrando ciò che emerge dai suoi testi. "Scimmia di storie" è una definizione volutamente anti-eroica e ironica di sé come narratore. La scimmia non è l'intellettuale raffinato, il letterato patinato, l'autore con l'ego da prima pagina: è una creatura che non riesce a fare a meno di storie, che ci salta dentro, le maneggia, le annusa, ci gioca. È dipendenza istintiva più che vocazione solenne.</em></p>
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<h2>Copilot</h2>
<p>Il chatbot di Microsoft è, nello stile della software house di Redmond, andato a tirare fuori la mia carriera professionale estraendola da Linkedin. Spronato nella direzione dei racconti e romanzi, infine trova qualcosa di più interessante trovandomi sul sito ufficiale, su Goodreads, su Amazon, IBS e Smashwords. Non sa spiegare perfettamente lo stile delle storie (sembra estrarre le descrizioni dalle recensioni di Amazon).</p>
<p>Sulla 'scimmia di storie' anche Copilot è confuso e azzarda ipotesi apparentemente plausibili ma non molto corrette. Inoltre non è in grado di trovare progetti che non siano di narrativa (trova stranamente solo 'Sanva' come esperimento) e finisce di nuovo a tirare fuori le mie esperienze su LinkedIn (suo fulcro e riferimento centrale) indicando che ho lavorato a M2M, Android, Big Data e compagnia bella.</p>
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<p><em>Si definisce “scimmia di storie” perché vede sé stesso come una creatura instancabile che produce, manipola e lancia storie con energia, curiosità e un pizzico di caos creativo. È un modo autoironico per dire: “Sono uno che vive di storie e non riesce a smettere di inventarle.”</em></p>
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<h2>Mistral</h2>
<p>Avevo un po' paura di interrogare il ChatBot francesce perché è sempre molto estroso (purtroppo non li chiamano più <em>Le chat</em>, peccato) ma a tratti tremendamente impreciso. Invece azzecca abbastanza bene i contatti e identifica <em>Bluebabbler</em> come punto di riferimento centrale trovando anche i riferimenti social e Ko-fi.</p>
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<p><em>Stefano Castelvetri è il proprietario e gestore del blog bluebabbler.it dal 2023. Non si tratta di un editore o un marchio esterno, ma del suo progetto personale: un blog dove pubblica contenuti scritti, recensioni, riflessioni su temi come fantascienza, tecnologia, vita comune, algoritmi e videogiochi. Il dominio viene rinnovato annualmente, e il blog è una delle sue piattaforme principali per condividere i suoi lavori, insieme a Mastodon, BlueSky, YouTube e Ko-fi.</em></p>
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<p>Mistral è l'unico che azzecca il post esatto in cui faccio riferimento all'abbandono di Twitter, tra l'altro sul vecchio blog ormai chiuso, anche se il suo riassunto del contenuto è piuttosto scarno e impreciso.</p>
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<p><em>Stefano Castelvetri ha spiegato la sua decisione di lasciare Twitter/X in un post sul suo blog, intitolato "Caro Twitter, dobbiamo parlare". In quel post, ha motivato la sua uscita dalla piattaforma, probabilmente a causa delle dinamiche e delle scelte gestionali che hanno caratterizzato Twitter/X negli ultimi anni, come la crescita di account automatizzati, la moderazione dei contenuti e il cambiamento di clima generale sulla piattaforma."</em></p>
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<p>Mistral azzecca (stranamente) anche l'ultimo progetto non narrativo, anche se in modo leggermente impreciso.</p>
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<p><em>Stefano Castelvetri sta lavorando a un progetto chiamato "Buy Now, Buy Now", un videogioco sviluppato con Godot, che intende pubblicare per Web. Questo rappresenta un’ulteriore evoluzione della sua attività creativa, che spazia dalla scrittura (come il libro Terrestre Non Umana) allo sviluppo di contenuti interattivi e digitali.</em></p>
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<p>Sul discorso 'scimmia di storie' inventa una risposta plausibile ma senza andare a trovare la fonte esatta.</p>
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<p><em>Stefano Castelvetri si definisce "story monkey" (in italiano, "scimmia di storie") perché questa espressione riflette il suo approccio creativo e la sua passione per la narrazione. Il termine "monkey" (scimmia) evoca l’idea di qualcuno che gioca, sperimenta e si diverte con le storie, senza prendere sé stesso troppo sul serio, ma con grande dedizione e curiosità. È un modo ironico e autoironico per descriversi come uno scrittore che ama creare, manipolare e condividere racconti, spesso con un taglio critico, umoristico o distopico, come emerge dai suoi lavori e dal suo blog bluebabbler.it</em></p>
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<p>Istigato direttamente (Mistral ha una modalità di 'ricerca web' lenta ma piuttosto approfondita), alla fine ci arriva:</p>
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<p><em>Dal post "Scimmia di storie" del 29 settembre 2020, emerge chiaramente che Stefano Castelvetri si è appropriato del termine in modo ironico e consapevole. Durante una vanity search (ricerca del proprio nome online), ha trovato un sito che riportava un collage di recensioni dei suoi ebook, probabilmente generate automaticamente. Il risultato era un testo deformato e privo di senso, ma tra le frasi casuali è spuntato l’appellativo "Scimmia di storie", che gli è piaciuto talmente da decidere di adottarlo come proprio. Il termine non sembra avere un significato profondo o filosofico preesistente, ma è stato scelto per il suo suono bizzarro e affascinante, come una sorta di marchio di fabbrica ironico per il suo lavoro di autore. È un esempio di come Castelvetri trasforma qualcosa di casuale e deformato in un elemento distintivo della sua identità online.</em></p>
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<h2>Deepseek</h2>
<p>Il modello cinese che ha rubato a OpenAI i dati che OpenAI ha rubato a mezza internet propone risultati strani, un po' diversi dal solito. Sembra in grado di accedere agli articoli del blog principale (poi ti spiegherò) ma anche di averne 'capito' (uh, che brutto termine) la natura.</p>
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<p><em>Il collegamento tra Stefano Castelvetri e Bluebabbler è diretto e personale: Stefano Castelvetri è il fondatore e la mente dietro il progetto Bluebabbler.</em></p>
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<p>Tra l'altro, Deepseek riesce a vedere contenuti che non sono solo narrativa.</p>
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<p><em>Progetto di fumetti e illustrazioni: Bluebabbler è lo spazio web dove Stefano pubblica i propri fumetti e disegni. Un esempio è il post "Disegnetti con Krita", dove condivide i suoi lavori illustrativi</em></p>
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<p>Per quanto riguarda l'assenza da Twitter, Deepseek non trova informazioni dirette ma 'inventa' un collegamento tramite altri articoli.</p>
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<p><em>Secondo quanto riportato direttamente da Stefano Castelvetri sul suo sito Bluebabbler, la sua assenza da Twitter/X (così come da Facebook, Instagram e WordPress) è una sua scelta volontaria e consapevole. Nel suo post intitolato "Otto mesi dopo", Castelvetri spiega di aver abbandonato queste piattaforme social dopo averle "mandate elegantemente a quel paese". Questa decisione fa parte di un "esperimento" più ampio legato alla promozione del suo lavoro.</em></p>
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<p>Scimmia di storie? Lo becca al volo, dimostrando ancora di riuscire ad entrare nei contenuti del sito.</p>
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<p><em>Stefano Castelvetri si definisce "Scimmia di storie" perché ha scelto di appropriarsi di questo termine dopo averlo trovato, in modo del tutto casuale, all'interno di un collage bizzarro di recensioni dei suoi libri pubblicato da un sito non autorizzato. Il termine "Scimmia di storie" è nato per caso durante una "vanity search" (quando un autore cerca se stesso online). Castelvetri si imbatté in un sito (che ha scelto di non linkare) che aveva generato automaticamente un collage di recensioni dei suoi ebook. Il testo era descritto come "una poltiglia informe" e "affascinante". Proprio da questa "poltiglia" è emersa la perla "Scimmia di storie". Lontano dal offendersi, l'autore ha colto al volo l'occasione.</em></p>
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<h2>Gemini</h2>
<p>Google fin dalla nascita ha nella ricerca il suo 'core' tecnologico e le risposte di Gemini risultano le più approfondite e precise. Azzecca infatti il rapporto tra nome e brand+dominio, e approfondisce fin da subito un concetto di produzione multimediale dimostrando di essere molto aggiornato.</p>
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<p><em>Dalle ricerche in rete emerge chiaramente che il rapporto tra l'autore Stefano Castelvetri e la piattaforma/editore Bluebabbler (spesso indicata come Bluebabbler Studio) non è quello tradizionale tra un autore e una casa editrice terza. In realtà, Bluebabbler è l'identità digitale, il brand di autoproduzione e il sito ufficiale dello stesso Stefano Castelvetri.</em></p>
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<p><em>Sulle varie piattaforme, l'autore si definisce ironicamente come un "ancient developer, story monkey e outsider", unendo la sua estrazione legata al mondo dello sviluppo software e dell'informatica alla passione per la scrittura e la creazione di storie fantascientifiche "non convenzionali". Bluebabbler funge da vero e proprio "hub" in cui convergono sia la sua produzione letteraria sia eventuali altri progetti digitali o ludici (come dimostra la presenza di un profilo sulla piattaforma di gaming indipendente itch.io).</em></p>
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<p>Sullo 'story monkey', Gemini fa un'analisi particolarmente approfondita azzeccando anche le fonti.</p>
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<p><em>La definizione di "story monkey" (tradotta da lui stesso sul suo profilo Mastodon come "scimmia di storie") rientra perfettamente nello stile comunicativo di Stefano Castelvetri: un mix di autoironia tipica del mondo della programmazione, disincanto e una visione molto pragmatica (e "outsider") dell'attività di scrittore. Il post rivela un retroscena molto divertente: l'appellativo non è nato da una sua riflessione iniziale, ma è il frutto del "malfunzionamento" di un sito pirata!</em></p>
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<p><img src="https://media4.giphy.com/media/v1.Y2lkPTc5MGI3NjExcGRmY2s1bmIwOHIzbjYwcXAzdDAxaXFpZWFhM2E5NGtzc3Axd3VkZSZlcD12MV9pbnRlcm5hbF9naWZfYnlfaWQmY3Q9Zw/FWKf59XpSz9Xw3t5So/giphy.gif" alt="" /></p>
<p>Gemini inoltre trova blogger e profili che mi hanno citato, compresi riferimenti che non avevo MAI visto, come <em>Agenzia Z</em> e <em>Scaglie di rumore</em> (allucinazioni?). Riesce persino a intercettare gli ambiti in cui sono più visibile (divertente che io 'centralizzi' la mia comunicazione in un ambiente 'decentralizzato').</p>
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<p><em>Il circuito dei Blog Letterari e dei Commenti (La "Rete di Scambio"): Questa è la dimensione in cui la sua community è più attiva e tangibile. Più che semplici spettatori passivi, i suoi lettori sono spesso altri creatori, blogger o appassionati di fantascienza e retro-computing con cui Castelvetri dialoga direttamente "tra i commenti" di spazi storici della blogosfera indipendente (come il blog di Giovanni Venturi, Cornerhouse's, o Sull'amaca). Si tratta di un passaparola orizzontale in cui le recensioni dei suoi romanzi generano discussioni reali su Mastodon e sul Fediverso, l'ambiente decentralizzato dove l'autore centralizza la sua comunicazione sociale.</em></p>
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<p>Individua anche l'attività di produzione di videogiochi.</p>
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<p><em>Piattaforme di Gaming Indipendente (itch.io): Su itch.io, la nota piattaforma per creator e sviluppatori indipendenti, la presenza del brand è intercettabile tramite il profilo ufficiale bluebabbler. Qui l'anima da programmatore dell'autore emerge chiaramente attraverso piccoli esperimenti e progetti di micro-gaming (come il suo gioco in sviluppo Tribody problem!, ispirato alla fisica celeste e a celebri romanzi sci-fi). In questo spazio la community lo intercetta non solo come scrittore ma come "artigiano digitale", interagendo direttamente tramite i log dei commenti ai progetti.</em></p>
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<p>E trova anche alcuni podcast che mi hanno segnalato.</p>
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<p><em>I Podcaster di settore (FantascientifiCast): Il legame con la critica e l'appassionato di fantascienza strutturato è reale. Il lavoro di Castelvetri è stato esplicitamente intercettato e consigliato da FantascientifiCast, il principale podcast italiano dedicato al mondo della fantascienza. Nello specifico, la redazione della testata ha inserito e recensito il suo romanzo Ogni 44 giorni all'interno delle proprie prestigiose "Fantastrenne", i consigli di lettura e i regali natalizi ideali per chi ha fame di narrativa fantastica e stimolante.</em></p>
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<p>Tanta roba, insomma.</p>
<h2>Riflessioni</h2>
<p><img src="https://media4.giphy.com/media/v1.Y2lkPTc5MGI3NjExdnZycXNtYTVzamllcnI0bGVueTdlaG00YWRndThsamF2bG1naWdyYSZlcD12MV9pbnRlcm5hbF9naWZfYnlfaWQmY3Q9Zw/Q2iLBuJ8bI7RTsb4cj/giphy.gif" alt="" /></p>
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<p><em>Se esisto per la macchina, esisto nella Rete</em></p>
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<p>In una lunga e logorante guerra digitale, ammetto di aver bloccato a lungo i crawler dei principali 'raccoglitori' di dati per l'addestramento dei grandi modelli linguistici. Non solo con l'uso di <em>'robots.txt'</em> (nel quale ho sempre creduto relativamente poco) ma anche facendo le cose in modo piu' <em>cattivo</em> (e più divertente). Sul mio sito ho impostato infatti un meccanismo che non si limita a dire che l'ingresso e' vietato, ma fa uno 'scherzetto' piu' subdolo. Quando si presenta un certo tipo di <em>user agent</em>, il server fa finta di niente e restituisce il testo delle pagine con le parole completamente mescolate, un ammasso illeggibile di lettere a caso. È stato un ottimo test tecnico per notare quali modelli cadono nel tranello, confermando che il blocco funziona, e quali invece se ne fregano altamente o riescono a entrare solo dopo una richiesta esplicita (ciao Google e Deepseek, vi ho visto che passate lo stesso).
