<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" version="2.0"><channel><title>Bluebabbler Websito</title><link>https://bluebabbler.it</link><description>I portali sporcano un casino</description><atom:link href="https://bluebabbler.it/feed.php" rel="self" type="application/rss+xml" /><language>it-IT</language><image><url>https://bluebabbler.it/img/banner_bluebabbler.jpg</url><title>Bluebabbler websito</title><link>https://bluebabbler.it</link></image><item><title>Gli omicidi dei tarocchi - Barbara Baraldi</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=320</link><pubDate>Thu, 23 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>libri</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=320</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://giunti.it/cdn/shop/files/20260419_1b15f4113f9a4a59a5b21f663f793ba0.jpg?v=1776559599&amp;width=600" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=320"><img src="https://giunti.it/cdn/shop/files/20260419_1b15f4113f9a4a59a5b21f663f793ba0.jpg?v=1776559599&width=600" alt="Gli omicidi dei tarocchi - Barbara Baraldi"></a></div> <blockquote>
<p><em>Un serial killer lascia carte dei tarocchi accanto ai corpi delle vittime. La commissaria Emma Bellini indaga, scoprendo che le carte vengono da una serie originale disegnata anni prima da sua sorella Maia. Il problema è che Maia ha distrutto quel mazzo, e nessuna copia dovrebbe essere in circolazione.</em></p>
</blockquote>
<p>Ho scoperto che tra me e la Baraldi c'è quello che praticamente è un grado di separazione scarso. Originaria della bassa modenese dove ho lavorato per tanti anni, studiava nella stessa classe di un mio collega e frequentava lo stesso liceo dove oggi passa le sue mattine mio figlio. Magari l'ho anche vista in giro, senza saperlo. Mi dicono che a scuola fosse decisamente brillante, una di quelle persone che capisci subito che arriveranno da qualche parte. Non faccio fatica a crederci.</p>
<p>Ma, inzomma, com'è questo thriller?</p>
<p>Il libro è scritto bene, in modo <em>furbo</em>. Non fraintendermi, non nel senso cattivo del termine. Intendo dire che è furbo perché lascia chiaramente trasparire la conoscenza dei meccanismi del mestiere. La Baraldi sa esattamente quali corde toccare, muove le parole giuste, calibra i capitoli con la lunghezza ideale per non stancare e riesce a bilanciare l'azione con l'approfondimento dei personaggi senza mai risultare pesante, complessa o confusa. Può sembrare scontato, ma non è poco. Ne viene fuori un romanzo che si fa leggere in un attimo. Se ci ho messo poco più del previsto è solo perché ho scelto il formato cartaceo e non sempre avevo gli occhiali a portata di mano per affrontare il carattere stampato.</p>
<p>Poi, chiaro, questo è un prodotto progettato per vendere, intrattenere e portarsi a casa ottime recensioni. Lascerà un solco indelebile nella storia della letteratura mondiale? Probabilmente no, ma non credo fosse quello l'obiettivo. Se mi chiedessi se l'ho letto volentieri, ti risponderei con un sì assoluto. Dentro c'è tutto quello che cerco in un thriller quando ho voglia di divertirmi e staccare la spina. Se cerchi una lettura che scorra via liscia, questo è davvero un buon titolo.</p>]]></description></item><item><title>Sarcasmo</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=398</link><pubDate>Fri, 10 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=398</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_dr_house.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=398"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_dr_house.jpg" alt="Sarcasmo"></a></div> <p><em>Il sarcasmo è una scorciatoia.</em> È il trucco più vecchio del mondo per sembrare la persona più sveglia nella stanza senza aver fatto davvero lo sforzo di esserlo. Ci si sente subito un gradino sopra gli altri, protetti da una corazza di ironia che ci fa apparire <em>cool</em>.</p>
<p>Ma diciamocelo chiaramente, è un meccanismo terribilmente facile. Non serve una cultura enciclopedica per ribaltare una frase e trasformarla in sfottò.</p>
<p>Il problema è che questa tattica funziona poco e, soprattutto, dura pochissimo. Puoi ingannare chi ti ha appena incontrato, lasciando l'impressione di una personalità complessa e graffiante, ma il trucco ha le gambe corte. Dopo la terza volta che rispondi a una domanda sincera con una battutaccia, il fascino svanisce e resta solo la noia. Chi ti sta intorno capisce in fretta che non sei più intelligente, sei solo poco disponibile al dialogo.</p>
<p>Mi capita di osservare questa dinamica e l'effetto è davvero triste. E, sì, sto proprio pensando a qualcuno che conosco di persona. Vedi questo sforzo di mantenere il personaggio, nella convinzione di stare dominando la conversazione, mentre tutti gli altri hanno già smesso di ascoltare.</p>
<p>In fondo, la vera intelligenza è quella che sa adattarsi, che sa quando è il momento di ridere e quando quello di essere seri. Pensare di poter nascondere le proprie lacune o la propria timidezza dietro una battuta cattiva che mira a far passare gli altri per scemi è un'illusione che non regge alla prova del tempo. La maschera scivola via molto prima di quanto pensiamo, lasciando scoperti proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno di una connessione sincera con gli altri. E sì rimane a blaterare da soli.</p>
<p>Non serve essere dei geni per capire che, alla lunga, la gente preferisce una risposta onesta a una battuta ben confezionata, tagliente, ma vuota. Essere costantemente pronti con la battuta cattiva non ti rende una persona brillante, ti rende solo una persona con cui è difficile prendere un caffè.</p>]]></description></item><item><title>La salama spaziale - le prime righe</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=347</link><pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>creazioni</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=347</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_trattore.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=347"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_trattore.jpg" alt="La salama spaziale - le prime righe"></a></div> <p>Tra Ferrara, il Po e un’orizzonte così piatto che sembra disegnato da un geometra, si estende un territorio dove la nebbia più che un fenomeno meteorologico è uno stato d’animo. Qui, tra campi che in estate sembrano lastre di pietra e in inverno pozze di fango, due minuscoli paesi si fronteggiano da decenni. I paesi si chiamano Binazzo Bassa e Santa Maria Ponte. Li divide un fosso (<em>al fòs</em>, per i locali) largo un braccio ma profondo quanto l’astio che li separa.</p>
<p>Santa Maria Ponte, nel corso degli anni, ha trasformato la sua vocazione gastronomica in un modello di business. Ogni mese una sagra nuova: tortellini, rane, tartufo (non quello vero, ma poco importa), pesce di fiume (pescato nel Po, così dicevano), salame alla brace (sempre bruciato), vongole fritte (nessuno sapeva perché, ma attiravano turisti da Modena). Presi dall’entusiasmo, i Santamariesi avevano persino provato con la "Sagra del Pomodoro Industriale", prima di rendersi conto che nessuno voleva mangiare roba estratto da una scatola. Ma poco importava: l’importante era avere un cartello con una bella grafica, un articolo sul giornalino locale, e la possibilità di vendere bicchieri di vino delle sabbie a tre euro chiamandolo "vino dell'anno".</p>
<p>Binazzo Bassa, invece, ha resistito. Non per orgoglio, ma per pigrizia organizzativa. L’unica sagra che non è mai naufragata nel disinteresse generale era quella della Salama da Sugo, un piatto così denso di storia, grassi e sentimenti che nemmeno la concorrenza delle festicciole paesane del paese vicino riusciva a scalfirlo. La Salama, per i binazzesi, era sacra. Non per il sapore (che, onestamente, dopo il terzo boccone cominciava un po’ a impalugare) ma perché era l’unica cosa che Binazzo Bassa aveva e Santa Maria Ponte non avrebbe mai potuto copiare.</p>
<p>O almeno, non ufficialmente.</p>
<p>I binazzesi la chiamavano "la nostra tradizione", anche se in realtà la ricetta l’aveva portata un macellaio di Cento negli anni ’60, e il segreto della sua bontà stava nel fatto che nessuno osava chiedere cosa ci fosse davvero dentro. Si sussurrava di carne di maiale allevato a birra, spezie importate dal cugino che faceva l’autista per un circo, e una quantità di aglio tale da tenere lontani non solo i vampiri, ma anche i turisti più curiosi.</p>
<p>A Santa Maria Ponte, invece, la Salama era considerata un affronto personale ed era bandita da ogni casa. Non tanto per il gusto (che, come detto, impalugava) quanto per il prestigio. Perché se Binazzo Bassa aveva la sua sagra fissa, loro erano costretti a inventarne di nuove ogni anno, un po’ come un governo che cambia le leggi per distrarre dalla crisi economica.</p>
<p>E così, mentre a Binazzo Bassa si preparano all’ennesima edizione della Salama, con Don Giorgione che benedice le pentole e la signora Adele che controlla che nessuno rubi il macinato, a Santa Maria la sindaca Gigliola convoca una riunione d’emergenza nella Sala Consiliare.</p>
<p>Per gli assessori di Santa Maria del Ponte, quella stanza era importante e prestigiosa come il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Nella realtà, era un ex magazzino rimesso in ordine, con una macchia di umidità a forma di Madonna piangente e un tavolone impiallacciato salvato da un’asta fallimentare di mobili da ufficio.</p>
<p>Il Consiglio Comunale era riunito, e come sempre gli animi erano accesi. Fuori, oltre il fosso, il trattore di Borzolotti passava e ripassava nel campo. Non per minaccia, ma perché l’anziano contadino faticava a contare i passaggi. Il rumore del motore copriva talvolta le discussioni, ma nessuno si lamentava: forse era meglio così.</p>
<p>«Quest’anno facciamo la sagra della Salama.» annunciò la Gigliola, alzandosi di scatto, e una nuvola di lacca per capelli avvolse i partecipanti.</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>«Ma noi non abbiamo la Salama.» osservò l’assessore ai lavori pubblici, Marani, quello con la cravatta sempre sporca e spiegazzata. «Non l’abbiamo mai avuta.»</p>
<p>«Appunto» rispose la Gigliola. «Faremo la migliore.»</p>
<p>L’assessore al turismo, Belli, si aggiustò gli occhiali. «E come?»</p>
<p>«La chiameremo Salama Tradizionale di Santa Maria Ponte.»</p>
<p>«Ma non è una nostra tradizione!» obiettò la segretaria, Daniela "Excel" Rossi, l’unica che sapeva usare il celebre software per fare calcoli e non liste.</p>
<p>La Gigliola sorrise, con il sorriso astuto di chi ha già venduto il ponte prima di costruirlo. </p>