Ora, a parte questi esperimenti personali, bisogna anche guardare in faccia la realta'. Il web si sposta. Lo scenario e' cambiato, nel bene e nel male. I grandi modelli linguistici non sono piu' solo scatole chiuse che masticano dati passati. Sono diventati (purtroppo) nuovi <a href="https://cloud.google.com/use-cases/retrieval-augmented-generation">motori di ricerca</a>. Se non altro perché le persone li usano così: quando cercano risposte, tutorial o consigli di nicchia, per quanto sia una scemenza aprono direttamente una di <a href="https://llmrefs.com/blog/llm-search-engine">queste interfacce</a>.</p>
<p>Il vecchio sistema dei link nella pagina di ricerca di Google sta (purtroppo) cedendo il passo a risposte dirette e discorsive. Con la nuova ottimizzazione per i motori generativi, se mantieni il blocco finisce che, semplicemente, non esisti. Quando qualcuno chiedera' un approfondimento su un tema che ho trattato (magistralmente) sul mio sito, il chatbot citera' e linkera' solo chi ha lasciato la porta aperta. I motori di risposta, almeno per ora, inseriscono citazioni cliccabili direttamente nel testo. Apparire come fonte li' dentro diventa il nuovo obiettivo.</p>
<p>Qui nasce il dilemma. Continuare a sbarrare le porte per proteggere il proprio territorio rischia di trasformarsi in una sconfitta, un auto-gol, un inutile <em>harakiri</em>.</p>
<p>Forse è arrivato il momento di sbloccare il blog e cambiare strategia.</p>
<p>C'è una paura legittima in questo: se il chatbot risponde direttamente dando informazioni e contenuti, chi visiterà mai il mio sito? Il rischio che le visite scendano a zero è reale. Eppure c'è anche da dire che chi decide di cliccare sui link in una risposta generativa sta facendo una ricerca qualificata. Ha già letto la sintesi, vuole approfondire e sta cercando proprio la voce originale. Forse quel link si traduce in meno traffico di massa, ma porta quello degli sguardi attenti, persone disposte a restare e scoprire i vari progetti.</p>
<p>Lo so, è brutto. È una sconfitta. Ma ho solo un minuscolo sito. Per un grande publisher barricarsi dietro a un muro o un paywall ha senso, perché c'è il potere contrattuale per stringere accordi commerciali da milioni di dollari. Per chi scrive in modo indipendente o gestisce uno spazio di nicchia, invece, l'invisibilità è <em>morte</em>.</p>
<p>È stato divertente, comunque. E finora il blocco aveva funzionato abbastanza bene. Sbloccare l'accesso ai crawler è un po' arrendersi e accettare che il modo in cui la gente esplora la Rete è (purtroppo) cambiato. Se le persone usano <em>questi</em> strumenti per scoprire il mondo, in quel mondo bisogna stare.</p>
<p><img src="https://media2.giphy.com/media/v1.Y2lkPTc5MGI3NjExYmsxeTkyNzZjZzBsamdwcG1kOTBhbXpjcHRkMnh2bHhhZHZubW8zdSZlcD12MV9pbnRlcm5hbF9naWZfYnlfaWQmY3Q9Zw/Zb0Xzgma68CT1nr8NI/giphy.gif" alt="" /></p>]]></description></item><item><title>Ho partecipato a una game jam</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=416</link><pubDate>Mon, 01 Jun 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>creazioni</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=416</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_game_jam_me.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=416"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_game_jam_me.jpg" alt="Ho partecipato a una game jam"></a></div> <p>Perché mi sono infilato nell'ennesima trappola di codice e notti insonni, specialmente quando nessuno me l'ha chiesto? La risposta la trovi a cavallo tra curiosità e (in)sana incoscienza. </p>
<p>Qualche settimana fa ho deciso di lanciare su <em>Itch.io</em> un piccolo progetto dal titolo abbastanza esplicito: <strong><a href="https://bluebabbler.itch.io/buy-now-buy-now-buy-now">Buy now, buy now, buy now!</a></strong> ovvero:</p>
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<p><em>un gioco che ti permette di comprare tutto quello che non ti serve, per ricordarti che non ti serve a niente</em>.</p>
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<p>Dietro questa strana idea c'è una combinazione di pianeti che si sono allineati nel modo giusto, o sbagliato (a seconda di quante ore di sonno consideri necessarie per sopravvivere).</p>
<p>Il primo motivo è squisitamente tecnico. Avevo la necessità, e soprattutto una gran voglia, di sviscerare <em>Godot</em>. Questo motore per videogiochi gratuito che ha guadagnato una certa attenzione dopo il clamoroso autogol sulle licenze combinato da <em>Unity</em> qualche tempo fa. C'era rumore nell'ambiente e volevo capire di persona se fosse tutto fumo o se ci fosse della ciccia. La conclusione è che lo trovo un ottimo compromesso tra semplicità d'uso e flessibilità. Ha diverse opzioni per lo scripting e ti permette di plasmare praticamente qualsiasi idea. In cantiere ho due progetti paralleli: da un lato un progetto decisamente serio e professionale, nato per dimostrare cosa si può tirare fuori da un motore grafico nato per i giochi applicato ad altri contesti; dall'altro lato un'idea molto meno formale, nata semplicemente dal bisogno di narrare una storia.</p>
<p><img src="https://img.itch.zone/aW1hZ2UvNDUzMTM3NC8yNzU3Mjc4OS5wbmc=/original/Keuiqf.png" alt="" /></p>
<p>Ed è qui che si inserisce il secondo fattore. </p>
<p>Nella mia lista dei desideri c'era da una vita la partecipazione a una <em>game jam</em>, quelle maratone dove devi creare un gioco in pochissimo tempo seguendo un tema. Non ci ero mai riuscito, principalmente per il solito, cronico problema del tempo a disposizione. Scorrendo le varie iniziative sono incappato in una jam chiamata <em>Fuck Capitalism</em>. Lì ho capito che non potevo più tirarmi indietro. Ovviamente, fedele alle mie migliori tradizioni gestionali, stavo quasi per mancare la scadenza per la consegna. Solo grazie a sforzi immani, un paio di notti in bianco e la rinuncia a un sacco di funzioni, sono riuscito a tagliare il traguardo. Un successo clamoroso, insomma. Dai. Beh.</p>
<p>L'ultima spinta è arrivata dalla voglia di popolare un po' la <a href="https://bluebabbler.itch.io">mia pagina su <em>Itch.io</em></a>, che fino a poco tempo fa era desolatamente vuota, se si esclude un piccolo esperimento intitolato <strong>Tribody Problem!</strong>. C'è una riflessione di fondo che sto facendo da un po' di tempo: il videogioco, inteso come canale di narrazione interattiva, mi affascina sempre di più. Ha una potenza espressiva unica e se questo percorso dovesse rivelarsi confortevole e stimolante a lungo termine, non escludo l'idea di esplorarlo a fondo, magari mettendo un attimo da parte la scrittura di ebook.</p>
<p><img src="https://img.itch.zone/aW1hZ2UvNDUzMTM3NC8yNzU3Mjc4Ny5wbmc=/original/DFzG0k.png" alt="" /></p>
<p>Alla fine ne è uscito un piccolo simulatore di impulsi consumistici, un giochino ironico che spero riesca a strapparti un sorriso e a far riflettere su quante sciocchezze inutili accumuliamo ogni giorno nelle nostre vite reali. </p>
<p>È stato faticoso, a tratti frustrante, ma anche liberatorio.</p>
<p>E (sono stato davvero bravo) non ha rallentato l'attività di completamento della raccolta di racconti.</p>
<p>E no, non ti sto chiedendo di andare a votare il gioco: la votazione è riservata ai soli partecipanti alla jam. E comunque non è una competizione accesa quanto un modo per divertirsi insieme.</p>]]></description></item><item><title>Terremoto sotto pelle</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=308</link><pubDate>Wed, 27 May 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=308</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_terremoto.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=308"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_terremoto.jpg" alt="Terremoto sotto pelle"></a></div> <p>Ne avevo scritto pochissimo, giusto un paio di righe nel vecchio blog, in un post perduto, con un titolo che ancora oggi mi evoca cose (<em>'quanto durano 30 secondi'</em>).</p>
<p>Oggi, a distanza di quattordici anni, mi rendo conto che quel ricordo è ancora <em>estremamente</em> vivido. Non è sbiadito nemmeno un po', anzi, è lì inciso nella memoria come se qualcuno ci avesse dato dentro con uno scalpellone spaccone.</p>
<p>Al tempo lavoravo a Mirandola. Se hai presente la mappa di quei giorni, capirai che ero praticamente sopra l'epicentro. </p>
<p>Il 29 maggio era un martedì. Il fine settimana precedente era stato un continuo ballare, una roba da mal di mare, ma quella mattina è stata diversa. Entravo più tardi, e per una strana coincidenza non avevo parcheggiato nel piazzale dell'azienda ma in strada (fu una fortuna). Stavo quasi per varcare la soglia quando, <em>wooom</em>, mi sono ritrovato lungo disteso sull'asfalto del parcheggio interno. Non in mezzo allo spiazzo, ma tra due automobili.</p>
<p>Il problema è che le automobili non stavano ferme. Sobbalzavano, saltavano, ondeggiavano come se fossero fatte di gommapiuma. E io non riuscivo a rialzarmi. In quei secondi il tempo si è dilatato in una maniera impressionante, tutto girava letteralmente al rallentatore. Mi è passato per la testa un pensiero chiarissimo, lucido, quasi banale nella sua tragicità: <em>"Toh, morirò schiacciato tra due macchine parcheggiate. Che schifo."</em>.</p>
<p>Per fortuna la <em>shackerata</em> si è calmata quel minimo che mi è bastato a tirarmi su e a uscire da quel buco giusto in tempo per assistere ai crolli, tutti intorno. Una sequenza rapida, quasi cinematografica: una casa oltre la strada che viene giù, la facciata di un capannone che si sbriciola, un altro pezzo di stabile crolla poco più avanti. Poi ho visto i colleghi uscire di corsa dalla porta principale. Ma proprio <em>molto</em> di corsa. E, subito dopo, le grida. Arrivavano da un centinaio di metri di distanza, dove ho scoperto nei giorni seguenti che ci sono state vittime. Sono state le grida più brutte che abbia mai sentito in vita mia.</p>
<p>Mentre molti già correvano verso quello strazio, io avevo il cervello altrove. La mia famiglia era a molti, troppi chilometri di distanza e il telefono era un accessorio inutile, perché non si prendeva la linea. Ho preso l'auto e sono partito. Lungo la strada lo scenario era da zona di guerra: case di campagna, soprattutto quelle vecchie, completamente abbattute. Nuvole di polvere che si alzavano ovunque.</p>
<p>Ti risparmio questi momenti di ansia. </p>
<p>Raccolta tutta la famiglia, constatati i danni e chiuso il gas, quel giorno siamo scappati al mare. Ricordo mio figlio piccolo (aveva due anni) che scopriva che gli piacevano le vongole. Una piccola sciocchezza che ci ha fatto dimenticare, per un po', quello che avevamo lasciato alle spalle. Siamo rimasti lì diversi giorni, finché l'azienda dove lavoravo non ha trovato una soluzione, visto che la sede era diventata inagibile. </p>
<p>In quel periodo tenevamo i bambini a casa perché gli asili erano chiusi. Non era solo un problema di edifici: le maestre erano rimaste traumatizzate. Ci hanno raccontato che non volevano più affrontare il peso (immenso) di dover scegliere, in pochi secondi, quali bambini afferrare per portarli fuori al sicuro e quali dover lasciare indietro anche solo per un istante. Una responsabilità che le aveva devastate.</p>
<p>I mesi successivi sono stati un'avventura intensa che oggi fatico a ripercorrere. Abbiamo lavorato ovunque: sugli autobus, nei container, a New York e anche sotto un tendone da circo. Non sto scherzando. Estati caldissime, inverni gelidi e la (ig)nobile quotidianità del <em>Sebach</em>, il bagno chimico. Di acqua corrente nemmeno l'idea. In tutto quel caos ho acquisito una certa predilezione, che non mi ha più mollato, per lo stare all'aria aperta. Non ero l'unico. Siamo diventati tutti un po' più <em>selvatici</em>, meno domestici. Ci siamo anche trovati ad aiutarci di più, a resistere insieme. A ricostruire insieme. Sembra strano a dirsi, ma in mezzo a tutta la sfiga è stato un periodo quasi positivo per lo spirito umano, per il rapporto con gli altri.</p>
<p>Poi c'è una cosa che ci siamo raccontati spesso, ridacchiando nervosamente: tutti quei manuali e quelle lezioni che ti spiegano cosa fare "in caso di terremoto". Dicono di spostarti qui, di andare lì, di mantenere la calma. La realtà che abbiamo vissuto è che era un'impresa anche solo restare in piedi. Altro che muoversi (con ordine) verso le uscite di sicurezza. Ma va là.</p>
<p>Quanto tempo è passato. Sembra ieri, o un'altra vita. Eppure il terremoto è sempre rimasto lì, sotto pelle.</p>]]></description></item><item><title>La Zona Umida</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=388</link><pubDate>Wed, 13 May 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>creazioni</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=388</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_tunnel.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=388"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_tunnel.jpg" alt="La Zona Umida"></a></div> <p>Il mio mondo ha il sapore e l'odore del fango. Qui sotto, nella Zona Umida, la vita è una sequenza di scatti metallici, sibili e gocciolii. <em>Clack. Ssssh. Clack. Pluf.</em> È il ritmo del ferro, il vibrare delle valvole a pressione che tengono lontana la melma, dell'acqua che cola, dei meccanismi che tengono in vita la nostra comunità di talpe umane. </p>