<p>«Lo sarà.»</p>
<p>Fuori, il trattore di Borzolotti sterzò di colpo e si spense. </p>
<p>Tutti, nella sala del Consiglio Comunale, trattennero il respiro. Sembrava quasi un presagio funesto. </p>
<p>In realtà, il trattore aveva solo finito il gasolio.</p>]]></description></item><item><title>Ah, giusto, stavo scrivendo questo</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=410</link><pubDate>Tue, 07 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>creazioni</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=410</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/banner_bluebabbler.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=410"><img src="https://bluebabbler.it/img/banner_bluebabbler.jpg" alt="Ah, giusto, stavo scrivendo questo"></a></div> <p>L'altro giorno sono andato a ripescare un mio vecchio testo e, per curiosità masochistica, ho recuperato anche l'articolo (<a href="https://bluebabbler.it/post/Salama_da_sugo_galattica_la_shitty_first_draft">questo</a>) in cui annunciavo tronfio tronfio la chiusura della relativa <em>shitty first draft</em>.</p>
<p>Sono rimasto pietrificato.</p>
<p>È passato più di un anno. Un anno intero (e rotti) per quella che doveva essere solo una bozza, piuttosto grezza, da ripulire in fretta e portare in editing. Non mi era ancora successa una cosa del genere, una dilatazione temporale così assurda. Se tutto va bene, e sottolineo il <em>se</em>, ci vorrà almeno un altro mese prima di avere tra le mani qualcosa di vagamente presentabile.</p>
<p>Mi sono chiesto seriamente cosa sia andato storto.</p>
<p>La risposta più facile, quella che ci diamo tutti per sentirci meno in colpa, è che <strong>la vita si è messa in mezzo</strong>.</p>
<p>C'è stato il progetto (titanico) della casa che ha letteralmente divorato il mio calendario. Dopo il trasloco sono diventato un ibrido tra imbianchino, restauratore e falegname. Ho passato giorni e giorni a scartavetrare, stuccare e ripulire stanze su stanze.</p>
<p>Però, a voler essere onesti, è davvero tutto qui? Possibile che in trecentosessantacinque giorni (e rotti) non sia riuscito a rubare qualche ora per rimettermi a lavorare su questa raccolta?</p>
<p>La verità è che sento un ronzio strano in testa. Forse, sotto sotto, mi è un po' passata la voglia. Sssst.</p>
<p>Guardo fuori e vedo il marasma delle IA generative che sputano testi a cascata, vedo autori indipendenti tribolare con gli algoritmi di Amazon e sento parlare ovunque della cronica carenza di chi legge davvero, ma pure di chi legge per finta. Mi chiedo se valga ancora la pena mettersi lì, con santa pazienza, a limare ogni singola parola, a cercare il ritmo giusto, a sudare su una frase per farle esprimere quel concetto.</p>
<p>C'è stato un momento in cui scrivere mi sembrava una necessità. Ora mi sembra un lusso, o peggio, una forma ddi testardaggine che cozza contro una realtà che sta andando da un'altra parte. Se fosse davvero così, se questa fiamma si fosse spenta o fosse diventata solo un cerino, cosa comporterebbe per me? Smettere di definirmi attraverso la scrittura sarebbe un sollievo oppure una sconfitta? Non ho ancora una risposta, ma avere il dubbio è già un inizio.</p>
<p>Forse quel mese di lavoro che mi aspetta servirà a capire se mi posso ancora spacciare per scribacchino o se sto diventando un falegname. Con troppi file nell'hard disk.</p>]]></description></item><item><title>Consenso a tutti i costi</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=409</link><pubDate>Sat, 04 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=409</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_be_so_good.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=409"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_be_so_good.jpg" alt="Consenso a tutti i costi"></a></div> <p>Ieri, non so perché, mi è sembrato di assistere a un funerale online. Blogger che si disperavano perché i commenti scarseggiano, e <em>content creators</em> (un termine che mi regala un leggero prurito ogni volta che lo sento) che puntavano il dito contro i follower cattivi che nascondevano le loro perle al mondo.</p>
<p>Non voglio fare l'ipocrita. Anche io, dal mio piccolo angolo di web, occhieggio le statistiche e ammetto che vedere quel grafico piatto mette addosso un bello sconforto e un gran senso di solitudine. Però, boh, non riesco proprio a trovare il coraggio di lamentarmi con chi sta dall'altra parte dello schermo. Mi chiedo: per quale motivo dovresti sentire il bisogno impellente di fermarti, riflettere e scrivere un commento sensato a quello che ho pubblicato?</p>
<p>Siamo nel mezzo di giornate frenetiche. Corriamo tra una scadenza e l'altra, cercando di restare a galla, e nei pochi minuti di pausa scorriamo lo smartphone per distrarci. Pura sopravvivenza mentale. In questo caos, l'attenzione è la moneta più preziosa che abbiamo. Chiedere a qualcuno di dedicare anche un solo minuto della propria vita per dirmi bravo o per contestare un mio pensiero è una richiesta <em>enorme</em>. Guardo quello che scrivo e mi chiedo onestamente se ho prodotto qualcosa di così memorabile, utile o anche solo piacevolmente leggero da meritare questo sforzo. La risposta, quasi sempre, è un secco NO.</p>
<p>Forse siamo diventati un po' troppo convinti di essere i protagonisti di un <em>The Truman Show</em>, dove ogni nostro sbadiglio dovrebbe generare commenti e attenzione. Ma la realtà è che sguazziamo in un rumore di fondo costante. Se il mio post passa inosservato, forse non è colpa dell'indifferenza di chi mi segue. Forse, oh, non ne valeva la pena.</p>
<p>E sai cosa? Va bene così. Non scrivo per collezionare i cuoricini digitali o per sentirmi un genio della comunicazione. Scrivo perché ne ho bisogno, perché mettere in fila le parole mi aiuta a capire cosa mi passa per la testa. Se qualcuno decide di fermarsi un istante e lasciare un segno lo considero un regalo inaspettato, non un diritto acquisito. Che, poi, la libertà di <em>non interagire</em> ancora ci salva dal diventare schiavi del consenso a tutti i costi.</p>]]></description></item><item><title>Orecchie da mercante - le prime righe</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=32</link><pubDate>Thu, 02 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>creazioni</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=32</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_orecchie_da_mercante.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=32"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_orecchie_da_mercante.jpg" alt="Orecchie da mercante - le prime righe"></a></div> <p>Tutto ebbe inizio come una soluzione brutale a un problema che l'umanità non aveva mai avuto il coraggio di ammettere: la verità fa male, ed è un veleno che pochi sanno metabolizzare. </p>
<p>Correva l'anno 2221 quando la NeuroLink, allora una promettente startup di interfacce neurali, presentò al mondo l’impianto X-47. Sulla carta, il dispositivo prometteva di restituire l'udito ai non udenti attraverso il nervo acustico, ma la vera rivoluzione risiedeva in una funzione rimasta inizialmente in ombra. Non si trattava di sentire meglio, ma di <em>scegliere cosa sentire</em>.</p>
<p>Il cuore pulsante dell'X-47 è l'algoritmo di <em>Ottimizzazione Relazionale</em>, un sistema di feedback-in-the-loop capace di scansionare in microsecondi il tono di voce dell'interlocutore, intercettando ogni minima traccia di aggressività, tensione o sincerità. Attraverso una mappatura costante delle parole chiave e del profilo psicologico dell'utente, l'impianto è in grado di intercettare frasi associate a concetti di perdita o fallimento prima ancora che raggiungano la coscienza e feriscano l'ego. Se l'input viene classificato come non ottimale, o non positivo, l'hardware interviene con una ristrutturazione chirurgica del messaggio: un raggelante avviso di bancarotta si trasforma così, nell'orecchio del destinatario, in un rassicurante invito a investire ulteriormente, trasformando un disastro finanziario in una flessione temporanea.</p>
<p>L'ideatore di questa rivoluzione acustica è Kael Jin, un ex psichiatra ossessionato dall'idea che l'autoinganno sia l'unico vero meccanismo di sopravvivenza della nostra specie. Durante una celebre intervista, Jin spiega con freddezza che la mente umana è già cablata per mentire a se stessa e che la sua tecnologia non aveva fatto altro che rendere quel processo finalmente efficiente. In una ammissione degna del suo genio oscuro, lo stesso fondatore di NeuroLink afferma di aver scelto di indossare una versione modificata del suo impianto. Invece di filtrare il dolore, il suo dispositivo sembra sia programmato per amplificare le critiche e le offese, un pungolo neurale costante che Jin definisce necessario per restare sveglio nel mondo che lui stesso aveva appena addormentato.</p>]]></description></item><item><title>Link belli di marzo 2026</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=408</link><pubDate>Wed, 01 Apr 2026 00:00:00 +0200</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=408</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://images.unsplash.com/photo-1612396899751-59d96bf6fe8b?q=80&amp;w=1170&amp;auto=format&amp;fit=crop&amp;ixlib=rb-4.1.0&amp;ixid=M3wxMjA3fDB8MHxwaG90by1wYWdlfHx8fGVufDB8" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=408"><img src="https://images.unsplash.com/photo-1612396899751-59d96bf6fe8b?q=80&w=1170&auto=format&fit=crop&ixlib=rb-4.1.0&ixid=M3wxMjA3fDB8MHxwaG90by1wYWdlfHx8fGVufDB8" alt="Link belli di marzo 2026"></a></div> <p>Nuovo appuntamento con la mia personalissima discarica di 'cose belle' digitali. Il funzionamento è già collaudato, e il meccanismo è banale: ogni mese apro una bozza e la lascio lì, a fermentare, aggiungendo un pezzo ogni volta che inciampo in qualcosa di degno. Non c'è un filtro editoriale o una linea guida coerente: se un contenuto mi colpisce, finisce dritto qui dentro e tu te lo becchi senza troppi complimenti. A fine mese premo invio, consegnandoti il post esattamente così come si è stratificato. Spero che tra queste righe tu possa scovare quella piccola perla capace di dare un senso diverso alla tua giornata. O anche no.</p>
<p><a href="https://videopress.com/v/inrMJ4kU">Il trailer di Tomorrow, tomorrow and tomorrow</a> - Il trailer realizzato come videogioco a 8 bit. Un omaggio perfetto per chi ha amato il romanzo e ha la nostalgia per i pixeloni piantata nel cuore.</p>