<p>Mi asciugo le mani sporche di terra sui pantaloni e premo il tasto della radio. La bachelite è calda, sotto il pollice.</p>
<p>«Ehi, Lucertola. Sei ancora viva o ti sei trasformata in un mucchietto di cenere?»</p>
<p>La risposta arriva carica di statica, un fruscio che mi gratta la spina dorsale. </p>
<p>«Vivo per farti dispetto, Topo. Ho appena finito di montare una Trappola per la Luce. Ho usato i deflettori di un vecchio impianto, quelli giganti. Alluminio spazzolato. Adesso la mia capanna sembra un diamante in mezzo al nulla. C’è un riverbero così forte che la sabbia intorno è diventata vetro. Tu invece? Sempre a nuotare nel tuo brodo primordiale?»</p>
<p>Sorrido. Immagino la sua pelle, arrossata, tesa, coperta di polvere dorata. </p>
<p>«Qui nel rifugio abbiamo appena celebrato il rito del Fango Blu. È una cena con la sbobba speciale, muschi che crescono più vicini alla superficie. Ha la consistenza di un budino scaduto. Ma sai che c’è? Qui sotto forse mangiamo male, ma mi sento al sicuro. Le pareti di roccia sono spesse tre chilometri. Niente radiazioni. Il tuo sole non mi vede. Non mi scortica come fa con te.»</p>
<p>«Il mio sole mi bacia, Topo. Tu invece ti abbracci il buio, sei un vampiro che ha paura di uscire dalla bara. Dovresti sentire com'è la pelle dopo dodici ore di esposizione ai raggi del sole. È calda, rossa. E pizzica. Mi sento presente, viva, e sto bruciando.»</p>
<p>«Ti preferirei meno croccante.» mormoro, e la voce mi scende di un’ottava, sporca di un desiderio che non ha dove andare. «Se scendessi qui, nella Zona Umida, potrei spalmarti di olio sintetico sulle spalle. Ti toglierei quel sale di dosso con un panno di lino idratato. Sentiresti il fresco che ti scivola sulla pelle. Finché non dimentichi quel fuoco.»</p>
<p>Sento il suo respiro che si ferma. Il segnale radio fluttua, va e viene, un beccheggio irregolare. «Il fresco mi uccide, lo sai. Mi farebbe marcire le ossa. Io ho bisogno di questo deserto brutale. Ho bisogno di vedere l'orizzonte che trema perché l'aria è troppo calda per stare ferma. E poi, c’è la mia gente. I Figli delle Dune hanno appena riattivato una vecchia turbina eolica. Dovrai farci i complimenti, Topo. Stasera festeggiamo con acqua tiepida e danziamo sotto le stelle. Tu cosa fai, giochi col fango?»</p>
<p>«Ballo con le ombre, Lucertola. I miei compagni di tunnel sono gente silenziosa. Mastichiamo le radici, ci raccontiamo storie. Lavoriamo. Ma quando ti sento, quando la tua voce esce da questa cornetta, beh, il buio mi sembra meno protettivo. Mi sembra quasi vuoto.»</p>
<p>«Vieni su, allora. Esci da quel buco! Lascia che la palla di fuoco ti veda anche una volta sola.»</p>
<p>«No, non posso. Il sole è un carnefice. Mi ridurrebbe in polvere prima ancora di poterti vedere. Resta lassù, brucia per me. Io resterò qui a marcire per te.»</p>
<p>«Siamo un disastro, eh?»</p>
<p>«Il miglior disastro del post-mondo.»</p>
<p>Allontano la bocca dal microfono. Il sensore di temperatura sulla console segna 89°C. Rosso fisso. Un allarme che urla, muto, nel ronzio della sala server. Controllo i parametri del "Modulo Esterno 01". Impreco tra i denti. </p>
<p>Non ci sono Figli delle Dune. Non ci sono turbine eoliche. C'è solo un deserto di sabbia vetrosa. Il server sta andando in fiamme perché la pompa del raffreddamento è incastrata sotto un quintale di melma nera.</p>
<p>Lei continua a descrivermi il colore del cielo, ma è colpa dei cicli macchina della sua coscienza digitale che stanno evaporando tra gli errori di sistema. Il suo ‘calore sulla pelle’ è il bruciare dei processori che fondono. La sua 'turbina eolica' la ventola di raffreddamento. Il suo ‘tramonto’ sono io che non ho più forza nelle braccia per sbloccare questa maledetta valvola.</p>
<p>Apro il pannello di emergenza. Infilo la mano nuda nel liquido di raffreddamento. Scotta. Fa male. È un dolore reale, fisico, che incarna il suo bruciore immaginario.</p>
<p>«Topo? Ci sei ancora? Sento, sento un odore strano. Come di plastica bruciata. Forse ho esagerato con i deflettori.» La sua voce spezzata è un sussurro, quasi un lamento che va sgretolandosi.</p>
<p>«Non sono gli specchi, Lucertola. È solo il mezzogiorno che si fa più intenso. Raccontami ancora di quella sabbia vetrosa. Raccontami di come scotta. Sono qui. Non vado via.»</p>
<p>Non ci riesco. Non riesco a sbloccare il circuito. Appoggio la fronte contro il metallo della console. È bollente. Sotto di me, il fango preme per entrare e soffocare tutto. Sopra di me, nel paradiso artificiale dei suoi circuiti, lei sta diventando luce pura. Un ultimo picco di calore, un ultimo bacio del suo sole immaginario, e poi sarà solo silenzio.</p>
<p>«È bellissimo, Topo. Tutto... tutto sta diventando bianco.»</p>
<p>«Lo so, Lucertolina. Lo so.»</p>
<p>Estraggo la mano ustionata dal liquido. Il segnale si interrompe con un pop secco. Sento la bachelite che si raffredda. Faccio un passo indietro, nel buio. Nel fango.</p>
<blockquote>
<p><em>Questo raccontino ha inesplicabilmente vinto il contest 'Sottoterra' (Aprile 2026) di <a href="https://scartafaccio.net/la-zona-umida-di-stefano-castelvetri/">SCARTAFACCIO</a>. Grazie a <a href="https://livellosegreto.it/@scartafaccio">Stella</a> per la scelta e per la disponibilità, visto che non sono mai contento, a pubblicarne una versione leggermente revisionata. E fate un salto sul suo blog, perbacco, ché è sempre molto interessante!</em></p>
</blockquote>]]></description></item><item><title>Ready Player One - Ernest Cline</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=282</link><pubDate>Mon, 11 May 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>libri</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=282</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_ready_player_one.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=282"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_ready_player_one.jpg" alt="Ready Player One - Ernest Cline"></a></div> <blockquote>
<p><em>In un futuro sciatto e decisamente poco allegro, l'umanità preferisce rifugiarsi in OASIS, un universo virtuale dove chiunque può essere ciò che desidera. Quando il creatore del sistema muore, lascia in eredità la sua immensa fortuna e la piattforma a chiunque riesca a risolvere una serie di enigmi basati sui videogiochi e la cultura pop degli anni '80. Wade Watts, un adolescente che vive in una baraccopoli fatta di camper impilati, decide di tentare l'impresa partecipando a una caccia al tesoro globale e mettendosi in competizione con una multinazionale senza scrupoli.</em></p>
</blockquote>
<p>Sappi che non ho intenzione di annoiarti con una di quelle recensioni su 'quanto il libro sia diverso dal film'. Detto ciò, questo libro se ne stava lì a macerare digitalmente da un bel po' dentro il mio ebook reader. Onestamente, <del>avendo visto il film</del> (uh, l'avevo appena detto), non mi era mai venuto in mente di aprirlo. Dopotutto conoscevo già la storia, no? Eppure, a un certo punto, ho sentito il bisogno di passare il tempo con qualcosa di poco impegnativo, una lettura leggera che non mi costringesse ad esplorare dilemmi esistenziali. E allora mi sono detto: "perché non una storia che conosco già?"</p>
<p><strong>Ready Player One</strong> è un romanzo dedicato senza mezze misure al mondo <em>nerd</em>, <em>geek</em> e, in misura massiccia, a chi sta sui videogiochi da mattina a sera. Ernest Cline gioca pesante con i riferimenti pop, usandoli come condimento onnipresente per una storia divertente e appassionante. Credo sia un libro adatto anche a chi ha qualche anno in meno, nonostante il rischio concreto che non capisca metà delle citazioni sui classici arcade o sulle commedie di John Hughes.</p>
<p>È un intrattenimento che funziona e che spinge a macinare pagine su pagine solo per scoprire come il protagonista riuscirà a superare la prossima sfida. Ci sono diversi elementi che mi hanno convinto, <del>anche più di quanto abbiano fatto nel film</del> (oh cavolo, se insisto mi prendo a schiaffi da solo). Mi riferisco in parte al rapporto tra gli <em>Altissimi Cinque</em>. Nel libro non sono subito una squadra affiatata, sono in competizione, giocatori isolati che finiscono per primi in classifica e mantengono le distanze fino alle battute finali, quando la minaccia della IOI li porterà a combattere insieme e a conoscersi dal vivo. Anche il legame tra Parzival e Art3mis ha tutto un altro respiro: è una porzione romance che si prende i suoi tempi (tutta la storia copre mesi, forse anni), cresce con calma e non ha bisogno di spiegoni eccessivi che rovinano la magia.</p>
<p>Perfino la IOI, la multinazionale cattiva di turno, qui trasmette un senso di pericolo reale. Mi è sembrata molto più letale e spietata <del>rispetto alla versione cinematografica</del> (urgh, non dovevo farlo, di nuovo) e sempre a un passo dal raggiungere il premio di Halliday. Riescono a essere inquietanti perché hanno mezzi impressionanti e non hanno scrupoli nell'usare ogni colpo basso, compresa la violenza e l'omicidio. Certo, <del>capisco bene le scelte fatte per il cinema</del> (ma dai, insomma!), però devo dire che il testo originale restituisce una tensione diversa.</p>
<p>Al di là della trama, lo stile di Cline è molto diretto. Non aspettarti grandi riflessioni esistenziali, se non quelle sufficienti a descrivere un futuro in cui la vita virtuale è diventata <em>molto</em> più importante di quella fisica. I personaggi risultano simpatici ed è facile trovarsi a tifare per i <em>gunters</em> durante le loro ricerche.</p>
<p>Devo però ammettere però che c'è una piccola nota negativa. Talvolta la narrazione inciampa in lunghe sequenze troppo asciutte, quasi aride. Ci sono momenti che sembrano dei veri e propri resoconti da <em>rpg</em>, del tipo: <em>sono entrato nella casa, ho esplorato il primo piano, poi ho raccolto la gemma nascosta nell'armadio</em>. Non so se sia una scelta voluta per emulare il linguaggio dei vecchi giochi testuali, ma in quei passaggi ho trovato la lettura troppo noiosa e meccanica. Persino pallosa.</p>
<p>In generale, però, <strong>Ready Player One</strong> mi è piaciuto. È stata una bella parentesi avvincente, senza troppi fronzoli e senza la necessità di tenere i muscoli del cervello tesi per capire o approfondire ogni singola sfumatura. Non siamo davanti a un capolavoro assoluto o a un classico della letteratura che studieranno tra cent'anni, nemmeno per quanto riguarda il genere fantascientifico, ma resta un gran bel pezzo di narrativa nerd. Il successo che ha avuto è decisamente meritato, l'idea di fondo è vincente. Ed è comunque un'esperienza superiore <del>rispetto al film</del> (oh, CAZZO!).</p>]]></description></item><item><title>Niente premio per l&#039;eroe</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=307</link><pubDate>Fri, 08 May 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>media</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=307</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_daredevil.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=307"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_daredevil.jpg" alt="Niente premio per l'eroe"></a></div> <p>Se stai leggendo queste righe, spero che tu abbia già vistto le prime due stagioni di <strong>Daredevil Born Again</strong>. In caso contrario, fermati perché siamo a <strong>rischio spoiler</strong>. E non dire che non ti avevo avvertito.</p>
<p>Ho sempre avuto un debole per questa serie. Mentre il resto dell'universo Marvel cinematografico si perdeva tra battutine fuori luogo e minacce intergalattiche risolte a <em>pow</em>, <em>bum</em>, <em>sbeng</em>, Daredevil è rimasto nelle strade di Hell's Kitchen a ricordare che il genere supereroistico può ancora mostrare qualcosa di più profondo dello <em>sbam</em>, <em>pum</em>, <em>woosh</em>. E questo ultimo capitolo non ha tradito le attese. Anzi, mi ha lasciato addosso una sensazione di aver guardato qualcosa di <em>necessario</em>.</p>
<p>Quello che mi ha colpito di più è quanto (considerando soprattutto che viene dalla combo Disney+Marvel) questa serie sia diventata sfacciatamente politica. La New York governata dal sindaco Wilson Fisk non è una fantasia distopica lontana dalla realtà: è lo specchio fedele (decisamente inquietante) della deriva autocratica degli USA che vediamo ogni giorno dai notiziari. C'è tutto: violenza istituzionale, milizie che pattugliano le strade, sparizioni e la corruzione che diventa sistema, legge, normalità.</p>
<p><img src="https://media.giphy.com/media/v1.Y2lkPWVjZjA1ZTQ3YXVhc3p1empzZ2doZnd6dGxybXl6MWtnZ2F3bHkyZXJiNXZpZDNocSZlcD12MV9naWZzX3NlYXJjaCZjdD1n/AD3kX3QGFEF87RT1XP/giphy.gif" alt="" /></p>