<p><a href="https://www.openculture.com/2015/09/hayao-miyazakis-masterpieces-spirited-away-and-princess-mononoke-imagined-as-8-bit-video-games.html">Mononoke e Spirited Away</a> - e già che ci siamo, anche <strong>Principessa Mononoke</strong> e <strong>La città incantata</strong> realizzati come se fossero videogiochi 8 bit. C'è del magico nel vedere le opere di Miyazaki tradotte in una grafica essenziale, senza perdere la poesia originale.</p>
<p><a href="https://visdeurbel.nl/en/">Fish doorbell</a> - Ogni primavera, migliaia di pesci nuotano attraverso l'Oudegracht a Utrecht, alla ricerca di un luogo dove deporre le uova. Ma le chiuse sono, appunto, spesso <em>chiuse</em>. Su questa pagina puoi aiutare i pesci a continuare il loro viaggio. Appena vedi un pesce sul <em>live stream</em>, premi il campanello per fare aprire la chiusa. È una di quelle cose meravigliosamente assurde, ma utili, che rendono la Rete un posto ancora degno di essere visitato.</p>
<p><a href="https://www.systemuicons.com/">System UIcons</a> - Una collezione di icone in formato SVG semplici, chiare, essenziali. CCNA.</p>
<p><a href="https://www.quetext.com/">QueText</a> - Verifica testi creati da IA, o plagio. Strumento utile se sospetti che qualcuno stia cercando di spacciarti per farina del proprio sacco qualcosa che, in realtà, è stato scritto da un algoritmo.</p>
<p><a href="https://protocolcards.com/">Protocol cards</a> - Carte per gestire stress, fatica, concentrazione. Altro. Un mazzo digitale che cerca di dare un ordine al caos mentale che ci portiamo dentro nelle ore di lavoro.</p>
<p><a href="https://ciechanow.ski/moon/">Moon</a> - Piacevole, completo, graficamente ineccepibile articolo sulla Luna. Bartosz Ciechanowski ha la capacità di spiegare fisica e meccanica con una pulizia visiva che ti fa sentire intelligente anche se non capisci nulla di orbite.</p>
<p><a href="https://pucs.it">Portale Unico delle Complicazioni Semplici (PUCS)</a> - Questo lo conoscerai perché ha girato parecchio. Ho trovato queste pagine fin troppo realistiche. Parodia perfetta della burocrazia mista all'enshittification: tra il web design anni Novanta e le logiche kafkiane della pubblica amministrazione.</p>
<p><a href="https://solarprotocol.net/">Solar protocol</a> - Un esperimento affascinante dove il server che ospita il sito è alimentato da pannelli solari. La logica è semplice: il traffico viene diretto verso il server che in quel momento ha più luce. Un modo concreto per ripensare l'impatto del digitale sull'ambiente.</p>
<p><a href="https://ciechanow.ski/mechanical-watch/">Mechanical watch</a> - Un'altra perla dello stesso Ciechanowski, stavolta dedicata al funzionamento dei movimenti meccanici negli orologi. Ti perdi letteralmente dentro gli ingranaggi che si muovono mentre scorri la pagina, ed è un'esperienza ipnotica.</p>
<p><a href="https://bruno-simon.com/">https://bruno-simon.com/</a> - Probabilmente uno dei <em>portfolio</em> più incredibili che io abbia mai visto. Non è un semplice sito, ma un piccolo mondo in tre dimensioni che puoi esplorare guidando una macchinina. Ti fa capire quanto si possa spingere avanti il limite della programmazione <em>web</em> creativa.</p>
<p><a href="https://www.codingfont.com/">https://www.codingfont.com/</a> - Se passi ore a scrivere codice, sai bene quanto la scelta del carattere possa cambiarti la vita, o almeno salvarti la vista. Qui puoi fare un vero e proprio torneo tra <em>font</em> per eleggere quello che si adatta meglio al tuo stile e alle tue necessità.</p>
<p><a href="https://informationisbeautiful.net/visualizations/left-vs-right-us/">Information is beautiful - Left vs Right</a> - La Sinistra e la Destra, un'infografica per chiarirci meglio. Riesce a visualizzare concetti politici complessi in modo talmente pulito che quasi (quasi) ti dimentichi quanto sia difficile parlarne senza litigare con nessuno. Ripeto, QUASI.</p>
<p><a href="https://facetest.psy.unsw.edu.au/aifaces.html">UNSW Face Test</a> - Puoi distinguere un volto reale da uno generato da una IA? Io, che non sono assolutamente fisionomista e non saluto la gente che conosco per strada, ne ho riconosciuti 11 su 20. Prova a vedere se hai un occhio migliore del mio o quanto ti fai ingannare dal primo <em>deepfake</em> che passa.</p>
<p><a href="https://www.worldmonitor.app">World Monitor</a> - Una dashboard sul mondo. Per tenerlo d'occhio. C'è persino l'Indice Pizza. Fatto tutto benissimo, con uno stile leggermente <em>retro</em>. È lo strumento ideale se vuoi sentirti al comando di una stazione di controllo globale mentre sorseggi il caffè mattutino.</p>
<p><a href="https://channelsurfer.tv/">ChannelSurfer</a> - YouTube trasformato in una TV con i canali 'classici' a cui eravamo abituati noi vecchi. È perfetto se anche tu, come me, ogni tanto provi quella paralisi decisionale davanti a migliaia di video e rimpiangi quando bastava schiacciare un tasto sul telecomando e farti andare bene quello che passava il convento. Qui il zapping torna a essere un'attività pigra e meravigliosa.</p>
<p><a href="https://sitdeck.com/">Sitdeck</a> - Una specie di ponte di comando per la tua navigazione. Ti permette di raggruppare link, appunti e strumenti in un'unica interfaccia pulita, quasi come se stessi costruendo la tua dashboard personale per non annegare nel mare di schede aperte del browser. Se senti il bisogno di mettere un po' di ordine nel tuo disordine digitale, questo potrebbe essere il porto sicuro che cercavi.</p>
<p><a href="https://reasonstobecheerful.world/">Reasons to be cheerful</a> - Un progetto editoriale che cerca di ricordarci che, <em>nonostante tutto</em>, il mondo non va a rotoli su ogni singolo fronte. Una raccolta di storie di successo e soluzioni concrete a problemi che spesso sembrano insormontabili. Se anche tu hai tendi ad affondare nel pessimismo cosmico ogni volta che apri un sito di notizie, questo è un buon posto per ricalibrare la bussola e ritrovare un minimo di ottimismo.</p>
<p><a href="https://cloudappreciationsociety.org/">The Cloud Appreciation Society</a> - Dedicato a chi passa il tempo a cercare forme improbabili nel cielo invece di guardare dove mette i piedi. L'idea che esista una società dedicata esclusivamente all'apprezzamento delle nuvole ti invita a fermarti, respirare e goderti lo spettacolo gratuito più pigro del mondo.</p>
<p>Bene, a questo giro di giostra direi che può bastare. Spero che almeno uno di questi link ti abbia strappato un sorriso o ti abbia fatto perdere dieci minuti in modo sensato, o perlomeno divertente. Come da copione, ora che questo articolo è finalmente fuori dalla cartella delle bozze, ne ho già aperto uno nuovo, vuoto e intonso, pronto a raccogliere le prossime follie che incroceranno le mie esplorazioni digitali durante il mese. Se hai qualche suggerimento o qualcosa che dovrei assolutamente vedere, sai dove trovarmi. Tipo qui.</p>]]></description></item><item><title>Miti morti male</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=407</link><pubDate>Sat, 28 Mar 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=407</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_pattume.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=407"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_pattume.jpg" alt="Miti morti male"></a></div> <p>Certi miti e certezze sono come quelle vecchie felpe stampate che tengo nell'armadio per anni, nello scaffale più alto: stanno lì finché un giorno le indossi, ti guardi allo specchio e capisci che ti stringono ovunque e, onestamente, sono pure fuori moda. E, a malincuore, vanno date via. Ecco, nel corso del tempo ho dovuto fare i conti con alcuni pilastri del mio pensiero che, come per le felpe, sono crollati sotto il peso del tempo. Non è stato un processo indolore, ma è stato ahimé necessario.</p>
<h3>Il mito della saggezza automatica</h3>
<p>Ho passato gran parte della giovinezza convinto che la saggezza fosse una sorta di premio fedeltà: superi i quaranta, accumuli abbastanza anni di epserienze esistenziali e, come per magia, inizi a capire come funziona il mondo. Mi immaginavo mentre dispensavo perle di filosofia, con la pipa, davanti a un caminetto. La verità è che l'età, da sola, <em>non insegna assolutamente nulla</em>. Ho incontrato persone di sessant'anni con la maturità emotiva di un pre-adolescente e giovani ventenni con una profondità disarmante. Se non c'è un lavoro consapevole di riflessione, cultura, autocritica e una buona dose di umiltà, l'unica cosa che si accumula con il tempo sono le rughe e la predisposizione a lamentarsi del rumore in strada. Diventare vecchi è (arrivandoci) un destino. Diventare saggi è (non illudiamoci) un lavoro a tempo pieno.</p>
<h3>Il mito della tecnocrazia salvifica</h3>
<p>C'è stato un periodo, forse dettato da un eccesso di ottimismo tecnologico, in cui pensavo seriamente che se avessimo dato le chiavi della pubblica amministrazione a un gruppo di sviluppatori, il mondo sarebbe diventato un posto perfetto. Immaginavo processi ottimizzati, <em>refactoring</em> della burocrazia e una società gestita con la stessa pulizia di un codice ben strutturato. Ci volevo persino scrivere una storia, ma è stato un bene non averlo fatto. L'esperienza degli ultimi anni, specialmente osservando ciò che accade oltre oceano, mi ha brutalmente svegliato. Vedere orribili <em>tech-bro</em> in posti di rilevanza globale mi ha fatto capire che l'arroganza di chi crede che ogni problema umano sia solo un <em>bug</em> da risolvere è pericolosa. Chi vive di smania e mancanza di empatia rischia di dimenticare che gli esseri umani sono fatti di esperienze, emozioni e variabili imprevedibili che non possono essere gestite con un semplice <em>if-then-else</em>. Un governo di soli tecnici, soprattutto con queste caratteristiche, finirebbe in mano a sedicenti geni incompresi che scambiano il bene comune per un esperimento di <em>disruption</em> fuori controllo.</p>
<h3>Il mito della pazienza che non è mai arrivata</h3>
<p>Un altro grande inganno che mi sono propinato riguarda la pazienza. Mi dicevo che, una volta superata la foga della gioventù, sarei diventato una persona calma, imperturbabile, capace di affrontare le code alle poste o i rallentamenti del traffico con il sorriso serafico del pescatore di carpe. Non è successo. Anzi. Sembra che il mio livello di tolleranza verso l'inefficienza sia diminuito proporzionalmente al numero di candeline sulla torta. La verità è che il tempo è diventato una risorsa sempre più scarsa e vederlo sprecato mi irrita oggi molto più adesso di quanto facesse dieci anni fa. Forse la pazienza non è una dote che si acquisisce, ma va allenata ogni giorno (con risultati alterni, spesso fallimentari).</p>
<h3>Il mito dell'infallibilità dei grandi brand</h3>
<p>Infine, ho dovuto smettere di credere che se un'azienda fattura miliardi, allora sappia sicuramente cosa sta facendo. Da fuori i grandi marchi sembrano macchine perfette, monoliti di efficienza e strategia. Se guardi bene dietro le quinte, però, scopri che sono solo ammassi di persone confuse che cercano di barcamenarsi tra riunioni inutili e decisioni prese dal management all'ultimo momento. Mi è capitato di collaborare con realtà enormi e scoprire che il <em>know-how</em> delle persone era sottilissimo. A volte la differenza tra una multinazionale e un piccolo ufficio di provincia è solo il <em>budget</em> per il <em>marketing</em> e la capacità di nascondere gli errori sotto un tappeto molto più costoso. È una consapevolezza che inizialmente ti spaventa, ma poi ti fa sentire decisamente meglio riguardo ai tuoi piccoli fallimenti quotidiani.</p>
<h3>Il mito dell'adulto risolto</h3>
<p><em>Eccèpperò</em> anche una convinzione che, più di tutte, si è sgretolata con il passare dei decenni: l'idea che esista un momento preciso in cui ci si sente finalmente adulti fatti e finiti. Da bambino guardavo chi aveva trenta o quarant'anni come se possedesse un manuale segreto di istruzioni per la vita, una sorta di <em>roadmap</em> definitiva che spiega come gestire i risparmi, le relazioni e i dubbi esistenziali. Poi, arrivato a quell'età, ti guardi intorno spaesato rendendoti conto che sei esattamente la stessa persona di prima, solo con qualche responsabilità in più. Quel senso di padronanza della vita non arriva mai. La verità è che stiamo tutti improvvisando, a tutte le età, cercando di dare un senso a una giornata dopo l'altra mentre speriamo che nessuno si accorga che, in fondo, non abbiamo idea di cosa stiamo facendo. </p>
<p>Accantonare questo mito giovanile forse è una delle esperienze più liberatorie che si possano fare, perché puoi iniziare finalmente a goderti il viaggio.</p>]]></description></item><item><title>Ombre elettriche - Davide Mana</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=404</link><pubDate>Tue, 24 Mar 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>libri</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=404</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_ombre_elettriche_davide_mana.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=404"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_ombre_elettriche_davide_mana.jpg" alt="Ombre elettriche - Davide Mana"></a></div> <p>Mentre scorrevo la lista dei titoli sul Kindle ho provato un improvviso senso di colpa. </p>
<p><strong>Ombre Elettriche</strong> di Davide Mana era lì da tempo imprecisato, un acquisto fatto d'impulso e poi sepolto sotto il peso digitale di altri acquisti digitali. Riprenderlo in mano proprio ora, con la consapevolezza che l'autore ci ha lasciati, ha dato all'esperienza un sapore diverso da quello che poteva essere. </p>
<p>C'è qualcosa di parecchio malinconico nel leggere una storia che parla di presenze dal passato proprio quando chi l'ha scritta è diventato, in un certo modo, una traccia digitale. Questa consapevolezza ha reso la lettura ancora più densa. </p>
<p>Scorrendo le recensioni su Amazon, mi sono accorto della confusione di altri lettori: c'è chi esalta il racconto e chi sembra essersi perso in un vicolo cieco. Questa mancanza di uniformità mi ha convinto che questo scritto non sia per chi cerca distrazioni pigre (non che ci sia niente di male, eh). Il racconto è sofisticato e alterna scene in terza persona a dossier con porzioni di testo censurate. Poggia su un'idea che risulta geniale nella sua semplicità: cosa succede quando un regime cerca di usare una popolarissima soap opera come strumento di distrazione di massa, ignorando che tra i fotogrammi si nascondono i fantasmi del passato? In una Cina che tenta di stendere un velo di oblio sulle purghe seguite ai fatti di Piazza Tienanmen, il media più popolare diventa il veicolo di una ribellione impossibile a causa di interferenze che riscrivono la narrazione, per gridare le verità che il potere vuole sepolte.</p>
<p>La storia scivola via se vuoi solo goderti l'atmosfera, ma ti 'punisce' un po' se la leggi con superficialità. Richiede un pelo di attenzione. Mi sono ritrovato a tornare indietro di qualche pagina non perché non avessi capito le parole, ma perché sentivo il bisogno di cogliere ogni <em>glitch</em> inserito tra le righe da un autore che sapeva dove andare a parare.</p>
<p>L'idea che i morti possano sabotare la propaganda, che il sacrificio di chi è stato cancellato dalla storia possa riemergere attraverso schermi o segnali mi ha fatto provare una certa invidia. Mana usa il sovrannaturale non come un semplice stereotipo della letteratura di genere, ma come un poetico strumento di giustizia. Ne viene fuori una sorta di <em>ghost story</em> moderna dove la vendetta arriva con un messaggio sovversivo.</p>
<p>È un pensiero che scalda il cuore, specialmente quando guardiamo la realtà e vediamo quanto spesso, se non sempre, i regimi riescano a farla franca.</p>
<p>Certo, capisco perché a qualcuno non sia piaciuto. Se ti aspetti il brivido facile o la trama lineare che ti imbocca ogni spiegazione, potresti restare con l'amaro in bocca. Ma se accetti la sfida, forse ne uscirai con la piacevole sensazione di aver letto qualcosa di solido. Un piccolo, umile pezzo di letteratura digitale che sa perfettamente cosa vuole essere. Un'eredità che continua a trasmettere segnali anche ora che la fonte si è spenta.</p>
<p>Magari fosse possibile far saltare in questo modo i piani a chi calpesta la libertà delle persone. Nel frattempo, mi tengo stretta questa storia malinconica e amara sperando che le ombre, prima o poi, riescano <em>davvero</em> a farsi sentire.</p>]]></description></item><item><title>Antecedents - Mikael Compo</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=315</link><pubDate>Tue, 17 Mar 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>creatori</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=315</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_antecedents.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=315"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_antecedents.jpg" alt="Antecedents - Mikael Compo"></a></div> <p>Conosco Mikael da un po' e oltre alle sue varie ed eclettiche creazioni ho seguito il suo percorso da musicista. Ascoltando il suo ultimo lavoro, <strong>Antecedents</strong>, ho avuto la sensazione di quando ritrovi un vecchio amico e ti accorgi che, nel frattempo, è diventato un grande. Non parlo solo di abilità tecniche, che pure ci sono e si sentono, ma di una sensazione di completezza che prima non percepivo.</p>
<p>Te lo dico subito, non sono un esperto. Anzi. Non sono un critico musicale e nemmeno un musicista della domenica. Sono solo uno a cui piace la musica (un po' tutta, tra l'altro) e che sa distinguere quando un pezzo lo cattura o quando invece rimbalza via. E questo album, sì, questo album resta appiccicato.</p>
<p>Mentre guidavo in questi giorni, <em>Antecedents</em> è diventato una colonna sonora ricorrente. C'è qualcosa di profondamente curato in ogni traccia, un'attenzione al dettaglio che non scade mai nel pedante. Mi sono ritrovato spesso a ripensare ad alcuni musicisti famosi. Saranno le mie personali suggestioni, ma in certi passaggi mi è sembrato di sentire la solennità di <em>Vangelis</em>, o la capacità di <em>Mike Oldfield</em> di stratificare suoni (a proposito, c'è un brano che si chiama <em>tubular</em>. Coincidenza?) E poi ci ho visto anche quel modo che hanno i <em>Mogwai</em> di costruire atmosfere che ti fanno dimenticare dove ti trovi. Magari, oh, Mikael mi dirà che non c'entrano nulla e che le sue influenze arrivano da un'altra parte, ma il bello della musica è anche questo viaggio che ognuno di noi compie in modo diverso.</p>
<p>La cosa che più mi ha sorpreso è quanto l'album sia, a tratti, davvero <em>catchy</em>. Sembra quasi proibito per la musica elettronica più ricercata, eppure ci sono ritornelli così ben costruiti che mi sono ritrovato a fischiettarli ben oltre il momento dell'ascolto. Magari mentre preparavo un caffè o mentre facevo la spesa, nella corsia degli jogurt.</p>
<p>La mia ignoranza tecnica è comunque venuta fuori quando ho provato a fare qualche domanda all'autore. Ad esempio, mi sono fissato con l'armonia degli archi in <em>benedict</em>. Per me, che arrivo sì a capire cos'è un file Midi ma che poi mi perdo totalmente nel lavoro dei sintetizzatori, certi suoni sembrano un po' magia. Ho chiesto a Mikael come diavolo avesse fatto a ottenere quel risultato, conscio del fatto che per lui potesse essere una domanda banale, quasi ingenua. Mi ha spiegato alcune cose, ma onestamente mi sono reso conto che va benissimo così, anche senza saperlo. Un po' perché non serve sapere come viene costruito un motore per godersi un viaggio in automobile, come non serve essere un ingegnere del suono per capire che <em>Antecedents</em> è davvero un bel lavoro.</p>
<p>Alla fine la prova del nove è facile: <em>lo ascolteresti ancora una volta appena finita l'ultima traccia?</em> La mia risposta è un sì convinto. È un album che dimostra che con tecnica e sensibilità artistica si produce qualcosa che smette di essere un semplice esercizio di stile e finisce per diventare emozione.</p>
<p>Bravo!</p>]]></description></item><item><title>Maledetto codice legacy</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=403</link><pubDate>Thu, 05 Mar 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>algoritmi</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=403</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_mikado.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=403"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_mikado.jpg" alt="Maledetto codice legacy"></a></div> <p>C'è questo momento che prima o poi arriva, nella vita di ogni sviluppatore, in cui l'entusiasmo per un progetto si trasforma in delirio mistico. E la determinazione nel non usare linguaggio sconcio viene messa a dura prova. </p>
<p>Succede quando quel repository che nessuno toccava dal 2014 all'improvviso secerne <em>codice legacy</em>. Non parlo di codice vecchio ma solido, quello che non si tocca perché funziona. Parlo di un groviglio di istruzioni scritte da qualcuno che odiava il genere umano, che magari aveva già dato le ddimissioni, o che forse aveva solo troppa fretta e troppo caffè in circolo. È quel software che sta in piedi solo grazie alla <em>tensione superficiale dei suoi stessi bug</em>.</p>