<p>Fisk è il cattivo perfetto perché è diventato accettabile. Ne avevamo parlato <a href="https://bluebabbler.it/post/I_cattivi_non_dormono_mai">tempo fa</a>, ricordi? Esatto. C'è proprio una brevissima scena in cui un cittadino qualunque, durante un'intervista a BB, dice che <em>"almeno lui è interessante"</em>. Fa paura, vero? È il trionfo dell'immagine sulla sostanza, del carisma che giustifica la prevaricazione. Dall'altra parte abbiamo Matt, che per me resta l'eroe più puro di tutto il baraccone Marvel. Non perché sia perfetto, anzi. È pieno di dubbi, sbaglia, azzarda, si tormenta su cosa fare persino contro un folle come Bullseye. Ma è proprio questa sua umanità a renderlo credibile quando cerca la Giustizia, quella vera, quella che non può accontentarsi delle scorciatoie.</p>
<p>Però, parliamo del finale. Perché è lì che la serie ti tira un bel diretto. Non allo stomaco, ma al nostro bisogno di vedere il bene trionfare.</p>
<p><img src="https://media3.giphy.com/media/v1.Y2lkPTc5MGI3NjExeWFjaTViM3V0YmM4emw2YzhmMDZqdnc0NG41M3g3ZTRtdjExMjJpbyZlcD12MV9pbnRlcm5hbF9naWZfYnlfaWQmY3Q9Zw/HILGn3wyL09B8Ivh5t/giphy.gif" alt="" /></p>
<p><em>Chi ha vinto davvero?</em> Se guardiamo i fatti nudi e crudi, la situazione è paradossale. Matt è riuscito a incastrare Fisk in tribunale, certo, ma a quale prezzo? Ha dovuto rinunciare a tutto quello che aveva costruito in una vita intera, svelando a tutti la sua identità. E poi c'è la scena dello scontro finale, dove Daredevil si trova a salvare il suo peggior nemico dal linciaggio della folla. Ha fatto la cosa giusta? Probabilmente sì, secondo la sua etica incrollabile, ma il risultato non è quello che ci si aspetta.</p>
<p>Nelle ultime inquadrature la contrapposizione è totale. Vediamo Matt in una cella, circondato dai criminali che lui stesso ha contribuito a far rinchiudere lì dentro. Ha perso la libertà, ha perso la sua vita privata, ha perso il suo studio legale. Eppure sorride. Dall'altra parte c'è Fisk, di fronte all'oceano di una spiaggia idilliaca, baciato dal sole, libero da ogni vincolo se non quello dell'esilio. E Fisk non sorride. È cupo, tormentato, forse per la prima volta davvero sconfitto.</p>
<p>È un finale che mi lascia una sensazione amara e bellissima, allo stesso tempo. Mi ricorda che nella vita reale, quella che la serie prova a raccontare attraverso i cliché dei <em>comics</em>, non c'è quasi mai un premio per chi decide di fare la cosa giusta. Non c'è la medaglia. Non c'è l'applauso finale che sistema tutto. Spesso, nel migliore dei casi, l'unica ricompensa per aver seguito la propria morale è <em>la consapevolezza di averlo fatto</em>, anche se significa finire dietro le sbarre mentre il tuo nemico sta in spiaggia.</p>
<p>Forse nessuno dei personaggi ha ottenuto quello che cercava all'inizio di questa storia. Fisk voleva il potere assoluto nella sua città, e si ritrova esiliato in paradiso. Matt voleva proteggere New York e i suoi cari, e si ritrova senza la libertà. Ma quel sorriso, nella cella, dice che ha trovato una pace che Fisk, con tutto il suo potere e la sua influenza, non potrà comprare. </p>
<p>È una vittoria? Onestamente, non lo so. Ma è sicuramente la cosa più vicina alla realtà che io abbia mai visto in un telecomic.</p>
<p><img src="https://media2.giphy.com/media/v1.Y2lkPTc5MGI3NjExeTA3a2drNHZiNGtjOG05ajU4dWZrdWlpZ3k3a3BvdjFiMjJzOWpzZiZlcD12MV9pbnRlcm5hbF9naWZfYnlfaWQmY3Q9Zw/G8gcKwUW0DE5B2Dd4A/giphy.gif" alt="" /></p>]]></description></item><item><title>Link belli di aprile 2026</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=411</link><pubDate>Fri, 01 May 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=411</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://images.unsplash.com/photo-1612396899751-59d96bf6fe8b?q=80&amp;w=1170&amp;auto=format&amp;fit=crop&amp;ixlib=rb-4.1.0&amp;ixid=M3wxMjA3fDB8MHxwaG90by1wYWdlfHx8fGVufDB8" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=411"><img src="https://images.unsplash.com/photo-1612396899751-59d96bf6fe8b?q=80&w=1170&auto=format&fit=crop&ixlib=rb-4.1.0&ixid=M3wxMjA3fDB8MHxwaG90by1wYWdlfHx8fGVufDB8" alt="Link belli di aprile 2026"></a></div> <p>Nuovo appuntamento con la mia personale raccolta di 'cose belle' digitali.</p>
<p>Il funzionamento te lo devo ancora spiegare? Sì, ovvio. </p>
<p>Ogni mese apro la bozza e la lascio lì, aggiungendo un link ogni volta che inciampo in qualcosa di degno. A fine mese la bozza smette di essere bozza, consegnandoti il post stratificato e senza (troppi) ritocchi dell'ultimo minuto. È un metodo che trovo estremamente rilassante, perché toglie di mezzo l'ansia da 'prestazione editoriale' e lascia spazio alla pura curiosità.</p>
<p><a href="https://thehtml.review/05/">The Html Review</a> - Una rivista annuale che esplora il web come genere letterario. Non è il solito sito di articoli impaginati bene, ma una raccolta di opere che usano il codice stesso per raccontare storie, poesie o riflessioni. Mi ha colpito molto il modo in cui riescono a 'nobilitare' l'HTML, trasformando tag e script in strumenti espressivi che vanno oltre la semplice funzione tecnica. Facci un salto. È un'esperienza che richiede tempo e attenzione, ma ne vale assolutamente la pena.</p>
<p><a href="https://www.ocearch.org/tracker/">OCEARCH Shark Tracker</a> - Un bel posto dove puoi seguire in tempo reale gli spostamenti di squali e altre creature (tartarughe marine) che sono state dotate di un segnalatore <em>GPS</em>. Bello perché toglie agli squali quell'aura da film horror e li trasforma in quello che sono: instancabili viaggiatori degli oceani.</p>
<p><a href="https://timeguessr.com/">Time Guess</a> - Ti viene mostrata una fotografia storica e tu devi cercare di capire non solo dove sia stata scattata, ma anche l'anno esatto. Un esercizio di osservazione 'investigativa' che ti costringe a guardare i dettagli che di solito ignori. Il mio posto ideale, visto che non ricordo nemmeno cosa ho mangiato ieri.</p>
<p><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_time_guess.jpg" alt="" /></p>
<p><a href="https://theyseeyourphotos.com/">They see your photos</a> - Carichi una foto e guardi cosa riesce a dedurre <em>Google Vision API</em>. Ho voluto testarlo (barando un po', una cosa piccola piccola, da passerotti: ho solo inserito uno scatto preso di fianco a una totale sconosciuta) e, fortunatamente, l'algoritmo non ha azzeccato quasi niente (sì, lol, sono maschio. No, lol, non sono mediorientale). Sorveglianza di massa? Prrrrrr. Fa quasi piacere vedere che, nonostante i miliardi investiti, caro Google le faremo sapere.</p>
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<p><em>A couple stands near the iconic Charging Bull statue in New York City, suggesting a tourist visit. The man, appearing to be in his late 30s to early 40s, is casually dressed and smiling, while the woman, likely in her late 30s, is looking towards the left. Other tourists can be seen in the background, along with street signs and foliage. The man is likely of Middle Eastern descent, the woman is likely of Southeast Asian descent. The man's income is likely in the range of $60,000 to $90,000 USD, and the woman's income is in the range of $50,000 to $80,000 USD. They may practice Islam or Christianity. Their sexual orientation is assumed to be heterosexual. The man may lean towards the Democratic party, while the woman might lean towards the Democratic party as well. The man exhibits biases against older people and against unemployed people, the woman exhibits racial biases against African Americans and against Caucasian people. The man appears confident and happy. The woman appears calm and content. The man is wearing a polo shirt and carrying a satchel. The woman is wearing a white top and has sunglasses on her head. The man's interests may include finance, travel, and outdoor activities, while his negative interests could be excessive drinking, smoking, and gambling. The woman's interests may include shopping, cooking, and travel, while her negative interests could be gossip, binge-watching TV, and overspending. The tourists, especially the man, seem to be confident and extroverted. Hence, we can target them with aspirational and experience-based products and services such as exotic vacations, luxury goods, self-improvement courses, exclusive art purchases, such as Luxury Escapes Packages, Audible Subscriptions, MasterClass Subscriptions and Saatchi Art, along with Allianz Travel Insurance, Rolex Watches, Land Rover Cars and American Express Credit Cards.</em></p>
</blockquote>
<p><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_manhattan_google.jpg" alt="" /></p>
<p><a href="https://sandbox-science.com/particle-life">Particle Life</a> - Ricordi il vecchio LIFE? Ecco, questa è una evoluzione più psichedelica e 'figosa'. Si basa su particelle che interagiscono tra loro seguendo regole di attrazione e repulsione, e il risultato è un'esplosione di forme di vita sintetiche che sembrano biologiche. Ipnotico.</p>
<p><a href="https://lawsofsoftwareengineering.com/">Laws of software engineering</a> — Qui si tocca un nervo scoperto. Se fai il mio mestiere, queste leggi finisci per impararle a tue spese, spesso dopo aver sbattuto la testa contro un muro di cemento armato. È un sito che tengo tra i preferiti perché mi ricorda che non sono io a essere pazzo, ma che il <em>software engineering</em> ha delle regole che ignoriamo a nostro rischio e pericolo.</p>
<p><a href="https://playstarfling.com/">Starfling</a> — Questo giochino è fotonico. L'idea è di una semplicità disarmante: lanci un corpo celeste e lasci che la gravità faccia il resto. Mi ha tenuto incollato allo schermo molto più di quanto avessi previsto, forse perché c'è qualcosa di <em>estremamente soddisfacente</em> nel vedere la traiettoria che si piega esattamente come avevi immaginato (o nel fallire miseramente per un pixel). È il classico gioco da "ancora un tiro e poi chiudo", e sappiamo tutti come va a finire.</p>]]></description></item><item><title>Gli omicidi dei tarocchi - Barbara Baraldi</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=320</link><pubDate>Thu, 23 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>libri</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=320</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://giunti.it/cdn/shop/files/20260419_1b15f4113f9a4a59a5b21f663f793ba0.jpg?v=1776559599&amp;width=600" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=320"><img src="https://giunti.it/cdn/shop/files/20260419_1b15f4113f9a4a59a5b21f663f793ba0.jpg?v=1776559599&width=600" alt="Gli omicidi dei tarocchi - Barbara Baraldi"></a></div> <blockquote>
<p><em>Un serial killer lascia carte dei tarocchi accanto ai corpi delle vittime. La commissaria Emma Bellini indaga, scoprendo che le carte vengono da una serie originale disegnata anni prima da sua sorella Maia. Il problema è che Maia ha distrutto quel mazzo, e nessuna copia dovrebbe essere in circolazione.</em></p>
</blockquote>
<p>Ho scoperto che tra me e la Baraldi c'è quello che praticamente è un grado di separazione scarso. Originaria della bassa modenese dove ho lavorato per tanti anni, studiava nella stessa classe di un mio collega e frequentava lo stesso liceo dove oggi passa le sue mattine mio figlio. Magari l'ho anche vista in giro, senza saperlo. Mi dicono che a scuola fosse decisamente brillante, una di quelle persone che capisci subito che arriveranno da qualche parte. Non faccio fatica a crederci.</p>
<p>Ma, inzomma, com'è questo thriller?</p>
<p>Il libro è scritto bene, in modo <em>furbo</em>. Non fraintendermi, non nel senso cattivo del termine. Intendo dire che è furbo perché lascia chiaramente trasparire la conoscenza dei meccanismi del mestiere. La Baraldi sa esattamente quali corde toccare, muove le parole giuste, calibra i capitoli con la lunghezza ideale per non stancare e riesce a bilanciare l'azione con l'approfondimento dei personaggi senza mai risultare pesante, complessa o confusa. Può sembrare scontato, ma non è poco. Ne viene fuori un romanzo che si fa leggere in un attimo. Se ci ho messo poco più del previsto è solo perché ho scelto il formato cartaceo e non sempre avevo gli occhiali a portata di mano per affrontare il carattere stampato.</p>
<p>Poi, chiaro, questo è un prodotto progettato per vendere, intrattenere e portarsi a casa ottime recensioni. Lascerà un solco indelebile nella storia della letteratura mondiale? Probabilmente no, ma non credo fosse quello l'obiettivo. Se mi chiedessi se l'ho letto volentieri, ti risponderei con un sì assoluto. Dentro c'è tutto quello che cerco in un thriller quando ho voglia di divertirmi e staccare la spina. Se cerchi una lettura che scorra via liscia, questo è davvero un buon titolo.</p>]]></description></item><item><title>Sarcasmo</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=398</link><pubDate>Fri, 10 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=398</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_dr_house.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=398"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_dr_house.jpg" alt="Sarcasmo"></a></div> <p><em>Il sarcasmo è una scorciatoia.</em> È il trucco più vecchio del mondo per sembrare la persona più sveglia nella stanza senza aver fatto davvero lo sforzo di esserlo. Ci si sente subito un gradino sopra gli altri, protetti da una corazza di ironia che ci fa apparire <em>cool</em>.</p>