<p>Mettere le mani in quel disastro è un po' come giocare a <em>Shangai</em>, o <em>Mikado</em>. Ti ricordi gli stecchini di legno colorati? Ecco, il database è lo stecchino blu in fondo, la logica di business è quello giallo incastrato a metà e l'interfaccia utente è una massa informe di stecchini rossi che premono su tutto il resto. Tu sai che dovresti applicare solo una piccola modifica su un campo di inserimento, un <em>fix</em> da niente, ma appena sfiori la tastiera senti un sinistro scricchiolio provenire dal server. Se sposti una virgola in un form, improvvisamente smette di funzionare la logica di fatturazione, come se fossero unite da <em>entanglement quantico</em>. Una fisica che non studiano a ingegneria, ma che impari a tue spese durante il <em>debugging</em>.</p>
<p>La reazione naturale di chiunque abbia un minimo di cervello sarebbe dare fuoco a tutto, fare tabula rasa, cancellare il repository e iniziare riscrivere tutto da capo seguendo dei principi razionali. Ma qui arriva la parte divertente, quella che mette seriamente alla prova la tua pazienza. Provi a chiedere: <em>"Ma cosa dovrebbe fare, esattamente, questo modulo?"</em>. Silenzio. Scrollate di spalle. Sguardi imbarazzati. Non esistono specifiche, la documentazione è una leggenda metropolitana e l'unica persona che sapeva come funzionasse si è trasferita tre anni fa a coltivare lavanda in Provenza.</p>
<p>E mentre fissi lo schermo cercando di interpretare variabili chiamate <em>temp1</em>, <em>temp2</em> e <em>final_final_flag_v2</em>, senti il fiato sul collo della scadenza. Perché ovviamente c'è da consegnare. Ieri. Il business non può aspettare che tu faccia ordine o che renda il mondo un posto migliore con il tuo codice strutturato. Vogliono solo che il pezzetto di legno sia sfilato senza che l'intera struttura crolli.</p>
<p>E allora ti armi di santa pazienza, fai un bel backup e inizi a muoverti con la grazia di un chirurgo. Ogni riga di codice che scrivi è un compromesso, un piccolo pezzo di anima che se ne va in cambio della stabilità del sistema. È un lavoro sporco, frustrante, ma c'è una sorta di perversa soddisfazione nel vedere che, nonostante tutto, quella pila di stecchini rimane immobile mentre ti allontani dalla scrivania.</p>
<p>Bene. Saprai che <em>il cerchio della vita</em>, in questo settore, ha un senso dell'umorismo piuttosto cinico. Tra un paio d'anni, o forse tra sei mesi se siamo sfortunati, arriverà qualcuno che aprirà quel file, leggerà il tuo <em>fix</em> dell'ultimo minuto e inizierà a imprecare contro l'ignoto autore di tale scempio (non avrai firmato quel codice, te ne vergogni troppo). Ti darà del pazzo, dell' incompetente, e si chiederà come sia stato possibile scrivere qualcosa di così fragile. Cercherà persino il tuo nome nei log di git per maledirti degnamente. Ma, se tutto è andato bene, per allora tu sarai già altrove. Magari avrai finalmente seguito l'esempio del tuo predecessore e ti troverai davvero in Provenza, ad ammirare i campi di lavanda che ondeggiano al vento, sorseggiando un vino locale e dimenticando per sempre cosa sia un'eccezione non gestita.</p>
<p>Alla fine è un prezzo da pagare, un male necessario. Una sorta di purgatorio digitale dove ogni sviluppatore professionista prima o poi è destinato a sfilare lo stecchino di qualcun altro, sperando solo che la pila non crolli proprio al suo turno.</p>]]></description></item><item><title>Radicalized - Cory Doctorow</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=397</link><pubDate>Tue, 03 Mar 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>libri</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=397</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_radicalized_cory_doctorow.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=397"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_radicalized_cory_doctorow.jpg" alt="Radicalized - Cory Doctorow"></a></div> <p>In un'epoca in cui la tecnologia si è trasformata in una gabbia, poche voci sono necessarie come quella di <strong>Cory Doctorow</strong>. </p>
<p>Se non lo conosci, dovresti rimediare in fretta perché è uno di quegli autori che mi piacciono moltissimo, non solo per quello che scrive, ma per come riesce a leggere il presente. È stato lui a coniare il termine <em>enshittification</em>, una parola che è diventata quasi un tormentone per descrivere il degrado inesorabile dei servizi tech che usiamo ogni giorno. Quel momento in cui una piattaforma che amavi inizia, beh, a <em>fare schifo</em>, solo per spremere l'ultimo centesimo di profitto.</p>
<p><strong>Radicalized</strong> è una raccolta di quattro racconti lunghi, forti, duri. Un po' come <em>Black Mirror</em>, ti costringono a guardare sotto il tappeto del quotidiano digitale. Non lasciarti spaventare dall'idea che sia fantascienza o letteratura "tecnica": Doctorow ha il dono di scrivere in modo estremamente semplice e leggero, rendendo concetti complessi masticabili anche per chi non ha mai aperto una shell in vita sua.</p>
<p>Le storie che troverai in <strong>Radicalized</strong> parlano di noi, qui e ora. C'è il condominio dove gli inquilini più poveri non possono usare l'ascensore. C'è il racconto che esplora come l'ingiustizia del sistema sanitario possa spingere le persone verso derive oscure e disperate. Storie che sembrano ambientate dopodomani, tanto sono capaci di intercettare la deriva tecno-capitalista del nostro presente. E anche se i temi sono densi, ti accorgerai che la lettura scorre via con facilità disarmante, un po' come se stessi chiacchierando con un amico che ne sa un sacco e ha deciso di raccontarti, davanti a una birra, come funziona il mondo digitale.</p>
<p>Il primo racconto è <strong>Pane Non Autorizzato</strong>. Qui la protagonista si ritrova a vivere in un complesso residenziale dove tutto, dal tostapane all'ascensore, è governato da software proprietario. Il problema nasce quando lei cerca di usare del pane economico, non approvato dal produttore del tostapane. È una metafora perfetta e a tratti assurda di come il controllo digitale possa trasformare i gesti più semplici della nostra vita quotidiana in atti di ribellione. Ti fa riflettere su quanto tu sia davvero <em>proprietario</em> degli 'oggetti smart' che hai pagato con i tuoi (troppi) soldi.</p>
<p>In <strong>Minoranza Modello</strong>, Doctorow prende il mito di Superman (sì, lo chiama in un altro modo ma è inequivocabilmente Superman) e lo cala nella realtà brutale della violenza della polizia e del razzismo sistemico. Il supereroe protagonista decide di intervenire per fermare il pestaggio di un uomo di colore da parte della polizia. Scoprirà però, a sue spese, che avere la forza di spostare le montagne non serve a nulla contro una burocrazia corrotta e un sistema che non vuole essere salvato, ma solo mantenere lo <em>status quo</em>. È un racconto molto amaro che smonta l'idea del supereroe solitario.</p>
<p>Il terzo racconto, che dà il nome al libro, è <strong>Radicalizzati</strong>. Qui ci spostiamo sul terreno minato della sanità americana e dei forum online. Il protagonista vede sua moglie ammalarsi di tumore e la compagnia assicurativa rifiutare loro una cura sperimentale. Finisce così in una comunità virtuale di uomini che vivono la stessa tragedia e che iniziano a pianificare vendette violente contro i colossi farmaceutici. È una discesa realistica nei meccanismi che portano una persona comune a diventare un estremista, spinta dalla disperazione e da un sistema che non offre giustizia. Luigi Mangione ci ricorda qualcosa?</p>
<p>Infine c'è <strong>La Maschera della Morte Rossa</strong>, che riprende il titolo e il tema di un classico di Poe ma lo ambienta nel mondo dei 'preparazionisti' ricchi, i 'tech bro'. Mentre la società fuori crolla, un finanziere si rifugia nel suo bunker iper-tecnologico convinto che la sua ricchezza e la sua superiorità sociale possano proteggerlo da tutto. Ovviamente, scoprirà a sue spese che non basta una porta blindata per ricostruire una civiltà quando mancano fiducia e cooperazione. È quasi crudele proseguire nella storia, quando autore e lettore conoscono già il destino che attende il protagonista 'furbetto' e la fine che lo aspetta.</p>
<p>Leggere questo libro è un'esperienza che definirei illuminante ma al tempo stesso davvero irritante (nel senso buono del termine). I racconti non sono distopie, descrivono quello che stiamo già vivendo. Doctorow non vuole spaventarti, ma darti gli strumenti per capire che la tecnologia richiede anche una scelta che è necessariamente politica. Ti ispira a non accettare passivamente ogni aggiornamento o ogni nuova clausola di servizio come se fosse un destino inevitabile. La produzione letteraria di Doctorow è una chiamata alle armi per la nostra consapevolezza digitale, un promemoria del fatto che <em>la tecnologia dovrebbe servire noi, e non il contrario</em>.</p>
<p>Questa raccolta è un'opera attualissima, che riesce a mescolare l'ansia per il futuro con una lucidità non comune. Ti consiglio di dargli una occasione, perché se capisci come funziona il mondo oggi, forse eviterai che il tuo domani sia scritto da un algoritmo. </p>]]></description></item><item><title>Link belli di febbraio 2026</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=402</link><pubDate>Mon, 02 Mar 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=402</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://images.unsplash.com/photo-1612396899751-59d96bf6fe8b?q=80&amp;w=1170&amp;auto=format&amp;fit=crop&amp;ixlib=rb-4.1.0&amp;ixid=M3wxMjA3fDB8MHxwaG90by1wYWdlfHx8fGVufDB8fHx8fA%3D%3D" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=402"><img src="https://images.unsplash.com/photo-1612396899751-59d96bf6fe8b?q=80&w=1170&auto=format&fit=crop&ixlib=rb-4.1.0&ixid=M3wxMjA3fDB8MHxwaG90by1wYWdlfHx8fGVufDB8fHx8fA%3D%3D" alt="Link belli di febbraio 2026"></a></div> <p>Per passare dall'idea di Rete come piazza in cui tutti gridano per farsi notare (il social) a quella di uno spazio in cui accogliamo gli ospiti nel nostro angolo web (il blog), forse non basta il motore di ricerca (che peraltro ultimamente non gode di ottima salute). Bisogna tornare a scambiarsi collegamenti e frammenti dal web, come si faceva ai bei vecchi tempi. Che, tra l'altro, a me è sempre sembrata una cosa bellissima, condividere le cose che ci sono piaciute.</p>
<p>Quindi, come funziona questa pagina? Ogni mese ne creo una nuova dedicata al mese in corso. Resta in bozza fino al primo giorno del mese successivo quando, così com'è, diventa pubblica. Nel frattempo raccolgo e salvo link o riferimenti a contenuti curiosi, particolari o degni di nota che ho trovato navigando.</p>
<p>Quelli che vedi sono gli spunti scovati tra gennaio e febbraio. Sono più del solito, perché ho scelto di passare meno tempo sui social.</p>
<p>Se ti va, esplora e divertiti. Se non ti va, passa oltre. Non mi offendo.</p>
<p><a href="https://httpster.net/">Httpster</a> - raccolta di link a siti web e template originali o di tendenza, tutti da esplorare. Molti spunti interessanti.</p>
<p><a href="https://godly.website/">Godly.website</a> - raccolta di altri siti web di ispirazione. Come sopra. Esplora, esplora.</p>
<p><a href="https://wizardzines.com/zines/terminal/">The Secret Rules of the Terminal</a> - Un piccolo manuale tecnico (o un cheatsheet, se vogliamo) sul terminale, ma concepito e formattato come se fossa una zine. Mi sembra un'idea molto carina, accattivante.</p>
<p><a href="https://github.com/awesome-selfhosted/awesome-selfhosted">Awesome selfhosted</a> - Un fracasso di cose che puoi fare se ti piace il self-hosting.</p>
<p><a href="https://graph.elmc.at/">Mega mappa della Blogosfera</a> - Non credo funzioni benissimo, almeno per me. Ma l'idea è molto interessante. Un mega-grafo che mostra i blog più rilevanti e i collegamenti tra questi.</p>
<p><a href="https://anvaka.github.io/city-roads/?q=44042">Anvaka City Roads</a> - prendi un indirizzo a scelta, mostrami la mappa, ma semplificata e in b/n.</p>
<p><a href="https://neuroproductions.be/">https://neuroproductions.be/</a> - Sito (personale?) bellissimo.</p>
<p><a href="https://maze.toys/mazes/mini/daily/">https://maze.toys/mazes/mini/daily/</a> - Risolvi dei piccoli labirinti. Rilassante.</p>
<p><a href="https://moebio.com/research/sevensets/">https://moebio.com/research/sevensets/</a> - giochino quasi incomprensibile con i diagrammi di Venn. Non mi sembra che funzioni da mobile.</p>
<p><a href="https://hackertyper.net/">https://hackertyper.net/</a> - Fai finta di essere un hacker premendo tasti a caso. Come nei film.</p>
<p><a href="touchpianist.com">touchpianist.com</a> - Fai finta di essere un pianista. A caso.</p>
<p><a href="https://neal.fun/sandboxels/">Sandboxels</a> - Gioca con la sabbia!</p>
<p><a href="https://amapof.us/map">A map of</a> - Esplora memorie, lasciate da altri, nei luoghi che preferisci. Lascia una memoria.</p>
<p><a href="https://unread.ooo/">Unread</a> - Entra nelle Inbox di un personaggio a scelta. Contenuti da IA generativa ma stranamente interessanti.</p>
<p><a href="https://www.theregister.com/2026/02/16/semantic_ablation_ai_writing">Semantic ablation</a> - E una analisi del perché la scrittura con la IA fa cacare.</p>
<p><a href="https://www.creativewebmanual.com/">Creative Web Manual</a> - belliffimo 'manuale' di web design.</p>
<p><a href="https://motion.zajno.com/">Motion.ed</a> - belliffimo pure quefto. Più focalizzato sulle animazioni.</p>
<p><a href="https://droneawards.photo/gallery">Drone Awards</a> - Foto stupendissime fatte coi droni. Perché alcune inquadrature, solo col drone ci riesci.</p>]]></description></item><item><title>Tones and I</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=401</link><pubDate>Fri, 20 Feb 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=401</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_tones_and_i.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=401"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_tones_and_i.jpg" alt="Tones and I"></a></div> <p>Era il 2019 e insieme a milioni di persone mi ero ritrovato inseguito dalle note di <strong>Dance Monkey</strong> (muffami muffami). All'inizio, oh (muffami muffami), c'era quel fastidio che provi per i tormentoni che non ti lasciano scampo (muffami muffami) ovunque tu vada (muffami muffami). Ma poi qualcosa aveva catturato la mia attenzione. Questa ragazza australiana, Toni Watson, in arte <strong>Tones and I</strong>, sembrava uscita dal nulla con una voce originale e qualcosa di interessante nella musica.</p>
<p>Ero anche andato a cercare la sua storia di artista. Mi aveva colpito il passato da <em>busker</em>, di quando viveva in un furgone e suonava per strada. C'era talento in quello che faceva. Ma la cosa che mi faceva provare simpatia era il suo modo di porsi. In un mondo pieno di popstar che vendono prima le chiappe e poi la musica, lei sembrava fare di tutto per nascondersi. Vestiti larghi, cappellino calato sugli occhi, felpe giganti. <em>Ascoltate la canzone, ma per favore non guardate me</em>.</p>
<p>Mi sembrava di capire quel disagio,quella voglia di proteggersi dallo sguardo pubblico (che sa essere spietato, specialmente con le donne). Mi piaceva l'idea che per lei il talento potesse bastare, che non le servisse uniformarsi ai requisiti estetici del momento per arrivare in cima alle classifiche.</p>
<p>Poi, settimane fa, mi è capitato di sentire il nuovo pezzo con David Guetta e, guardando il video, quasi non l'ho riconosciuta. Ho scoperto una <em>Tones and I</em> diversa, truccata, con i capelli curati e, sì, decisamente carina.</p>
<p>Ora, capiamoci: non mi fa piacere perché è diventata bella secondo gli standard comuni. Mi fa piacere perché spero, dal profondo, che questo cambiamento rappresenti il raggiungimento di un equilibrio. Mi piace pensare che abbia fatto pace con lo specchio e che oggi si senta a suo agio nel mostrarsi senza il bisogno di usare i vestiti come uno scudo. Sarebbe bello se questa fosse una sua personale vittoria, la prova che è finalmente serena con la propria immagine.</p>
<p>Tuttavia, siccome sono un eterno malfidato, c'è sempre un cacchio di retropensiero fastidioso. Sappiamo tutti come funziona l'industria discografica. È una macchina che mastica persone e sputa prodotti. Il sospetto che dietro questo <em>glow up</em> ci sia la mano di qualche manager o di un'etichetta che le ha spiegato che, per restare sulla cresta dell'onda doveva diventare più <em>vendibile</em>, è un pelo difficile da scacciare. C'è differenza tra evoluzione personale e imposizione commerciale, e a volte gli artisti finiscono per diventare dei manichini nelle mani di chi deve tirare su i soldi.</p>
<p>Ma nonostante il mio cinismo, voglio essere ottimista. Voglio credere che sia tutta farina del suo sacco e che questa nuova versione di sé la renda felice. Perché, alla fine, questa ragazza che suonava per strada se lo merita di godersi il successo senza doversi nascondere dietro una felpa XXL. E se oggi sorride alla telecamera e si sente bene, forse questa è la sua hit migliore.</p>]]></description></item><item><title>La prima de L&#039;Eternauta</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=396</link><pubDate>Wed, 11 Feb 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>media</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=396</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_leternauta.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=396"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_leternauta.jpg" alt="La prima de L'Eternauta"></a></div> <p>A volte la memoria gioca brutti scherzi. Nasconde cose lì, appena sotto la superficie. </p>
<p>Mi è successo con questa prima stagione de <strong>L'Eternauta</strong> su Netflix. Mentre guardavo le prime scene, è riemersa un'immagine nitidissima che, appunto, avevo dimenticato sotto la superficie: il tizio con la maschera da sub improvvisata e lo sguardo sbarrato. Mi sono rivisto ragazzino, mentre sfogliavo i numeri di <strong>Lancio Story</strong> o forse <strong>Skorpio</strong> (chi si ricorda più?) leggendo la storia a pezzetti, in modo frammentato e un po’ confuso. Le pagine di queste riviste puzzavano in un modo tutto loro.</p>
<p>All'epoca quelle pagine avevano un sapore strano. Per chi veniva da Topolino o al massimo da Tex erano fumetti <em>da grandi</em>, con una densità che non sapevo ancora bene come interpretare. Le trame non erano immediate, l'atmosfera era cupa e c'era un senso di oppressione che mi arrivava solo a tratti, filtrato da una narrazione che non riuscivo del tutto ad afferrare. La serie è riuscita a ripescare quei ricordi dal dimenticatoio e, finalmente, mi ha permesso di rimettere insieme alcuni pezzi.</p>
<p>Ma com'è, quindi, questa trasposizione? Te lo dico subito: bella. E, ringraziando il cielo, non soffre di quel gigantismo che ammorba certe produzioni. Sei episodi. Sei. Una misura perfetta per raccontare un'invasione senza perdersi in <em>filler</em> e sottotrame per allungare il brodo.</p>
<p><img src="https://genk.mediacdn.vn/139269124445442048/2025/7/21/eleternautagif-ezgifcom-crop-1753010016378383531435-1753058842283-17530588424521612320192.gif" alt="" /></p>
<p>Certo, se guardi la premessa oggi, potresti pensare vagamente a <em>Falling Skies</em>, con gli alieni che soggiogano una parte degli umani e l'umanità rimanente che resiste. Ma la somiglianza si ferma alla superficie. Qui c'è sapore di autenticità e, soprattutto, c'è una narrazione che non è <em>ammerigana</em> con gli eroi sparatutto pronti a salvare il mondo tra un discorso motivazionale e una bandiera sullo sfondo.</p>
<p>I protagonisti de <strong>L’Eternauta</strong> sono profondamente umani e piacevolmente pieni di difetti. Hanno paura, sbagliano, esitano. La minaccia della neve mortale che cade su Buenos Aires non è solo un espediente visivo, ma una cappa psicologica che ti tiene incollato allo schermo. C'è quello spunto in più, quel carattere sudamericano fatto di storia, resistenza e pragmatismo, che rende tutto decisamente più interessante delle battaglie spaziali in CGI.</p>
<p>Se anche tu conservi quel vago ricordo di tute fantascientifiche fatte in casa e atmosfere sospese tra sogno e incubo, questa serie sembra il modo migliore per chiudere un cerchio. A me è piaciuta perché non cerca di stupire (troppo) con effetti speciali. Propone semplicemente una storia che riesce a viaggiare nel tempo restando terribilmente attuale.</p>
<p><img src="https://www.gauchonews.it/wp-content/uploads/lancio-story_eternauta.jpg" alt="" />
<em>(ah no, ecco, era Lancio Story)</em></p>]]></description></item><item><title>In forme - Dolki Min</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=392</link><pubDate>Fri, 06 Feb 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>libri</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=392</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_in_forme_dolki_min.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=392"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_in_forme_dolki_min.jpg" alt="In forme - Dolki Min"></a></div> <p>Volevo pubblicare queste impressioni insieme a <strong><a href="https://bluebabbler.it/post/Vita_Aliena_Fabrizio_Venerandi">Vita Aliena</a></strong> di Fabrizio Venerandi, perché li ho letti uno subito dopo l’altro e ho provato una forte sensazione di familiarità, come se fossero due episodi della stessa storia, due puntate della stessa serie, due canzoni dello stesso album. O qualcosa di simile. </p>