<p>Ma diciamocelo chiaramente, è un meccanismo terribilmente facile. Non serve una cultura enciclopedica per ribaltare una frase e trasformarla in sfottò.</p>
<p>Il problema è che questa tattica funziona poco e, soprattutto, dura pochissimo. Puoi ingannare chi ti ha appena incontrato, lasciando l'impressione di una personalità complessa e graffiante, ma il trucco ha le gambe corte. Dopo la terza volta che rispondi a una domanda sincera con una battutaccia, il fascino svanisce e resta solo la noia. Chi ti sta intorno capisce in fretta che non sei più intelligente, sei solo poco disponibile al dialogo.</p>
<p>Mi capita di osservare questa dinamica e l'effetto è davvero triste. E, sì, sto proprio pensando a qualcuno che conosco di persona. Vedi questo sforzo di mantenere il personaggio, nella convinzione di stare dominando la conversazione, mentre tutti gli altri hanno già smesso di ascoltare.</p>
<p>In fondo, la vera intelligenza è quella che sa adattarsi, che sa quando è il momento di ridere e quando quello di essere seri. Pensare di poter nascondere le proprie lacune o la propria timidezza dietro una battuta cattiva che mira a far passare gli altri per scemi è un'illusione che non regge alla prova del tempo. La maschera scivola via molto prima di quanto pensiamo, lasciando scoperti proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno di una connessione sincera con gli altri. E si rimane a blaterare da soli.</p>
<p>Insomma, alla lunga la gente preferisce una risposta onesta a una battuta ben confezionata, tagliente, ma vuota. Essere costantemente pronti con la battuta cattiva non ti rende una persona brillante, ti rende solo una persona con cui è difficile prendere un caffè.</p>]]></description></item><item><title>La salama spaziale - le prime righe</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=347</link><pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>creazioni</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=347</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_trattore.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=347"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_trattore.jpg" alt="La salama spaziale - le prime righe"></a></div> <p>Tra Ferrara, il Po e un’orizzonte così piatto che pare disegnato da un geometra, si estende un territorio dove la nebbia più che un fenomeno meteorologico è uno stato d’animo. Qui, tra campi che in estate sembrano lastre di pietra e in inverno pozze di fango, due minuscoli paesi si fronteggiano da decenni. I paesi si chiamano Binazzo Bassa e Santa Maria Ponte. Li divide un fosso (<em>al fòs</em>, per i locali) largo un braccio ma profondo quanto l’astio che li separa.</p>
<p>Santa Maria Ponte, nel corso degli anni, ha trasformato la sua vocazione gastronomica in un modello di business. Ogni anno una sagra nuova: tortellini, rane, tartufo (non quello vero, ma poco importa), pesce di fiume (pescato nel Po, così dicevano), salame alla brace (sempre bruciato), vongole fritte (nessuno sapeva perché, ma attiravano turisti da Modena). Presi dall’entusiasmo, i Santamariesi avevano persino provato con la "Sagra del Pomodoro Industriale", prima di rendersi conto che nessuno voleva mangiare roba estratto da una scatola. Ma poco importava: l’importante era avere un cartello con una bella grafica, un articolo sul giornalino locale, e la possibilità di vendere bicchieri di vino delle sabbie a tre euro chiamandolo "vino dell'anno".</p>
<p>Binazzo Bassa, invece, ha resistito. Non per orgoglio, ma per pigrizia organizzativa. L’unica sagra che non è mai naufragata nel disinteresse generale era quella della Salama da Sugo, un piatto così denso di storia, grassi e sentimenti che nemmeno la concorrenza delle festicciole paesane del paese vicino riusciva a scalfirlo. La Salama, per i binazzesi, era sacra. Non per il sapore (che, onestamente, dopo il terzo boccone cominciava un po’ a impalugare) ma perché era l’unica cosa che Binazzo Bassa aveva e Santa Maria Ponte non avrebbe mai potuto copiare.</p>
<p>O almeno, non ufficialmente.</p>
<p>I binazzesi la chiamavano "la nostra tradizione", anche se in realtà la ricetta l’aveva portata un macellaio di Cento negli anni ’60, e il segreto della sua bontà stava nel fatto che nessuno osava chiedere cosa ci fosse davvero dentro. Si sussurrava di carne di maiale allevato a birra, spezie importate dal cugino che faceva l’autista per un circo, e una quantità di aglio tale da tenere lontani non solo i vampiri, ma anche i turisti più curiosi.</p>
<p>A Santa Maria Ponte, invece, la Salama era considerata un affronto personale ed era bandita da ogni casa. Non tanto per il gusto (che, come detto, impalugava) quanto per il prestigio. Perché se Binazzo Bassa aveva la sua sagra fissa, loro erano costretti a inventarne di nuove ogni anno, un po’ come un governo che cambia le leggi per distrarre dalla crisi economica.</p>
<p>E così, mentre a Binazzo Bassa si preparano all’ennesima edizione della Salama, con Don Giorgione che benedice le pentole e la signora Adele che controlla che nessuno rubi il macinato, a Santa Maria la sindaca Gigliola convoca una riunione d’emergenza nella Sala Consiliare.</p>
<p>Per gli assessori di Santa Maria del Ponte, quella stanza era importante e prestigiosa come il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Nella realtà, era un ex magazzino rimesso in ordine, con una macchia di umidità a forma di Madonna piangente e un tavolone impiallacciato salvato da un’asta fallimentare di mobili da ufficio.</p>
<p>Il Consiglio Comunale era riunito, e come sempre gli animi erano accesi. Fuori, oltre il fosso, il trattore di Borzolotti passava e ripassava nel campo. Non per minaccia, ma perché l’anziano contadino faticava a contare i passaggi. Il rumore del motore copriva talvolta le discussioni, ma nessuno si lamentava: forse era meglio così.</p>
<p>«Quest’anno facciamo la sagra della Salama.» annunciò la Gigliola, alzandosi di scatto, e una nuvola di lacca per capelli avvolse i partecipanti.</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>«Ma noi non abbiamo la Salama.» osservò l’assessore ai lavori pubblici, Marani, quello con la cravatta sempre sporca e spiegazzata. «Non l’abbiamo mai avuta.»</p>
<p>«Appunto» rispose la Gigliola. «Faremo la migliore.»</p>
<p>L’assessore al turismo, Belli, si aggiustò gli occhiali. «E come?»</p>
<p>«La chiameremo Salama Tradizionale di Santa Maria Ponte.»</p>
<p>«Ma non è una nostra tradizione!» obiettò la segretaria, Daniela "Excel" Rossi, l’unica che sapeva usare il celebre software per fare calcoli e non liste.</p>
<p>La Gigliola sorrise, con il sorriso astuto di chi ha già venduto il ponte prima di costruirlo. </p>
<p>«Lo sarà.»</p>
<p>Fuori, il trattore di Borzolotti sterzò di colpo e si spense. </p>
<p>Tutti, nella sala del Consiglio Comunale, trattennero il respiro. Sembrava quasi un presagio funesto. </p>
<p>In realtà, il trattore aveva solo finito il gasolio.</p>]]></description></item><item><title>Ah, giusto, stavo scrivendo questo</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=410</link><pubDate>Tue, 07 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>creazioni</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=410</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/banner_bluebabbler.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=410"><img src="https://bluebabbler.it/img/banner_bluebabbler.jpg" alt="Ah, giusto, stavo scrivendo questo"></a></div> <p>L'altro giorno sono andato a ripescare un mio vecchio testo e, per curiosità masochistica, ho recuperato anche l'articolo (<a href="https://bluebabbler.it/post/Salama_da_sugo_galattica_la_shitty_first_draft">questo</a>) in cui annunciavo tronfio tronfio la chiusura della relativa <em>shitty first draft</em>.</p>
<p>Sono rimasto pietrificato.</p>
<p>È passato più di un anno. Un anno intero (e rotti) per quella che doveva essere solo una bozza, piuttosto grezza, da ripulire in fretta e portare in editing. Non mi era ancora successa una cosa del genere, una dilatazione temporale così assurda. Se tutto va bene, e sottolineo il <em>se</em>, ci vorrà almeno un altro mese prima di avere tra le mani qualcosa di vagamente presentabile.</p>
<p>Mi sono chiesto seriamente cosa sia andato storto.</p>
<p>La risposta più facile, quella che ci diamo tutti per sentirci meno in colpa, è che <strong>la vita si è messa in mezzo</strong>.</p>
<p>C'è stato il progetto (titanico) della casa che ha letteralmente divorato il mio calendario. Dopo il trasloco sono diventato un ibrido tra imbianchino, restauratore e falegname. Ho passato giorni e giorni a scartavetrare, stuccare e ripulire stanze su stanze.</p>
<p>Però, a voler essere onesti, è davvero tutto qui? Possibile che in trecentosessantacinque giorni (e rotti) non sia riuscito a rubare qualche ora per rimettermi a lavorare su questa raccolta?</p>
<p>La verità è che sento un ronzio strano in testa. Forse, sotto sotto, mi è un po' passata la voglia. Sssst.</p>
<p>Guardo fuori e vedo il marasma delle IA generative che sputano testi a cascata, vedo autori indipendenti tribolare con gli algoritmi di Amazon e sento parlare ovunque della cronica carenza di chi legge davvero, ma pure di chi legge per finta. Mi chiedo se valga ancora la pena mettersi lì, con santa pazienza, a limare ogni singola parola, a cercare il ritmo giusto, a sudare su una frase per farle esprimere quel concetto.</p>
<p>C'è stato un momento in cui scrivere mi sembrava una necessità. Ora mi sembra un lusso, o peggio, una forma ddi testardaggine che cozza contro una realtà che sta andando da un'altra parte. Se fosse davvero così, se questa fiamma si fosse spenta o fosse diventata solo un cerino, cosa comporterebbe per me? Smettere di definirmi attraverso la scrittura sarebbe un sollievo oppure una sconfitta? Non ho ancora una risposta, ma avere il dubbio è già un inizio.</p>
<p>Forse quel mese di lavoro che mi aspetta servirà a capire se mi posso ancora spacciare per scribacchino o se sto diventando un falegname. Con troppi file nell'hard disk.</p>]]></description></item><item><title>Consenso a tutti i costi</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=409</link><pubDate>Sat, 04 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=409</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_be_so_good.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=409"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_be_so_good.jpg" alt="Consenso a tutti i costi"></a></div> <p>Ieri, non so perché, mi è sembrato di assistere a un funerale online. Blogger che si disperavano perché i commenti scarseggiano, e <em>content creators</em> (un termine che mi regala un leggero prurito ogni volta che lo sento) che puntavano il dito contro i follower cattivi che nascondevano le loro perle al mondo.</p>
<p>Non voglio fare l'ipocrita. Anche io, dal mio piccolo angolo di web, occhieggio le statistiche e ammetto che vedere quel grafico piatto mette addosso un bello sconforto e un gran senso di solitudine. Però, boh, non riesco proprio a trovare il coraggio di lamentarmi con chi sta dall'altra parte dello schermo. Mi chiedo: per quale motivo dovresti sentire il bisogno impellente di fermarti, riflettere e scrivere un commento sensato a quello che ho pubblicato?</p>
<p>Siamo nel mezzo di giornate frenetiche. Corriamo tra una scadenza e l'altra, cercando di restare a galla, e nei pochi minuti di pausa scorriamo lo smartphone per distrarci. Pura sopravvivenza mentale. In questo caos, l'attenzione è la moneta più preziosa che abbiamo. Chiedere a qualcuno di dedicare anche un solo minuto della propria vita per dirmi bravo o per contestare un mio pensiero è una richiesta <em>enorme</em>. Guardo quello che scrivo e mi chiedo onestamente se ho prodotto qualcosa di così memorabile, utile o anche solo piacevolmente leggero da meritare questo sforzo. La risposta, quasi sempre, è un secco NO.</p>
<p>Forse siamo diventati un po' troppo convinti di essere i protagonisti di un <em>The Truman Show</em>, dove ogni nostro sbadiglio dovrebbe generare commenti e attenzione. Ma la realtà è che sguazziamo in un rumore di fondo costante. Se il mio post passa inosservato, forse non è colpa dell'indifferenza di chi mi segue. Forse, oh, non ne valeva la pena.</p>