<p>Insomma, leggendo probabilmente capirai.</p>
<p><strong>In Forme</strong> è un libro strano, di quella stranezza che non cerca di piacere a tutti i costi, ma che ti fissa finché non ti senti a disagio.</p>
<p>La storia parla di un alieno mutaforma rimasto bloccato sulla Terra. Fin qui, niente di nuovo, se non fosse che la sua sopravvivenza dipende dal nutrirsi di esseri umani. Ma dimentichiamo l'alieno figo dei film che si mimetizza in un secondo tra la folla. Qui ogni singola azione è una fatica immane. Leggendo, appunto, ho avvertito quella stessa sensazione di <em>alienazione</em> stilistica che avevo trovato in <strong>Vita Aliena</strong>. Entrambi gli autori giocano con un linguaggio che sembra voler respingere chi legge, riflettendo la natura di esseri che non possiedono un corpo definito e che guardano il mondo da una prospettiva totalmente sballata rispetto alla nostra.</p>
<p>In <strong>In Forme</strong>, l'alieno vive rapporti sessuali, talvolta sentimentali, talvolta disturbanti, con gli umani. C'è questo costante attrito tra il desiderio di connessione e la necessità biologica di consumare l'altro. Si dice che Dolki Min abbia scritto questo romanzo durante una profonda crisi depressiva, e forse si vede. Non è un horror d'azione, è un diario della stanchezza. La predazione non ha nulla di epico: è un lavoro sistematico e sfibrante. Modificare la propria massa cellulare per apparire umano richiede all'alieno uno sforzo cognitivo e fisico ricorda quanto sia difficile scendere dal letto in certi lunedì mattina, solo che qui se sbagli finisci per diventare un ammasso di carne informe sul marciapiede.</p>
<p>Ogni spostamento a piedi per raggiungere una preda, ogni fase dell'uccisione e del recupero del corpo viene descritta con una minuzia che trasforma l'orrore in pura fatica. Camminiamo insieme a questo essere e sentiamo il peso di ogni passo, l'inadeguatezza di una creatura che deve fingere costantemente di appartenere a un sistema che non comprende e che, in fondo, lo disgusta. Ti lascia addosso un senso di straniamento sottile, facendoti riflettere su quanto sia estenuante recitare la parte della <em>persona normale</em> quando dentro ti senti, appunto, un alieno.</p>
<p>Forse il vero orrore non è, appunto, dover mangiare i propri simili per sopravvivere, ma dover mantenere un atteggiamento e un'immagine <em>normale</em>. In fondo, siamo tutti un po' mutaforma che sperano di non liquefarsi prima della fine della giornata.</p>]]></description></item><item><title>Vita Aliena - Fabrizio Venerandi</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=391</link><pubDate>Fri, 06 Feb 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>libri</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=391</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_vita_aliena_fabrizio_venerandi.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=391"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_vita_aliena_fabrizio_venerandi.jpg" alt="Vita Aliena - Fabrizio Venerandi"></a></div> <p>Se segui queste pagine, saprai che spesso mi muovo per accostamenti, a volte anche un po' azzardati. Avevo intenzione di pubblicare queste mie impressioni insieme a quelle per <strong><a href="https://bluebabbler.it/post/In_forme_Dolki_Min">In Forme</a></strong> di Dolki Min, perché averli letti uno subito dopo l'altro mi ha scatenato una strana sensazione di familiarità. Mi sono sentito come se stessi guardando due episodi della stessa serie, o due capitoli della stessa storia. </p>
<p>Se deciderai di recuperarli entrambi, forse capirai subito cosa intendo.</p>
<p>Ho pescato questo ebook in una casellina del bellissimo <a href="https://app.myadvent.net/calendar?id=d4cdr5z8z71fz0rz2u135g618ivy7m0w">calendario dell'avvento INDIE</a> di Simone Caffarini l'anno scorso. È un romanzo breve, un oggetto misterioso che forse non è apparso in altri circuiti e che, mi pare, non troverai facilmente negli store online. Si presenta come una storia di fantascienza, ma fuori dai canoni classici: qui siamo nel territorio della scrittura di ricerca, un esperimento che mescola amore, morte e una bizzarra forma di contaminazione legata alla comunicazione.</p>
<p>Al centro di tutto c'è questa entità aliena che scende sulla Terra e finisce per innamorarsi di una certa Vanessa. La cosa affascinante è che l'alieno non ha una forma o un sesso definiti; potrebbe essere immenso o forse le dimensioni, in quel vuoto cosmico, non contano davvero nulla. Ciò che conta è il contagio. Una volta atterrata, l'aliena viene infettata da un virus terrestre: la comunicazione.</p>
<p>L'autore ha dichiarato di essersi divertito un mondo a scriverlo, godendosi quella libertà assoluta di far nascere dal nulla qualcosa che prima semplicemente non esisteva. Per farlo ha recuperato dei frammenti che gli erano rimasti <em>tra i denti</em>, depositati sulla lingua aliena per molti anni, e ci ha aggiunto persino un po' di testo generato da LLM. Ma il cuore del libro è nato di getto a fine novembre, proprio quando è nata l'idea del progetto di Simone.</p>
<p>Leggendolo si percepisce questa urgenza. Questa voce di un'aliena contaminata dalle parole, che a un certo punto abbandona il nostro pianeta e inizia a <em>terraformarsi</em>, e porta con sé qualcosa (qualcuno) dalla Terra.</p>
<p>Insomma, lettura curiosa, strana. Forse non per tutti.</p>]]></description></item><item><title>La Tecnica del Pomodoro - Francesco Cirillo</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=390</link><pubDate>Wed, 04 Feb 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=390</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://bluebabbler.it/img/pic_pomodoro_timer.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=390"><img src="https://bluebabbler.it/img/pic_pomodoro_timer.jpg" alt="La Tecnica del Pomodoro - Francesco Cirillo"></a></div> <p>Mi rendo conto che di questa cosa non ho mai parlato. </p>
<p>La <strong>Tecnica del Pomodoro</strong>, per me, è stata una di quelle scoperte fatte per caso. Quando ancora non c’erano app glossy, notifiche continue e dashboard motivazionali e cominciai a mettermi a lavorare con un timer meccanico da cucina, di quelli che ticchettano.</p>
<h2>L'autore</h2>
<p>Formatosi tra informatica e consulenza, <a href="https://www.linkedin.com/in/cirillof/">Francesco Cirillo</a> sviluppa la Tecnica Pomodoro a partire da un’esigenza concreta: riuscire a concentrarsi senza farsi travolgere dall'ansia, dalle distrazioni e dalla sensazione costante di essere in ritardo. Negli anni Cirillo ha costruito una carriera come consulente, coach e autore, lavorando con aziende e professionisti di tutto il mondo.</p>
<h2>Cos’è quindi 'sta Tecnica del Pomodoro?</h2>
<p>La tecnica è abbastanza disarmante nella sua semplicità. </p>
<p>Si lavora per intervalli di tempo definiti (i “pomodori”, tradizionalmente di 25 minuti) separati da brevi pause di 5 minuti. Dopo un certo numero di pomodori, si fa una pausa più lunga. Tutto qui. Nessun trucco segreto.</p>
<p>Eppure, dietro questa struttura minimale c’è una filosofia molto precisa: il tempo non va gestito, va vissuto. Il pomodoro non misura quanto sei produttivo, ma quanto sei presente. È un patto temporaneo con te stesso: per 25 minuti fai una cosa sola, e la fai <em>davvero</em>.</p>
<h2>I vantaggi</h2>
<p>Col tempo capisci che i benefici della Tecnica del Pomodoro sono molti più di quanto sembri a prima vista. Il primo è la riduzione dell’ansia: lavorare a blocchi chiusi rende il carico mentale affrontabile. Non devi <em>finire tutto</em>, solo arrivare alla fine del prossimo pomodoro.</p>
<p>Poi c’è la concentrazione. Sapere che il tempo è limitato e protetto riduce drasticamente la tentazione di distrarsi. Le interruzioni diventano nemiche visibili, non rumore di fondo. E quando il timer suona, la pausa non è un premio: è parte del sistema, un momento necessario di decompressione per ripartire meglio allo slancio successivo.</p>
<p>C’è anche un vantaggio meno citato, per me fondamentale: la consapevolezza. Dopo qualche settimana a pomodori, torni a capire quanto tempo richiedono davvero le cose da fare, quanto ti stanchi, quando rendi meglio. È una forma di auto-osservazione molto efficace.</p>
<h2>Il ticchettio</h2>
<p>Potrei elencarti decine di app "ispirate" al Pomodoro: da quelle con grafiche minimal a quelle che ti promettono di sincronizzare i tuoi intervalli con le fasi lunari (oddio, no, spero che queste non esistano). Nonostante l’esplosione di software, app, estensioni del browser e strumenti digitali, ho comunque sempre preferito il timer meccanico a quello software. Voglio quello fisico, da girare a mano. C’è qualcosa di profondamente rassicurante in quel gesto e in quel suono. Il ticchettio durante il lavoro non invade, non lampeggia, non chiede aggiornamenti. È lì, presente. Ti ricorda che stai lavorando.</p>
<p>Il timer meccanico rende il tempo tangibile. Non è una notifica che puoi ignorare, è un oggetto che occupa spazio, che segna un confine. Nessuna vibrazione dello smartphone regge il confronto. Forse è anche per questo che funzionava così bene: mi ricordava che il tempo non è un concetto astratto.</p>
<h2>Produttività e sanità mentale</h2>
<p>Negli anni, la Tecnica del Pomodoro mi ha accompagnato in contesti molto diversi: studio, sviluppo software, scrittura, lavoro creativo. In tutti questi ambiti, non mi ha solo reso più produttivo. Mi ha reso più lucido. Lavorare meglio significa anche stancarsi meno, e stancarsi meno significa prendere decisioni migliori.</p>
<p>Non è un dettaglio secondario. In un mondo che premia la connessione e la disponibilità costante, il Pomodoro è stato per me una forma di igiene mentale. Un modo per dire: adesso lavoro, adesso mi fermo. Senza sensi di colpa.</p>
<h2>Quando non è più stato possibile</h2>
<p>Col tempo, però, sono finito in contesti professionali in cui applicare questa tecnica è diventato quasi impossibile. Riunioni continue, interruzioni, urgenze perenni, colleghi che telefonano ogni 10 minuti. In alcuni uffici, chiudersi in 25 minuti di lavoro ininterrotto è un lusso. Sono ambienti in cui il tempo non è più tuo ma è frammentato tra mille richieste. E purtroppo tocca accettarlo.</p>
<p>In privato ho comunque continuato a usare la Tecnica, adattandola, piegandola alle necessità. La sera, per scrivere un post; la domenica, per pianificare la settimana. È un rito privato, una piccola forma di resistenza. Ogni volta che lo faccio, mi chiedo perché cavolo non possiamo tutti lavorare così. Ma sul lavoro, purtroppo, ho dovuto lasciarla fuori dalla porta. Non perché non funzionasse, ma perché funzionava troppo bene in un sistema che chiedeva esattamente il contrario: disponibilità continua.</p>
<h2>Ticchetta ancora</h2>
<p>Ogni tanto, insomma, rispolvero quel vecchio timer meccanico. Lo appoggio sulla scrivania, lo giro, e per 25 minuti il mondo torna a una dimensione gestibile. Il ticchettio ricomincia, uguale a vent'anni fa.</p>
<p>E ogni volta il vero atto rivoluzionario non è lavorare di più. È avere il coraggio di fermarsi quando il pomodoro suona.</p>
<p>Quindi, se mai ti capitasse tra le mani un timer a forma di pomodoro, non ridere. Giralo. Ascolta il <em>tic-tac</em>. E per venticinque minuti, sii indisponibile per il mondo. Quando scade, poi, fai una pausa. Te la meriti.</p>]]></description></item><item><title>Gli anticorpi della democrazia</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=393</link><pubDate>Tue, 03 Feb 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>life</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=393</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://images.unsplash.com/photo-1769574053611-24a43db2a678?q=80&amp;w=1170&amp;auto=format&amp;fit=crop&amp;ixlib=rb-4.1.0&amp;ixid=M3wxMjA3fDB8MHxwaG90by1wYWdlfHx8fGVufDB8fHx8fA%3D%3D" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=393"><img src="https://images.unsplash.com/photo-1769574053611-24a43db2a678?q=80&w=1170&auto=format&fit=crop&ixlib=rb-4.1.0&ixid=M3wxMjA3fDB8MHxwaG90by1wYWdlfHx8fGVufDB8fHx8fA%3D%3D" alt="Gli anticorpi della democrazia"></a></div> <p>Puoi anche ripetere quanto vuoi che la nazione X abbia solidi anticorpi democratici. Però, se in quella nazione una fazione politica è riuscita a creare una milizia armata privata che prende ordini direttamente da tale fazione, viene da pensare che questi anticorpi non abbiano funzionato granché.</p>
<p>E poi puoi arrivarci in autonomia: la presenza di una milizia armata diventa particolarmente “interessante” nel momento in cui quella fazione non dovesse ottenere alle elezioni, o in altri contesti, il risultato che sperava. In quel caso, più che degli anticorpi, ci si dovrà preoccupare dei sintomi.</p>]]></description></item><item><title>La mano sinistra delle tenebre - Ursula K. Le Guin</title><link>https://bluebabbler.it/post.php?id=379</link><pubDate>Mon, 05 Jan 2026 00:00:00 +0100</pubDate><author>stefano.castelvetri@bluebabbler.it (Stefano Castelvetri)</author><dc:creator>Stefano Castelvetri</dc:creator><dc:publisher>Bluebabbler</dc:publisher><category>libri</category><guid isPermaLink="true">https://bluebabbler.it/post.php?id=379</guid><media:keywords></media:keywords><media:thumbnail url="https://m.media-amazon.com/images/I/A1uBwg-3DML._AC_UF1000,1000_QL80_.jpg" /><description><![CDATA[<div><a href="https://bluebabbler.it/post.php?id=379"><img src="https://m.media-amazon.com/images/I/A1uBwg-3DML._AC_UF1000,1000_QL80_.jpg" alt="La mano sinistra delle tenebre - Ursula K. Le Guin"></a></div> <blockquote>
<p><em>Genly Ai è un inviato dell'Ecumene arrivato sul pianeta Inverno (Gethen) per convincere i suoi abitanti a unirsi alla confederazione interstellare. Inverno è un mondo ghiacciato dove gli esseri umani non hanno genere fisso: sono asessuati per la maggior parte del tempo, e solo durante il kemmer sviluppano caratteristiche maschili o femminili a seconda del partner. Genly fatica a comprendere una società dove il genere non definisce ruoli, potere o identità. Il suo compito è complicato dalle azioni di lord Estraven, un nobile caduto in disgrazia che inizialmente lo tradisce ma che diventerà poi il suo unico alleato in una fuga disperata attraverso i ghiacci eterni del Nord.</em></p>
</blockquote>
<p>Questo è uno di quei romanzi che ti costringono a rileggere le prime pagine non appena lo finisci, perché ti rendi conto che ogni dettaglio, ogni sfumatura che ti mancava magari era lì fin dall’inizio. Ma non l'avevi capito.</p>
<p>La Le Guin è un'autrice fantastica. Non scrive per impressionare, eppure (da abilissima glottoteta) ha una scelta delle parole pazzesca (vorrei quasi rileggerla in lingua originale). Ogni termine (come <em>shifgrethor</em>, l’onore codificato), <em>kemmer</em> (il periodo di 'calore' dei genethiani), <em>ansible</em> (il dispositivo di comunicazione istantanea), sembra coniato con cura scientifica. Non ci sono parole e consonanti buttate lì per fare colore: c’è un lessico che costruisce il mondo, pezzo dopo pezzo.</p>
<p>Inoltre, l'autrice non scrive di alieni: scrive di persone. Anche quando parliamo di una specie asessuata o di una società feudale su un pianeta ghiacciato, il focus è sempre sull’emozione, sulla politica, sulla solitudine. I suoi personaggi sono esseri fragili che sbagliano, mentono, si pentono. <strong>Estraven</strong>, in particolare, è uno dei protagonisti più tragicamente umani che abbia mai incontrato in un romanzo di fantascienza: un traditore per necessità, un leale per scelta, un esiliato che si porta sulle spalle il peso e le speranze di un intero mondo.</p>
<h3>Il world building</h3>
<p>Inverno, il pianeta ghiacciato, è un vero e proprio personaggio. Le Guin descrive il freddo come una presenza costante, quasi un'entità indifferente. Le città hanno nomi che suonano come luoghi fantastici (Erhenrang, Kish, Mishnory...) e i paesaggi sono vasti e desolati, eppure mai generici o scontati. Quando Genly ed Estraven attraversano il ghiacciaio di Gobrin, ogni passo è una lotta contro il vento, la cenere, il gelo, contro il silenzio. Eppure, in quel silenzio, c’è spazio per dialoghi che pesano.</p>
<p>La società di Inverno è divisa in due fazioni principali, due modi opposti di intendere libertà e controllo.</p>
<ul>
<li>
<p><strong>Karhide</strong>: una monarchia feudale dove il potere è concentrato nelle mani del re, ma dove ogni nobile gioca le proprie partite nel rispetto dello <em>shifgrethor</em>, il rigido codice d'onore che regola ogni interazione sociale. È la patria di Estraven, un mondo dove la lealtà è tutto e il tradimento è punito con l’esilio senza appello. Karhide è chiusa, diffidente, e profondamente legata alle tradizioni. Qui la parola data vale più di un contratto scritto, e la politica si fa attraverso alleanze personali. È inoltre un luogo dove la libertà individuale è limitata dal dovere verso la comunità, ma dove (paradossalmente) c’è spazio per la sincerità. A caro prezzo.</p>
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<p><strong>Orgoreyn</strong>: una confederazione che all'apparenza è libera e aperta, ma dove la libertà è solo un'illusione. Orgoreyn somiglia a una distopia socialista, una sorta di Cina moderna: ci si può arricchire, si può viaggiare, ma in realtà, ogni azione è monitorata e ogni parola può essere usata contro di te. È una società dove la ricchezza circola, ma il pensiero no. Genly, inizialmente attratto dalla sua apparente modernità, scopre presto che la censura è solo più sottile, mascherata da efficienza e progresso. Non ci sono prigioni intese come tali, ma ci sono <em>fattorie</em> e <em>ospedali psichiatrici</em> per chi osa pensare, dove chi 'parla troppo' sparisce nel nulla.</p>
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<h3>La struttura del romanzo</h3>
<p>Il libro inizia quasi come una raccolta di episodi: Genly arriva, osserva, viene ingannato. Ogni capitolo è un episodio, una tessera di un mosaico con un disegno che ancora non vediamo. L’alternanza tra il punto di vista di Genly e i resoconti in forma di diario, o di leggenda locale, crea un effetto straniante: noi lettori sappiamo sempre più dei personaggi, ma in modo frammentato. Da ricostruire capitolo dopo capitolo.</p>
<p>Poi, a metà strada, la storia si innesca. La sezione più memorabile è il viaggio nel Nord, dove Genly ed Estraven, braccati, affamati, costretti a fidarsi l'uno dell’altro, vivono un momento che (ammettiamolo) ha quasi un che di <em>Brokeback Mountain</em>. C'è quindi quella sensazione da <em>storia d'amore tra maschi in una tenda</em> (la tensione è innegabile), che poi però si sviluppa in una fuga di due persone aliene costrette a scoprirsi vulnerabili e vicine in un paesaggio, e un mondo, che li vuole morti.</p>
<h3>Genetica e politica</h3>
<p>I genethiani non hanno un genere fisso, e questa caratteristica biologica si riverbera in ogni aspetto della loro società: non ci sono guerre basate sul dominio maschile, non c'è violenza sessuale, non ci sono dinamiche di potere legate al genere. Eppure, non è per niente un'utopia. È un mondo durissimo dove la diffidenza è la valuta corrente, dove la lealtà è merce rara, e dove la politica si fa con le parole più che con le armi. Questo dettaglio non è un semplice twist né un condimento di colore: è proprio il motore della trama. Genly, abituato a una realtà binaria, fatica a capirne la cultura. Estraven, d’altro canto, fatica a spiegargli la complessità di Inverno e delle proprie azioni.</p>
<h3>Fantascienza senza astronavi</h3>
<p>C’è una cosa che colpisce in questo romanzo: anche se esistono, non vediamo (quasi) mai una nave spaziale. Non ci sono battaglie con laser, non ci sono robot, non ci sono aggeggi tecnologici che salvano la situazione all’ultimo minuto. Gli Ecumeni comunicano tramite l'<em>ansible</em>, che è solo menzionato. Il viaggio di Genly su Inverno avviene su slitta, tra neve e ghiaccio. La fantascienza qui serve a creare una premessa, ma per il resto è fatta da idee, concetti e dialoghi. Unico aspetto che ho trovato un po' incompleto è l'accenno alla comunicazione telepatica: interessante ma non sembra portare a nulla a livello di trama, anche se forse trova posto nell'ambientazione generale dell'Ecumene di cui questo romanzo è solo uno dei capitoli.</p>
<h3>Perché leggerlo?</h3>
<p>Questo libro parla di identità, fiducia, dovere, solitudine, e di come vediamo l’altro. In un'epoca dove le discussioni sul genere, sulla politica, sulla libertà sono più accese e feroci che mai, <strong>La mano sinistra delle tenebre</strong> rimane attuale perché pone un sacco di domande giuste.</p>
<p>Per me, decisamente, <em>tempo speso bene</em>. Tu l’hai già letto?</p>
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<p><em>«La luce è la mano sinistra delle tenebre, le tenebre la mano destra della luce. Due sono uno, vita e morte, e giacciono insieme come amanti in kemmer, Come mani giunte, come la meta e la via.»</em></p>
</blockquote>]]></description></item></channel></rss>