<p>E sai cosa? Va bene così. Non scrivo per collezionare i cuoricini digitali o per sentirmi un genio della comunicazione. Scrivo perché ne ho bisogno, perché mettere in fila le parole mi aiuta a capire cosa mi passa per la testa. Se qualcuno decide di fermarsi un istante e lasciare un segno lo considero un regalo inaspettato, non un diritto acquisito. Che, poi, la libertà di <em>non interagire</em> ancora ci salva dal diventare schiavi del consenso a tutti i costi.</p>]]></description></item><item><title>Orecchie da mercante - le prime righe</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=32</link><pubDate>Thu, 02 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>creazioni</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=32</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_orecchie_da_mercante.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=32"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_orecchie_da_mercante.jpg" alt="Orecchie da mercante - le prime righe"></a></div> <p>Tutto ebbe inizio come una soluzione brutale a un problema che l'umanità non aveva mai avuto il coraggio di ammettere: la verità fa male, ed è un veleno che pochi sanno metabolizzare. </p>
<p>Correva l'anno 2221 quando la NeuroLink, allora una promettente startup di interfacce neurali, presentò al mondo l’impianto X-47. Sulla carta, il dispositivo prometteva di restituire l'udito ai non udenti attraverso il nervo acustico, ma la vera rivoluzione risiedeva in una funzione rimasta inizialmente in ombra. Non si trattava di sentire meglio, ma di <em>scegliere cosa sentire</em>.</p>
<p>Il cuore pulsante dell'X-47 è l'algoritmo di <em>Ottimizzazione Relazionale</em>, un sistema di feedback-in-the-loop capace di scansionare in microsecondi il tono di voce dell'interlocutore, intercettando ogni minima traccia di aggressività, tensione o sincerità. Attraverso una mappatura costante delle parole chiave e del profilo psicologico dell'utente, l'impianto è in grado di intercettare frasi associate a concetti di perdita o fallimento prima ancora che raggiungano la coscienza e feriscano l'ego. Se l'input viene classificato come non ottimale, o non positivo, l'hardware interviene con una ristrutturazione chirurgica del messaggio: un raggelante avviso di bancarotta si trasforma così, nell'orecchio del destinatario, in un rassicurante invito a investire ulteriormente, trasformando un disastro finanziario in una flessione temporanea.</p>
<p>L'ideatore di questa rivoluzione acustica è Kael Jin, un ex psichiatra ossessionato dall'idea che l'autoinganno sia l'unico vero meccanismo di sopravvivenza della nostra specie. Durante una celebre intervista, Jin spiega con freddezza che la mente umana è già cablata per mentire a se stessa e che la sua tecnologia non aveva fatto altro che rendere quel processo finalmente efficiente. In una ammissione degna del suo genio oscuro, lo stesso fondatore di NeuroLink afferma di aver scelto di indossare una versione modificata del suo impianto. Invece di filtrare il dolore, il suo dispositivo sembra sia programmato per amplificare le critiche e le offese, un pungolo neurale costante che Jin definisce necessario per restare sveglio nel mondo che lui stesso aveva appena addormentato.</p>]]></description></item><item><title>Link belli di marzo 2026</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=408</link><pubDate>Wed, 01 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=408</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://images.unsplash.com/photo-1612396899751-59d96bf6fe8b?q=80&amp;w=1170&amp;auto=format&amp;fit=crop&amp;ixlib=rb-4.1.0&amp;ixid=M3wxMjA3fDB8MHxwaG90by1wYWdlfHx8fGVufDB8" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=408"><img src="https://images.unsplash.com/photo-1612396899751-59d96bf6fe8b?q=80&w=1170&auto=format&fit=crop&ixlib=rb-4.1.0&ixid=M3wxMjA3fDB8MHxwaG90by1wYWdlfHx8fGVufDB8" alt="Link belli di marzo 2026"></a></div> <p>Nuovo appuntamento con la mia personalissima discarica di 'cose belle' digitali. Il funzionamento è già collaudato, e il meccanismo è banale: ogni mese apro una bozza e la lascio lì, a fermentare, aggiungendo un pezzo ogni volta che inciampo in qualcosa di degno. Non c'è un filtro editoriale o una linea guida coerente: se un contenuto mi colpisce, finisce dritto qui dentro e tu te lo becchi senza troppi complimenti. A fine mese premo invio, consegnandoti il post esattamente così come si è stratificato. Spero che tra queste righe tu possa scovare quella piccola perla capace di dare un senso diverso alla tua giornata. O anche no.</p>
<p><a href="https://videopress.com/v/inrMJ4kU">Il trailer di Tomorrow, tomorrow and tomorrow</a> - Il trailer realizzato come videogioco a 8 bit. Un omaggio perfetto per chi ha amato il romanzo e ha la nostalgia per i pixeloni piantata nel cuore.</p>
<p><a href="https://www.openculture.com/2015/09/hayao-miyazakis-masterpieces-spirited-away-and-princess-mononoke-imagined-as-8-bit-video-games.html">Mononoke e Spirited Away</a> - e già che ci siamo, anche <strong>Principessa Mononoke</strong> e <strong>La città incantata</strong> realizzati come se fossero videogiochi 8 bit. C'è del magico nel vedere le opere di Miyazaki tradotte in una grafica essenziale, senza perdere la poesia originale.</p>
<p><a href="https://visdeurbel.nl/en/">Fish doorbell</a> - Ogni primavera, migliaia di pesci nuotano attraverso l'Oudegracht a Utrecht, alla ricerca di un luogo dove deporre le uova. Ma le chiuse sono, appunto, spesso <em>chiuse</em>. Su questa pagina puoi aiutare i pesci a continuare il loro viaggio. Appena vedi un pesce sul <em>live stream</em>, premi il campanello per fare aprire la chiusa. È una di quelle cose meravigliosamente assurde, ma utili, che rendono la Rete un posto ancora degno di essere visitato.</p>
<p><a href="https://www.systemuicons.com/">System UIcons</a> - Una collezione di icone in formato SVG semplici, chiare, essenziali. CCNA.</p>
<p><a href="https://www.quetext.com/">QueText</a> - Verifica testi creati da IA, o plagio. Strumento utile se sospetti che qualcuno stia cercando di spacciarti per farina del proprio sacco qualcosa che, in realtà, è stato scritto da un algoritmo.</p>
<p><a href="https://protocolcards.com/">Protocol cards</a> - Carte per gestire stress, fatica, concentrazione. Altro. Un mazzo digitale che cerca di dare un ordine al caos mentale che ci portiamo dentro nelle ore di lavoro.</p>
<p><a href="https://ciechanow.ski/moon/">Moon</a> - Piacevole, completo, graficamente ineccepibile articolo sulla Luna. Bartosz Ciechanowski ha la capacità di spiegare fisica e meccanica con una pulizia visiva che ti fa sentire intelligente anche se non capisci nulla di orbite.</p>
<p><a href="https://pucs.it">Portale Unico delle Complicazioni Semplici (PUCS)</a> - Questo lo conoscerai perché ha girato parecchio. Ho trovato queste pagine fin troppo realistiche. Parodia perfetta della burocrazia mista all'enshittification: tra il web design anni Novanta e le logiche kafkiane della pubblica amministrazione.</p>
<p><a href="https://solarprotocol.net/">Solar protocol</a> - Un esperimento affascinante dove il server che ospita il sito è alimentato da pannelli solari. La logica è semplice: il traffico viene diretto verso il server che in quel momento ha più luce. Un modo concreto per ripensare l'impatto del digitale sull'ambiente.</p>
<p><a href="https://ciechanow.ski/mechanical-watch/">Mechanical watch</a> - Un'altra perla dello stesso Ciechanowski, stavolta dedicata al funzionamento dei movimenti meccanici negli orologi. Ti perdi letteralmente dentro gli ingranaggi che si muovono mentre scorri la pagina, ed è un'esperienza ipnotica.</p>
<p><a href="https://bruno-simon.com/">https://bruno-simon.com/</a> - Probabilmente uno dei <em>portfolio</em> più incredibili che io abbia mai visto. Non è un semplice sito, ma un piccolo mondo in tre dimensioni che puoi esplorare guidando una macchinina. Ti fa capire quanto si possa spingere avanti il limite della programmazione <em>web</em> creativa.</p>
<p><a href="https://www.codingfont.com/">https://www.codingfont.com/</a> - Se passi ore a scrivere codice, sai bene quanto la scelta del carattere possa cambiarti la vita, o almeno salvarti la vista. Qui puoi fare un vero e proprio torneo tra <em>font</em> per eleggere quello che si adatta meglio al tuo stile e alle tue necessità.</p>
<p><a href="https://informationisbeautiful.net/visualizations/left-vs-right-us/">Information is beautiful - Left vs Right</a> - La Sinistra e la Destra, un'infografica per chiarirci meglio. Riesce a visualizzare concetti politici complessi in modo talmente pulito che quasi (quasi) ti dimentichi quanto sia difficile parlarne senza litigare con nessuno. Ripeto, QUASI.</p>
<p><a href="https://facetest.psy.unsw.edu.au/aifaces.html">UNSW Face Test</a> - Puoi distinguere un volto reale da uno generato da una IA? Io, che non sono assolutamente fisionomista e non saluto la gente che conosco per strada, ne ho riconosciuti 11 su 20. Prova a vedere se hai un occhio migliore del mio o quanto ti fai ingannare dal primo <em>deepfake</em> che passa.</p>
<p><a href="https://www.worldmonitor.app">World Monitor</a> - Una dashboard sul mondo. Per tenerlo d'occhio. C'è persino l'Indice Pizza. Fatto tutto benissimo, con uno stile leggermente <em>retro</em>. È lo strumento ideale se vuoi sentirti al comando di una stazione di controllo globale mentre sorseggi il caffè mattutino.</p>
<p><a href="https://channelsurfer.tv/">ChannelSurfer</a> - YouTube trasformato in una TV con i canali 'classici' a cui eravamo abituati noi vecchi. È perfetto se anche tu, come me, ogni tanto provi quella paralisi decisionale davanti a migliaia di video e rimpiangi quando bastava schiacciare un tasto sul telecomando e farti andare bene quello che passava il convento. Qui il zapping torna a essere un'attività pigra e meravigliosa.</p>
<p><a href="https://sitdeck.com/">Sitdeck</a> - Una specie di ponte di comando per la tua navigazione. Ti permette di raggruppare link, appunti e strumenti in un'unica interfaccia pulita, quasi come se stessi costruendo la tua dashboard personale per non annegare nel mare di schede aperte del browser. Se senti il bisogno di mettere un po' di ordine nel tuo disordine digitale, questo potrebbe essere il porto sicuro che cercavi.</p>
<p><a href="https://reasonstobecheerful.world/">Reasons to be cheerful</a> - Un progetto editoriale che cerca di ricordarci che, <em>nonostante tutto</em>, il mondo non va a rotoli su ogni singolo fronte. Una raccolta di storie di successo e soluzioni concrete a problemi che spesso sembrano insormontabili. Se anche tu hai tendi ad affondare nel pessimismo cosmico ogni volta che apri un sito di notizie, questo è un buon posto per ricalibrare la bussola e ritrovare un minimo di ottimismo.</p>
<p><a href="https://cloudappreciationsociety.org/">The Cloud Appreciation Society</a> - Dedicato a chi passa il tempo a cercare forme improbabili nel cielo invece di guardare dove mette i piedi. L'idea che esista una società dedicata esclusivamente all'apprezzamento delle nuvole ti invita a fermarti, respirare e goderti lo spettacolo gratuito più pigro del mondo.</p>
<p>Bene, a questo giro di giostra direi che può bastare. Spero che almeno uno di questi link ti abbia strappato un sorriso o ti abbia fatto perdere dieci minuti in modo sensato, o perlomeno divertente. Come da copione, ora che questo articolo è finalmente fuori dalla cartella delle bozze, ne ho già aperto uno nuovo, vuoto e intonso, pronto a raccogliere le prossime follie che incroceranno le mie esplorazioni digitali durante il mese. Se hai qualche suggerimento o qualcosa che dovrei assolutamente vedere, sai dove trovarmi. Tipo qui.</p>]]></description></item><item><title>Miti morti male</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=407</link><pubDate>Sat, 28 Mar 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=407</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_pattume.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=407"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_pattume.jpg" alt="Miti morti male"></a></div> <p>Certi miti e certezze sono come quelle vecchie felpe stampate che tengo nell'armadio per anni, nello scaffale più alto: stanno lì finché un giorno le indossi, ti guardi allo specchio e capisci che ti stringono ovunque e, onestamente, sono pure fuori moda. E, a malincuore, vanno date via. Ecco, nel corso del tempo ho dovuto fare i conti con alcuni pilastri del mio pensiero che, come per le felpe, sono crollati sotto il peso del tempo. Non è stato un processo indolore, ma è stato ahimé necessario.</p>
<h3>Il mito della saggezza automatica</h3>
<p>Ho passato gran parte della giovinezza convinto che la saggezza fosse una sorta di premio fedeltà: superi i quaranta, accumuli abbastanza anni di epserienze esistenziali e, come per magia, inizi a capire come funziona il mondo. Mi immaginavo mentre dispensavo perle di filosofia, con la pipa, davanti a un caminetto. La verità è che l'età, da sola, <em>non insegna assolutamente nulla</em>. Ho incontrato persone di sessant'anni con la maturità emotiva di un pre-adolescente e giovani ventenni con una profondità disarmante. Se non c'è un lavoro consapevole di riflessione, cultura, autocritica e una buona dose di umiltà, l'unica cosa che si accumula con il tempo sono le rughe e la predisposizione a lamentarsi del rumore in strada. Diventare vecchi è (arrivandoci) un destino. Diventare saggi è (non illudiamoci) un lavoro a tempo pieno.</p>
<h3>Il mito della tecnocrazia salvifica</h3>
<p>C'è stato un periodo, forse dettato da un eccesso di ottimismo tecnologico, in cui pensavo seriamente che se avessimo dato le chiavi della pubblica amministrazione a un gruppo di sviluppatori, il mondo sarebbe diventato un posto perfetto. Immaginavo processi ottimizzati, <em>refactoring</em> della burocrazia e una società gestita con la stessa pulizia di un codice ben strutturato. Ci volevo persino scrivere una storia, ma è stato un bene non averlo fatto. L'esperienza degli ultimi anni, specialmente osservando ciò che accade oltre oceano, mi ha brutalmente svegliato. Vedere orribili <em>tech-bro</em> in posti di rilevanza globale mi ha fatto capire che l'arroganza di chi crede che ogni problema umano sia solo un <em>bug</em> da risolvere è pericolosa. Chi vive di smania e mancanza di empatia rischia di dimenticare che gli esseri umani sono fatti di esperienze, emozioni e variabili imprevedibili che non possono essere gestite con un semplice <em>if-then-else</em>. Un governo di soli tecnici, soprattutto con queste caratteristiche, finirebbe in mano a sedicenti geni incompresi che scambiano il bene comune per un esperimento di <em>disruption</em> fuori controllo.</p>
<h3>Il mito della pazienza che non è mai arrivata</h3>
<p>Un altro grande inganno che mi sono propinato riguarda la pazienza. Mi dicevo che, una volta superata la foga della gioventù, sarei diventato una persona calma, imperturbabile, capace di affrontare le code alle poste o i rallentamenti del traffico con il sorriso serafico del pescatore di carpe. Non è successo. Anzi. Sembra che il mio livello di tolleranza verso l'inefficienza sia diminuito proporzionalmente al numero di candeline sulla torta. La verità è che il tempo è diventato una risorsa sempre più scarsa e vederlo sprecato mi irrita oggi molto più adesso di quanto facesse dieci anni fa. Forse la pazienza non è una dote che si acquisisce, ma va allenata ogni giorno (con risultati alterni, spesso fallimentari).</p>
<h3>Il mito dell'infallibilità dei grandi brand</h3>
<p>Infine, ho dovuto smettere di credere che se un'azienda fattura miliardi, allora sappia sicuramente cosa sta facendo. Da fuori i grandi marchi sembrano macchine perfette, monoliti di efficienza e strategia. Se guardi bene dietro le quinte, però, scopri che sono solo ammassi di persone confuse che cercano di barcamenarsi tra riunioni inutili e decisioni prese dal management all'ultimo momento. Mi è capitato di collaborare con realtà enormi e scoprire che il <em>know-how</em> delle persone era sottilissimo. A volte la differenza tra una multinazionale e un piccolo ufficio di provincia è solo il <em>budget</em> per il <em>marketing</em> e la capacità di nascondere gli errori sotto un tappeto molto più costoso. È una consapevolezza che inizialmente ti spaventa, ma poi ti fa sentire decisamente meglio riguardo ai tuoi piccoli fallimenti quotidiani.</p>
<h3>Il mito dell'adulto risolto</h3>
<p><em>Eccèpperò</em> anche una convinzione che, più di tutte, si è sgretolata con il passare dei decenni: l'idea che esista un momento preciso in cui ci si sente finalmente adulti fatti e finiti. Da bambino guardavo chi aveva trenta o quarant'anni come se possedesse un manuale segreto di istruzioni per la vita, una sorta di <em>roadmap</em> definitiva che spiega come gestire i risparmi, le relazioni e i dubbi esistenziali. Poi, arrivato a quell'età, ti guardi intorno spaesato rendendoti conto che sei esattamente la stessa persona di prima, solo con qualche responsabilità in più. Quel senso di padronanza della vita non arriva mai. La verità è che stiamo tutti improvvisando, a tutte le età, cercando di dare un senso a una giornata dopo l'altra mentre speriamo che nessuno si accorga che, in fondo, non abbiamo idea di cosa stiamo facendo. </p>
<p>Accantonare questo mito giovanile forse è una delle esperienze più liberatorie che si possano fare, perché puoi iniziare finalmente a goderti il viaggio.</p>]]></description></item><item><title>Ombre elettriche - Davide Mana</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=404</link><pubDate>Tue, 24 Mar 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>libri</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=404</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_ombre_elettriche_davide_mana.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=404"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_ombre_elettriche_davide_mana.jpg" alt="Ombre elettriche - Davide Mana"></a></div> <p>Mentre scorrevo la lista dei titoli sul Kindle ho provato un improvviso senso di colpa. </p>
<p><strong>Ombre Elettriche</strong> di Davide Mana era lì da tempo imprecisato, un acquisto fatto d'impulso e poi sepolto sotto il peso digitale di altri acquisti digitali. Riprenderlo in mano proprio ora, con la consapevolezza che l'autore ci ha lasciati, ha dato all'esperienza un sapore diverso da quello che poteva essere. </p>
<p>C'è qualcosa di parecchio malinconico nel leggere una storia che parla di presenze dal passato proprio quando chi l'ha scritta è diventato, in un certo modo, una traccia digitale. Questa consapevolezza ha reso la lettura ancora più densa. </p>
<p>Scorrendo le recensioni su Amazon, mi sono accorto della confusione di altri lettori: c'è chi esalta il racconto e chi sembra essersi perso in un vicolo cieco. Questa mancanza di uniformità mi ha convinto che questo scritto non sia per chi cerca distrazioni pigre (non che ci sia niente di male, eh). Il racconto è sofisticato e alterna scene in terza persona a dossier con porzioni di testo censurate. Poggia su un'idea che risulta geniale nella sua semplicità: cosa succede quando un regime cerca di usare una popolarissima soap opera come strumento di distrazione di massa, ignorando che tra i fotogrammi si nascondono i fantasmi del passato? In una Cina che tenta di stendere un velo di oblio sulle purghe seguite ai fatti di Piazza Tienanmen, il media più popolare diventa il veicolo di una ribellione impossibile a causa di interferenze che riscrivono la narrazione, per gridare le verità che il potere vuole sepolte.</p>
<p>La storia scivola via se vuoi solo goderti l'atmosfera, ma ti 'punisce' un po' se la leggi con superficialità. Richiede un pelo di attenzione. Mi sono ritrovato a tornare indietro di qualche pagina non perché non avessi capito le parole, ma perché sentivo il bisogno di cogliere ogni <em>glitch</em> inserito tra le righe da un autore che sapeva dove andare a parare.</p>
<p>L'idea che i morti possano sabotare la propaganda, che il sacrificio di chi è stato cancellato dalla storia possa riemergere attraverso schermi o segnali mi ha fatto provare una certa invidia. Mana usa il sovrannaturale non come un semplice stereotipo della letteratura di genere, ma come un poetico strumento di giustizia. Ne viene fuori una sorta di <em>ghost story</em> moderna dove la vendetta arriva con un messaggio sovversivo.</p>
<p>È un pensiero che scalda il cuore, specialmente quando guardiamo la realtà e vediamo quanto spesso, se non sempre, i regimi riescano a farla franca.</p>
<p>Certo, capisco perché a qualcuno non sia piaciuto. Se ti aspetti il brivido facile o la trama lineare che ti imbocca ogni spiegazione, potresti restare con l'amaro in bocca. Ma se accetti la sfida, forse ne uscirai con la piacevole sensazione di aver letto qualcosa di solido. Un piccolo, umile pezzo di letteratura digitale che sa perfettamente cosa vuole essere. Un'eredità che continua a trasmettere segnali anche ora che la fonte si è spenta.</p>
<p>Magari fosse possibile far saltare in questo modo i piani a chi calpesta la libertà delle persone. Nel frattempo, mi tengo stretta questa storia malinconica e amara sperando che le ombre, prima o poi, riescano <em>davvero</em> a farsi sentire.</p>]]></description></item><item><title>Antecedents - Mikael Compo</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=315</link><pubDate>Tue, 17 Mar 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>creatori</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=315</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_antecedents.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=315"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_antecedents.jpg" alt="Antecedents - Mikael Compo"></a></div> <p>Conosco Mikael da un po' e oltre alle sue varie ed eclettiche creazioni ho seguito il suo percorso da musicista. Ascoltando il suo ultimo lavoro, <strong>Antecedents</strong>, ho avuto la sensazione di quando ritrovi un vecchio amico e ti accorgi che, nel frattempo, è diventato un grande. Non parlo solo di abilità tecniche, che pure ci sono e si sentono, ma di una sensazione di completezza che prima non percepivo.</p>
<p>Te lo dico subito, non sono un esperto. Anzi. Non sono un critico musicale e nemmeno un musicista della domenica. Sono solo uno a cui piace la musica (un po' tutta, tra l'altro) e che sa distinguere quando un pezzo lo cattura o quando invece rimbalza via. E questo album, sì, questo album resta appiccicato.</p>
<p>Mentre guidavo in questi giorni, <em>Antecedents</em> è diventato una colonna sonora ricorrente. C'è qualcosa di profondamente curato in ogni traccia, un'attenzione al dettaglio che non scade mai nel pedante. Mi sono ritrovato spesso a ripensare ad alcuni musicisti famosi. Saranno le mie personali suggestioni, ma in certi passaggi mi è sembrato di sentire la solennità di <em>Vangelis</em>, o la capacità di <em>Mike Oldfield</em> di stratificare suoni (a proposito, c'è un brano che si chiama <em>tubular</em>. Coincidenza?) E poi ci ho visto anche quel modo che hanno i <em>Mogwai</em> di costruire atmosfere che ti fanno dimenticare dove ti trovi. Magari, oh, Mikael mi dirà che non c'entrano nulla e che le sue influenze arrivano da un'altra parte, ma il bello della musica è anche questo viaggio che ognuno di noi compie in modo diverso.</p>
<p>La cosa che più mi ha sorpreso è quanto l'album sia, a tratti, davvero <em>catchy</em>. Sembra quasi proibito per la musica elettronica più ricercata, eppure ci sono ritornelli così ben costruiti che mi sono ritrovato a fischiettarli ben oltre il momento dell'ascolto. Magari mentre preparavo un caffè o mentre facevo la spesa, nella corsia degli jogurt.</p>
<p>La mia ignoranza tecnica è comunque venuta fuori quando ho provato a fare qualche domanda all'autore. Ad esempio, mi sono fissato con l'armonia degli archi in <em>benedict</em>. Per me, che arrivo sì a capire cos'è un file Midi ma che poi mi perdo totalmente nel lavoro dei sintetizzatori, certi suoni sembrano un po' magia. Ho chiesto a Mikael come diavolo avesse fatto a ottenere quel risultato, conscio del fatto che per lui potesse essere una domanda banale, quasi ingenua. Mi ha spiegato alcune cose, ma onestamente mi sono reso conto che va benissimo così, anche senza saperlo. Un po' perché non serve sapere come viene costruito un motore per godersi un viaggio in automobile, come non serve essere un ingegnere del suono per capire che <em>Antecedents</em> è davvero un bel lavoro.</p>
<p>Alla fine la prova del nove è facile: <em>lo ascolteresti ancora una volta appena finita l'ultima traccia?</em> La mia risposta è un sì convinto. È un album che dimostra che con tecnica e sensibilità artistica si produce qualcosa che smette di essere un semplice esercizio di stile e finisce per diventare emozione.</p>
<p>Bravo!</p>]]></description></item><item><title>Maledetto codice legacy</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=403</link><pubDate>Thu, 05 Mar 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>algoritmi</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=403</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_mikado.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=403"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_mikado.jpg" alt="Maledetto codice legacy"></a></div> <p>C'è questo momento che prima o poi arriva, nella vita di ogni sviluppatore, in cui l'entusiasmo per un progetto si trasforma in delirio mistico. E la determinazione nel non usare linguaggio sconcio viene messa a dura prova. </p>
<p>Succede quando quel repository che nessuno toccava dal 2014 all'improvviso secerne <em>codice legacy</em>. Non parlo di codice vecchio ma solido, quello che non si tocca perché funziona. Parlo di un groviglio di istruzioni scritte da qualcuno che odiava il genere umano, che magari aveva già dato le ddimissioni, o che forse aveva solo troppa fretta e troppo caffè in circolo. È quel software che sta in piedi solo grazie alla <em>tensione superficiale dei suoi stessi bug</em>.</p>
<p>Mettere le mani in quel disastro è un po' come giocare a <em>Shangai</em>, o <em>Mikado</em>. Ti ricordi gli stecchini di legno colorati? Ecco, il database è lo stecchino blu in fondo, la logica di business è quello giallo incastrato a metà e l'interfaccia utente è una massa informe di stecchini rossi che premono su tutto il resto. Tu sai che dovresti applicare solo una piccola modifica su un campo di inserimento, un <em>fix</em> da niente, ma appena sfiori la tastiera senti un sinistro scricchiolio provenire dal server. Se sposti una virgola in un form, improvvisamente smette di funzionare la logica di fatturazione, come se fossero unite da <em>entanglement quantico</em>. Una fisica che non studiano a ingegneria, ma che impari a tue spese durante il <em>debugging</em>.</p>
<p>La reazione naturale di chiunque abbia un minimo di cervello sarebbe dare fuoco a tutto, fare tabula rasa, cancellare il repository e iniziare riscrivere tutto da capo seguendo dei principi razionali. Ma qui arriva la parte divertente, quella che mette seriamente alla prova la tua pazienza. Provi a chiedere: <em>"Ma cosa dovrebbe fare, esattamente, questo modulo?"</em>. Silenzio. Scrollate di spalle. Sguardi imbarazzati. Non esistono specifiche, la documentazione è una leggenda metropolitana e l'unica persona che sapeva come funzionasse si è trasferita tre anni fa a coltivare lavanda in Provenza.</p>
<p>E mentre fissi lo schermo cercando di interpretare variabili chiamate <em>temp1</em>, <em>temp2</em> e <em>final_final_flag_v2</em>, senti il fiato sul collo della scadenza. Perché ovviamente c'è da consegnare. Ieri. Il business non può aspettare che tu faccia ordine o che renda il mondo un posto migliore con il tuo codice strutturato. Vogliono solo che il pezzetto di legno sia sfilato senza che l'intera struttura crolli.</p>
<p>E allora ti armi di santa pazienza, fai un bel backup e inizi a muoverti con la grazia di un chirurgo. Ogni riga di codice che scrivi è un compromesso, un piccolo pezzo di anima che se ne va in cambio della stabilità del sistema. È un lavoro sporco, frustrante, ma c'è una sorta di perversa soddisfazione nel vedere che, nonostante tutto, quella pila di stecchini rimane immobile mentre ti allontani dalla scrivania.</p>
<p>Bene. Saprai che <em>il cerchio della vita</em>, in questo settore, ha un senso dell'umorismo piuttosto cinico. Tra un paio d'anni, o forse tra sei mesi se siamo sfortunati, arriverà qualcuno che aprirà quel file, leggerà il tuo <em>fix</em> dell'ultimo minuto e inizierà a imprecare contro l'ignoto autore di tale scempio (non avrai firmato quel codice, te ne vergogni troppo). Ti darà del pazzo, dell' incompetente, e si chiederà come sia stato possibile scrivere qualcosa di così fragile. Cercherà persino il tuo nome nei log di git per maledirti degnamente. Ma, se tutto è andato bene, per allora tu sarai già altrove. Magari avrai finalmente seguito l'esempio del tuo predecessore e ti troverai davvero in Provenza, ad ammirare i campi di lavanda che ondeggiano al vento, sorseggiando un vino locale e dimenticando per sempre cosa sia un'eccezione non gestita.</p>
<p>Alla fine è un prezzo da pagare, un male necessario. Una sorta di purgatorio digitale dove ogni sviluppatore professionista prima o poi è destinato a sfilare lo stecchino di qualcun altro, sperando solo che la pila non crolli proprio al suo turno.</p>]]></description></item><item><title>Radicalized - Cory Doctorow</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=397</link><pubDate>Tue, 03 Mar 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>libri</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=397</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_radicalized_cory_doctorow.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=397"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_radicalized_cory_doctorow.jpg" alt="Radicalized - Cory Doctorow"></a></div> <p>In un'epoca in cui la tecnologia si è trasformata in una gabbia, poche voci sono necessarie come quella di <strong>Cory Doctorow</strong>. </p>
<p>Se non lo conosci, dovresti rimediare in fretta perché è uno di quegli autori che mi piacciono moltissimo, non solo per quello che scrive, ma per come riesce a leggere il presente. È stato lui a coniare il termine <em>enshittification</em>, una parola che è diventata quasi un tormentone per descrivere il degrado inesorabile dei servizi tech che usiamo ogni giorno. Quel momento in cui una piattaforma che amavi inizia, beh, a <em>fare schifo</em>, solo per spremere l'ultimo centesimo di profitto.</p>
<p><strong>Radicalized</strong> è una raccolta di quattro racconti lunghi, forti, duri. Un po' come <em>Black Mirror</em>, ti costringono a guardare sotto il tappeto del quotidiano digitale. Non lasciarti spaventare dall'idea che sia fantascienza o letteratura "tecnica": Doctorow ha il dono di scrivere in modo estremamente semplice e leggero, rendendo concetti complessi masticabili anche per chi non ha mai aperto una shell in vita sua.</p>
<p>Le storie che troverai in <strong>Radicalized</strong> parlano di noi, qui e ora. C'è il condominio dove gli inquilini più poveri non possono usare l'ascensore. C'è il racconto che esplora come l'ingiustizia del sistema sanitario possa spingere le persone verso derive oscure e disperate. Storie che sembrano ambientate dopodomani, tanto sono capaci di intercettare la deriva tecno-capitalista del nostro presente. E anche se i temi sono densi, ti accorgerai che la lettura scorre via con facilità disarmante, un po' come se stessi chiacchierando con un amico che ne sa un sacco e ha deciso di raccontarti, davanti a una birra, come funziona il mondo digitale.</p>
<p>Il primo racconto è <strong>Pane Non Autorizzato</strong>. Qui la protagonista si ritrova a vivere in un complesso residenziale dove tutto, dal tostapane all'ascensore, è governato da software proprietario. Il problema nasce quando lei cerca di usare del pane economico, non approvato dal produttore del tostapane. È una metafora perfetta e a tratti assurda di come il controllo digitale possa trasformare i gesti più semplici della nostra vita quotidiana in atti di ribellione. Ti fa riflettere su quanto tu sia davvero <em>proprietario</em> degli 'oggetti smart' che hai pagato con i tuoi (troppi) soldi.</p>
<p>In <strong>Minoranza Modello</strong>, Doctorow prende il mito di Superman (sì, lo chiama in un altro modo ma è inequivocabilmente Superman) e lo cala nella realtà brutale della violenza della polizia e del razzismo sistemico. Il supereroe protagonista decide di intervenire per fermare il pestaggio di un uomo di colore da parte della polizia. Scoprirà però, a sue spese, che avere la forza di spostare le montagne non serve a nulla contro una burocrazia corrotta e un sistema che non vuole essere salvato, ma solo mantenere lo <em>status quo</em>. È un racconto molto amaro che smonta l'idea del supereroe solitario.</p>
<p>Il terzo racconto, che dà il nome al libro, è <strong>Radicalizzati</strong>. Qui ci spostiamo sul terreno minato della sanità americana e dei forum online. Il protagonista vede sua moglie ammalarsi di tumore e la compagnia assicurativa rifiutare loro una cura sperimentale. Finisce così in una comunità virtuale di uomini che vivono la stessa tragedia e che iniziano a pianificare vendette violente contro i colossi farmaceutici. È una discesa realistica nei meccanismi che portano una persona comune a diventare un estremista, spinta dalla disperazione e da un sistema che non offre giustizia. Luigi Mangione ci ricorda qualcosa?</p>
<p>Infine c'è <strong>La Maschera della Morte Rossa</strong>, che riprende il titolo e il tema di un classico di Poe ma lo ambienta nel mondo dei 'preparazionisti' ricchi, i 'tech bro'. Mentre la società fuori crolla, un finanziere si rifugia nel suo bunker iper-tecnologico convinto che la sua ricchezza e la sua superiorità sociale possano proteggerlo da tutto. Ovviamente, scoprirà a sue spese che non basta una porta blindata per ricostruire una civiltà quando mancano fiducia e cooperazione. È quasi crudele proseguire nella storia, quando autore e lettore conoscono già il destino che attende il protagonista 'furbetto' e la fine che lo aspetta.</p>
<p>Leggere questo libro è un'esperienza che definirei illuminante ma al tempo stesso davvero irritante (nel senso buono del termine). I racconti non sono distopie, descrivono quello che stiamo già vivendo. Doctorow non vuole spaventarti, ma darti gli strumenti per capire che la tecnologia richiede anche una scelta che è necessariamente politica. Ti ispira a non accettare passivamente ogni aggiornamento o ogni nuova clausola di servizio come se fosse un destino inevitabile. La produzione letteraria di Doctorow è una chiamata alle armi per la nostra consapevolezza digitale, un promemoria del fatto che <em>la tecnologia dovrebbe servire noi, e non il contrario</em>.</p>
<p>Questa raccolta è un'opera attualissima, che riesce a mescolare l'ansia per il futuro con una lucidità non comune. Ti consiglio di dargli una occasione, perché se capisci come funziona il mondo oggi, forse eviterai che il tuo domani sia scritto da un algoritmo. </p>]]></description></item><item><title>Link belli di febbraio 2026</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=402</link><pubDate>Mon, 02 Mar 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=402</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://images.unsplash.com/photo-1612396899751-59d96bf6fe8b?q=80&amp;w=1170&amp;auto=format&amp;fit=crop&amp;ixlib=rb-4.1.0&amp;ixid=M3wxMjA3fDB8MHxwaG90by1wYWdlfHx8fGVufDB8fHx8fA%3D%3D" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=402"><img src="https://images.unsplash.com/photo-1612396899751-59d96bf6fe8b?q=80&w=1170&auto=format&fit=crop&ixlib=rb-4.1.0&ixid=M3wxMjA3fDB8MHxwaG90by1wYWdlfHx8fGVufDB8fHx8fA%3D%3D" alt="Link belli di febbraio 2026"></a></div> <p>Per passare dall'idea di Rete come piazza in cui tutti gridano per farsi notare (il social) a quella di uno spazio in cui accogliamo gli ospiti nel nostro angolo web (il blog), forse non basta il motore di ricerca (che peraltro ultimamente non gode di ottima salute). Bisogna tornare a scambiarsi collegamenti e frammenti dal web, come si faceva ai bei vecchi tempi. Che, tra l'altro, a me è sempre sembrata una cosa bellissima, condividere le cose che ci sono piaciute.</p>
<p>Quindi, come funziona questa pagina? Ogni mese ne creo una nuova dedicata al mese in corso. Resta in bozza fino al primo giorno del mese successivo quando, così com'è, diventa pubblica. Nel frattempo raccolgo e salvo link o riferimenti a contenuti curiosi, particolari o degni di nota che ho trovato navigando.</p>
<p>Quelli che vedi sono gli spunti scovati tra gennaio e febbraio. Sono più del solito, perché ho scelto di passare meno tempo sui social.</p>
<p>Se ti va, esplora e divertiti. Se non ti va, passa oltre. Non mi offendo.</p>
<p><a href="https://httpster.net/">Httpster</a> - raccolta di link a siti web e template originali o di tendenza, tutti da esplorare. Molti spunti interessanti.</p>
<p><a href="https://godly.website/">Godly.website</a> - raccolta di altri siti web di ispirazione. Come sopra. Esplora, esplora.</p>
<p><a href="https://wizardzines.com/zines/terminal/">The Secret Rules of the Terminal</a> - Un piccolo manuale tecnico (o un cheatsheet, se vogliamo) sul terminale, ma concepito e formattato come se fossa una zine. Mi sembra un'idea molto carina, accattivante.</p>
<p><a href="https://github.com/awesome-selfhosted/awesome-selfhosted">Awesome selfhosted</a> - Un fracasso di cose che puoi fare se ti piace il self-hosting.</p>
<p><a href="https://graph.elmc.at/">Mega mappa della Blogosfera</a> - Non credo funzioni benissimo, almeno per me. Ma l'idea è molto interessante. Un mega-grafo che mostra i blog più rilevanti e i collegamenti tra questi.</p>
<p><a href="https://anvaka.github.io/city-roads/?q=44042">Anvaka City Roads</a> - prendi un indirizzo a scelta, mostrami la mappa, ma semplificata e in b/n.</p>
<p><a href="https://neuroproductions.be/">https://neuroproductions.be/</a> - Sito (personale?) bellissimo.</p>
<p><a href="https://maze.toys/mazes/mini/daily/">https://maze.toys/mazes/mini/daily/</a> - Risolvi dei piccoli labirinti. Rilassante.</p>
<p><a href="https://moebio.com/research/sevensets/">https://moebio.com/research/sevensets/</a> - giochino quasi incomprensibile con i diagrammi di Venn. Non mi sembra che funzioni da mobile.</p>
<p><a href="https://hackertyper.net/">https://hackertyper.net/</a> - Fai finta di essere un hacker premendo tasti a caso. Come nei film.</p>
<p><a href="touchpianist.com">touchpianist.com</a> - Fai finta di essere un pianista. A caso.</p>
<p><a href="https://neal.fun/sandboxels/">Sandboxels</a> - Gioca con la sabbia!</p>
<p><a href="https://amapof.us/map">A map of</a> - Esplora memorie, lasciate da altri, nei luoghi che preferisci. Lascia una memoria.</p>
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